Chiaro e tondo. Sugli arresti di Bologna

Sette arresti e cinque obblighi di dimora nel Comune aggravati da rientro notturno e quattro anche da firme quotidiane. Questo l’esito dell’operazione Ritrovo, condotta dai Ros e dalla procura antiterrorismo di Bologna contro alcuni compagni anarchici, nella notte tra martedì 12 e mercoledì 13 maggio. L’inchiesta ricalca un copione ormai logoro, ciclicamente rispolverato negli ultimi vent’anni. Un’associazione sovversiva con finalità di terrorismo – art. 270bis – contestata ai soli arrestati, condita da un certo numero di reati e condotte specifiche che vanno dall’istigazione a delinquere, al danneggiamento e deturpamento fino all’incendio di un ripetitore, aggravati dalla finalità eversiva e distribuiti, non sappiamo ancora bene in che modo, tra i vari indagati.

Non avendo notizie più precise sull’inchiesta e sulle ordinanze di misure cautelari ci limitiamo per ora a sottolineare le particolarità relative all’emergenza coronavirus di quest’operazione. Sul fronte penitenziario i compagni e le compagne sono stati immediatamente trasferiti in carceri con circuiti di Alta Sicurezza, senza passare e sostare per qualche settimana, come normalmente avviene, in carceri vicine al luogo dell’arresto. Una scelta che immaginiamo sia dettata da ragioni di logistica penitenziaria legate non solo a ragioni sanitarie ma anche a preoccupazioni di ordine pubblico. Guarda caso nelle dichiarazioni della Procura si fa espressamente riferimento alla partecipazione di questi compagni ai recenti conflitti scoppiati nelle carceri italiane in seguito all’epidemia da coronavirus. Ma vediamo più precisamente cos’altro dice la Procura bolognese di quest’inchiesta rispetto all’attuale emergenza epidemiologica:

«In tale quadro, l’intervento, oltre alla sua natura repressiva per i reati contestati, assume una strategica valenza preventiva volta ad evitare che in eventuali ulteriori momenti di tensione sociale, scaturiti dalla particolare descritta situazione emergenziale, possano insediarsi altri momenti di più generale “campagna di lotta antistato” oggetto del citato programma criminoso di matrice anarchica». Dichiarazione che tradotta dalla lingua di legno utilizzata dagli scribacchini dei tribunali vuol più o meno significare:  coi tempi che corrono è opportuno toglierci dai piedi questi irriducibili rompiscatole, che siamo certi non perderanno occasione per tentare di ricordare in vario modo le responsabilità delle autorità statali e promuovere lotte contro di queste.

Parole che, nell’esprimere le notevoli e legittime preoccupazioni degli uomini di tribunale per i tempi che verranno, non tentano in alcun modo di dissimulare la funzione preventiva di quest’inchiesta e del loro lavoro in generale. Una funzione che raramente ci sembra sia uscita con tanta chiarezza dalla bocca del nemico. Se ancora ci fosse qualche sincero democratico in grado di leggere con attenzione queste righe avrebbe sicuramente di che indignarsi, a maggior ragione se poi sapesse che, a quanto pare, quest’inchiesta era pronta e giaceva ormai da diversi mesi in un cassetto di qualche procuratore. A noi queste parole sembrano invece ribadire che il futuro prossimo venturo sarà pieno di rischi e difficoltà come di possibilità e occasioni di lotta . E del resto ben difficilmente queste ultime possono viaggiare da sole senza la compagnia dei primi.

Per completare il quadro delle particolarità post-Covid di quest’operazione segnaliamo che venerdi prossimo si svolgeranno gli interrogatori di granzia dei comapgni arrestati in videoconferenza.

Questi gli indirizzi cui scrivergli e mandare un saluto:

Giuseppe Caprioli, Leonardo Neri
C. R. di Alessandria “San Michele”
strada statale per Casale 50/A
15121 Alessandria

Stefania Carolei
C. C. di Vigevano
via Gravellona 240
27029 Vigevano (PV)

Duccio Cenni, Guido Paoletti

C. C. di Ferrara
via Arginone 327
44122 Ferrara

Elena Riva, Nicole Savoia
C. C. di Piacenza
strada delle Novate 65
29122 Piacenza

Chiaro e tondo. Sugli arresti di Bologna

Dietro l’angolo pt.6 – Macchine, sensi e realtà

QUALCHE IPOTESI SU COVID-19 e SUL MONDO IN CUI VIVREMO

Imparare a convivere con il virus. Questo il leitmotiv che ci viene ripetuto oramai da settimane.

Il peso specifico di un’epidemia non dipende solo dalle peculiarità del virus, dai suoi tassi di contagiosità e letalità, ma in buona parte dagli effetti che queste provocano all’interno di una determinata organizzazione sociale e da come quest’ultima decide di farvi fronte.

Imparare a convivere con il virus va dunque ben al di là di quell’insieme di pratiche e comportamenti utili, a livello strettamente epidemiologico, per evitare di contagiare ed essere contagiati. Quello che dobbiamo apprendere sembra piuttosto essere, l’abitare in un mondo a misura di pandemia, dove la misura non verrà certo stabilita per salvaguardare la salute collettiva.

Un mondo che prenderà forma piuttosto attorno alla priorità di limitare i danni e i fastidi possibili che emergenze di questo tipo possono arrecare al capitalismo e al funzionamento dello Stato. Tanto rispetto all’epidemia in corso, in una prospettiva più o meno breve a seconda del numero di ondate e della loro durata, che rispetto alle pandemie prossime venture, visto che le cause che hanno originato e favorito lo sviluppo di questa non verranno certo rimosse, e sono da annoverare nell’elenco di quei danni e fastidi da limitare di cui sopra.

Le nostre vite dovranno adattarsi a queste esigenze. Una logica di compatibilità che non nasce certo con il Covid19 ma è da tempo il cuore delle politiche relative alla cosiddetta emergenza climatica.

In cosa concretamente consista questa compatibilità ce lo mostrano ad esempio le ipotesi geoingegneristiche di mitigazione e adattamento all’emergenza climatica. La Gestione della Radiazione Solare (Srm), ad esempio, ossia l’iniezione tramite aerosol di solfati nell’atmosfera per deflettere parte dei raggi solari nello spazio e contrastare così il surriscaldamento globale. Senza entrare nel merito della fattibilità di simili ipotesi e delle imprevedibili e tragiche spirali di conseguenze che potrebbero innescare, qui preme sottolineare come la soluzione per far fronte a un cambiamento climatico sia quella di cambiare in maniera pianificata il clima: non potendo riconfigurare le politiche economiche alla base dei problemi ambientali si sceglie di riconfigurare materialmente il pianeta. Per quanto particolarmente emblematici non è necessario soffermarsi su macro progetti dall’aspetto vagamente fantascientifico, la stessa logica regola il funzionamento di strumenti molto più familiari, come i condizionatori presenti in molte abitazioni in grado di creare ambienti domestici a misura di surriscaldamento globale, senza contrastare ma anzi aggravando le cause del problema.

All’interno di questo quadro la vita, tanto nella sua essenza biologica che rispetto alle gradazioni di benessere materiale che vanno dalla mera sopravvivenza ai gradini più alti della scala sociale, dipenderà sempre più dal livello di artificializzazione che riuscirà a raggiungere.

Già da tempo nella retorica ufficiale c’è sempre meno spazio per l’idea di un miglioramento generale delle condizioni di vita da un punto di vista economico, sociale, culturale e tantomeno ambientale; l’unico progresso cui si accenna, per l’uomo come per il mondo in cui viviamo, e che in qualche modo fagocita tutti gli altri, coincide con il progresso tecnologico tout court.

Per questo per noi senso ha parlare di artificializzazione e pervasività tecnologica rispetto agli scenari presenti e futuri. Seppur il termine artificiale possa essere frainteso se viene opposto intuitivamente al termine naturale – mettendo in scena una contrapposizione difficile da districare riguardo al significato e alla sostanza delle attività umane – quando lo utilizziamo intendiamo un concatenamento di tecniche umane sempre più complesse che svuotano la vita individuale di capacità di autonomia, non potendo i singoli individui controllarne l’intero processo. Concatenamenti che costituiscono una sorta di ipoteca sulla propria libertà poiché legano la propria sopravvivenza a quella di una determinata organizzazione sociale.

Una condizione di dipendenza che rappresenta l’aspetto più critico della crescente pervasività tecnologica. Se dal cielo delle ipotesi geoingegneristiche in cui le entità statali che dovessero adottarle si autoattribuirebbero un ruolo di deus ex machina definitivamente necessario, abbassassimo lo sguardo verso gli aspetti più minuti della nostra vita ci accorgeremmo che una parte considerevole dei momenti in cui entriamo in contatto con il mondo, cioè dell’esperienza che facciamo nel nostro quotidiano, è filtrata attraverso tecnologie digitali, ed è lecito attendersi che di questo passo i nostri sensi saranno sempre meno in grado, da soli, di orientarci e guidarci nel mondo reale. Non è un caso se i sensori attraverso cui alcuni elementi – siano essi suoni, immagini, condizioni dell’aria, temperature etc.- vengono trasformati in dati, “catturati”e immagazzinati in rete, sono spesso paragonati alla vista, all’olfatto, all’udito e al tatto umani dato che costituiscono la base di quel processo di elaborazione delle informazioni e di apprendimento definito come Intelligenza Artificiale.

Un concetto, quello di intelligenza, che ormai da tempo non è più appannaggio esclusivamente degli esseri viventi e l’aggettivo smart è diventato una sorta di prefisso che accompagna, senza che nessuno ci faccia più caso, determinati dispositivi tecnologici e ambienti iperconnessi, come quello domestico o urbano, in grado di svolgere funzioni complesse elaborando attraverso algoritmi una mole consistente di dati. Associare questa facoltà a delle macchine è un tratto caratterizzante di quest’epoca che in passato ha suscitato non poche discussioni e critiche accese, e sarebbe interessate comprendere attraverso quali passaggi questa associazione, un tempo ricca di criticità, si sia normalizzata.

Alcuni suggerimenti utili possono forse venirci da un libro, «Macchine calcolatrici e intelligenza» scritto nel 1950 da Alan Turing che iniziava con la seguente domanda: «Propongo di considerare la questione: le macchine possono pensare?» e prosegue definendo quello che comunemente è conosciuto come il test di Turing, in cui un giudice, attraverso delle domande scritte, deve riuscire a riconoscere tra un certo numero di partecipanti un computer, programmato per cercare di convincerlo di essere umano. Alla metà del secolo scorso Turing ipotizzava che in cinquant’anni i computer sarebbero stati programmati così bene da riuscire ad ingannare 3 volte su 10 un interrogatore medio, dopo cinque minuti di domande. Ipotesi che a quanto sembra si sono rivelate abbastanza fondate e la costante crescita della capacità di elaborazione e apprendimento dei cervelli sintetici ha spinto molti a vedere nei risultati raggiunti dai computer in questo test, il criterio per rispondere affermativamente alla domanda iniziale. Sembra però che non fosse questa l’ottica dell’autore che nel prosieguo del suo testo scrive: «La domanda originale “le macchine possono pensare?” credo sia così priva di significato da non meritare alcuna discussione. Ciò nonostante, credo che alla fine del secolo l’uso delle parole e l’opinione generale delle persone informate sarà cambiata a tal punto che si sarà in grado di parlare di macchine pensanti senza aspettarsi di essere contraddetti».

Detta altrimenti, per Turing la possibilità di associare la facoltà del pensare a delle macchine non risiedeva nell’implementazione della capacità di calcolo delle stesse e nella loro capacità di ingannare un tot di volte il giudice del suo test; ma nel modificarsi del significato di parole come pensare o intelligenza fino a permettere di associarle alle macchine in grado di raggiungere determinate prestazioni.

Se alla capacità di pensare sostituiamo il concetto di vita, come ipotizziamo possa essere utilizzato tra vent’anni o forse meno? E non sono certo problemi di ordine linguistico quelli che ci poniamo. Se è la materialità del mondo e delle attività che caratterizzano le nostre vite a contribuire al significato di alcuni concetti e questi sono quindi una sorta di specchio in grado di aiutarci a capire come è organizzato il mondo in cui vengono utilizzati, le parole racchiudono altresì idee e tensioni, in grado di influenzare profondamente l’agire e modificare quindi la realtà. Idee che hanno una loro forza materiale.

Difficile valutare lo spessore e di quale materia sia fatto il filo che intreccia tra loro i concetti di vita, umanità e ambiente.

Tralasciamo – perché non meritano discussione, per dirla con Turing – le trame tessute dalle ipotesi accelerazioniste o transumaniste che individuano nell’artificializzazione dell’ambiente e della stessa vita biologica delle prospettive di liberazione. Le misure adottate per far fronte all’epidemia in corso promettono di assottigliare ulteriormente questo filo, aumentare ancor più il distacco fisico dalla realtà e accrescere quindi l’inadeguatezza delle nostre percezioni. L’isolamento sociale particolarmente rigido, vissuto nelle settimane di lockdown, minaccia a piccole o grandi dosi di durare nel tempo e anche quando questa pandemia potrà dirsi conclusa da un punto di vista epidemiologico, le nostre relazioni con gli altri esseri umani e con il mondo – i fondamenti della nostra esperienza e del nostro tentare di dar significato e intellegibilità a ciò che ci circonda – rischiano fortemente di non essere più quelle, tutt’altro che ottimali, dell’epoca pre-Covid. Perché nel frattempo quella parte di esperienza reale venuta meno sarà stata sostituita da un’esperienza mediata in misura e intensità crescente da dispositivi e infrastrutture tecnologiche digitali, in grado di offrire un ventaglio ampissimo di possibilità: dall’ottimizzare le nostre scelte quotidiane a livello nutritivo e ginnico, all’organizzare i nostri spostamenti nel modo più veloce e al contempo sicuro; dal permetterci di consumare una gamma di merci sempre più ampia attraverso un app, all’aiutarci a scegliere quali persone incontrare all’interno di safe zone relazionali; fino alla sostituzione tout court del mondo esterno attraverso il ricorso alla realtà virtuale o a quella aumentata e alla creazione di nuovi ordini di bisogni e desideri. Arrivando potenzialmente a colonizzare ogni aspetto della quotidianità.

Una colonizzazione in atto già da tempo, a cui quest’emergenza permetterà di fare notevoli salti in avanti, tanto da un punto di vista giuridico che infrastrutturale, forzando in breve tempo delle strettoie che con ogni probabilità avrebbero richiesto tempi più lunghi, – pensiamo soltanto alla rete 5G – specie in un paese come l’Italia che sotto questo profilo si trova certamente indietro rispetto ad altri. Non solo perché continuerà ad aleggiare, con una forza che non siamo in grado di prevedere, la minaccia di altre pandemie, ma perché nel frattempo la pervasività di questi dispositivi digitali sarà aumentata e una certa organizzazione della vita si sarà sedimentata.

Proviamo ora a soffermarci brevemente sulla sfera lavorativa. Una sfera che verrà profondamente riorganizzata dalla crescente automazione, in grado non solo di sostituire braccia e cervelli umani in un ventaglio molto ampio di attività ma anche di stravolgere i compiti e i comportamenti di chi non sarà espulso dall’ambito lavorativo. In attesa di vedere come e per quanti lavoratori lo smartworking diffusosi nelle ultime settimane diventerà permanente e quali conseguenze questo comporterà, un buon esempio di stravolgimento delle mansioni lavorative può essere quello del cosiddetto stoccaggio caotico con cui da tempo sono organizzati, da cervelli sintetici, i magazzini di Amazon e di altre aziende: i prodotti sono collocati sui vari scaffali non in base alla tipologia di merce, come farebbero probabilmente dei magazzinieri per memorizzarne meglio la posizione, ma in base al principio di ottimizzare i tempi – mettendo ad esempio vicini quei prodotti che più frequentemente sono spediti assieme – e gli spazi. Un ordine che non è assolutamente a portata d’uomo e che nel rendere i lavoratori del tutto dipendenti da elaborazioni algoritmiche, ne riduce le competenze e accresce la precarietà; dinamiche simili stanno iniziando a regolare, o promettono di farlo a breve, anche attività meno manuali, come quelle svolte negli uffici pubblici e nelle banche o negli studi legali e medici.

Esempi significativi del livello di condizionamento che l’automazione può arrivare ad imporre, a livello lavorativo, possiamo poi trarli dal controllo sulle cassiere adottato nella catena di distribuzione statunitense Target, dove un sistema automatico classifica come verde, gialla o rossa ogni operazione alle casse in base alla velocità e precisione. Una scala cromatica a cui sono legati stipendio e mantenimento del posto. Ancora più invasiva è la valutazione della performance emotiva effettuata nell’azienda giapponese Keikyu che misura la quantità e qualità dei sorrisi, dei propri dipendenti a contatto con il pubblico, attraverso software che controllano e interpretano i loro movimenti oculari e la curva delle loro labbra.

Una certa organizzazione della vita è in grado di sedimentarsi grazie alla raccolta e gestione di enormi mole di dati, di primaria importanza a livello economico e politico, e che permettono poi di implementare ulteriormente le capacità d’apprendimento di questi cervelli sintetici, che saranno così in grado di aumentare il ventaglio delle proprie funzioni e svolgere compiti sempre più complessi, in una dinamica capace quindi di autoalimentarsi.

Emblematica la discussione attorno alle nuove app di tracciamento in cui l’accento delle dichiarazioni governative è stato intelligentemente messo sulla loro non obbligatorietà. Una questione alquanto oziosa. Al momento, per i numerosi problemi tecnici che queste app di tracciamento sembrano avere, a partire dal fatto che non sono ancora pronte, l’introduzione del contact tracing sembra per lo più utile a fornire alle autorità una nuova figura di untore – chi sceglie di non scaricarle – cui attribuire la responsabilità di eventuali nuovi focolai. Ma una volta che applicazioni di questo tipo entreranno a far parte della quotidianità, e si saranno risolti i problemi di ordine tecnico, l’attuale non obbligatorietà risulterebbe alquanto aleatoria. Non solo perché potrebbe essere velocemente sacrificata, a livello legislativo, sull’altare della tutela della salute pubblica, ma soprattutto perché sarebbe facile renderle obbligatorie di fatto impedendo o limitando l’accesso a determinati luoghi e servizi a chi ne fosse sprovvisto. Come già accade in altri paesi più hi-tech e come alcuni, del resto, ipotizzavano sarebbe accaduto anche qui, quando a ridosso dell’inizio della Fase 2 si vociferava che la mobilità individuale sarebbe stata subordinata all’utilizzo di queste app. Discorso simile si potrebbe fare per una delle ultime new entry nel campo delle tecnologie “anti-Covid”: i braccialetti elettronici in grado per ora di di regolare “soltanto” il distanziamento sociale e che a quanto sembra hanno buone possibilità di entrare a far parte della nostra quotidianità. Ma l’esempio più lampante di obbligatorietà convergente è quello che quasi tutti portiamo già in tasca: lo smartphone. Per come sono organizzati i più svariati ambiti della vita, farne a meno risulta in molti casi estremamente difficile e anche quando è possibile richiede un notevole dispendio di tempo ed energie per elaborare strategie alternative.

Quella che stiamo tentando di tratteggiare è una tendenza che non si svilupperà certo in maniera piana e omogenea. All’incerta velocità con cui si realizzeranno le infrastrutture necessarie a rendere smart le città o i territori in cui viviamo si aggiungeranno fattori sociali e anagrafici a differenziare la diffusione di dispositivi digitali. E ci saranno poi ostacoli soggettivi, di coloro che rifiuteranno di delegare una parte più o meno consistente delle attività e scelte della propria vita a strumenti collegati in rete. Tentativi, individuali come collettivi, di sbarrare la strada a questa colonizzazione o perlomeno di utilizzare criticamente questi dispositivi indubbiamente importanti, sotto molteplici punti di vista, ma che da soli non hanno grandi possibilità di contrastare questi processi. Il rischio è anzi di convincersi e corroborare l’idea, ingenua e pericolosa, che la tecnologia si riduca a un insieme di strumenti che si possono decidere o meno di utilizzare, quando in realtà appare oggi come una fitta ragnatela che intrappola il mondo materiale, modificando le capacità percettive degli esseri umani, organizzando e regolando fette sempre più crescenti dell’approvvigionamento, della distribuzione e della produzione delle risorse su cui si basa l’esistenza umana. Le tecnologie digitali sono quindi un sistema di relazioni che contribuisce a dar forma alla realtà e alle nostre vite. Pensare di poterne semplicemente vivere al di fuori è come pensare di poter vivere al di fuori, senza esserne quindi profondamente influenzati, dal capitalismo.

Scrivevamo che ci sembra difficile valutare come si stiano intrecciando i concetti di vita, ambiente e umanità. Tra chi aspira a vivere in un mondo di liberi e uguali da un lato si corre il rischio di sottovalutare il problema, minimizzandolo o subordinandolo a priorità di altro ordine – sociale, economico, ambientale etc. – cui se ne affida automaticamente la risoluzione, o si rimanda piuttosto qualsiasi riflessione critica o iniziativa di contrasto a un indefinito domani, e se ne perdono in ogni caso di vista le specificità; dall’altro si rischia di assolutizzarlo, come se l’artificializzazione della vita non si intrecciasse e contribuisse ad approfondire le disuguaglianze sociali, come se questo processo avvenisse in un ambiente vuoto in cui il principale, se non l’unico, contrasto esistente fosse quello tra l’essere umano e quello macchinico. Una visione in cui è facile lasciarsi tramortire e catapultare in labirinti distopici in cui iniziative o lotte che nascono attorno ad altre problematiche risultano inutili e non possono che condurre a vie senza uscita.

A complicare ulteriormente il quadro il fatto che una necessaria prospettiva luddista risulta sempre più difficile, da molti punti di vista, senza un adeguato bagaglio di conoscenze tecnologiche.

Capire come difendere e ridare spazio a una certa idea e materialità, del mondo come dell’uomo, ci sembra quindi una questione estremamente complessa. In cui il necessario livello di attenzione, su un piano tanto riflessivo quanto pratico, al problema specifico dell’artificializzazione non può essere separato da quegli sforzi volti ad aprire attraverso altre lotte e conflitti delle brecce nell’organizzazione sociale della vita. Questione complessa ma centrale in una prospettiva rivoluzionaria che voglia ancora confrontarsi con la parola libertà in tutto il suo spettro di significati. Perché vivere in un mondo di liberi e uguali richiede che esistano ancora un certo tipo di mondo e di esseri umani.

La retorica di un crescente benessere che il capitalismo avrebbe pian piano assicurato un po’ a tutti, è ormai morta e sepolta da tempo.
L’immagine con cui le autorità hanno tentato di rappresentare il mondo riservato alla gran parte degli uomini e delle donne, è diventata più simile a una scala a pioli, cui bisogna tentar di restare aggrappati con le unghie e coi denti, per evitare di cadere giù ai tanti scossoni che le vengono dati.
Una scala cui continuano a togliere punti d’appoggio, mentre aumenta il numero di uomini e donne in cerca di un appiglio. La prepotente entrata in scena del Covid19 minaccia di renderla ancor più carica e traballante.
Tenteremo di approfondire la questione in un testo che uscirà a puntate, una a settimana, in cui se ne affronteranno di volta in volta alcuni specifici aspetti. Un testo redatto a più mani, da alcuni compagni che partecipano alla redazione di questo blog e da altri che invece non ne fanno parte. I singoli capitoletti potranno quindi avere uno stile e magari dei punti di vista diversi o contenere delle ripetizioni.
Del resto le possibilità di confrontarsi collettivamente in questi giorni sono notevolmente ridotte e discutere attraverso piattaforme online non è certo la stessa cosa che farlo vis a vis.

Se vi siete persi le altre puntate di Dietro l’angolo potete leggerle cliccando qui sotto.

Tra salti e accellerazioni. A mo’ d’introduzione.

Cablaggi di Stato

Nord sud ovest est

Taglio netto

Il mondo inabitabile

 

Dietro l’angolo pt.6 – Macchine, sensi e realtà

Dietro l’angolo pt.5 – Il mondo inabitabile

Le epidemie convivono da sempre con la storia dell’umanità, sono legate indissolubilmente alle attività umane e sono apparse più volte come sintomo dei profondi cambiamenti sociali della specie umana.

Se dovessimo individuare in questo fenomeno una certa sintomatologia del nostro presente, che in qualche modo segna la discontinuità e la continuità con il nostro passato prossimo, e con un incerto futuro, potrebbe essere quella dell’impossibilità di un altrove.

Ciò che accadeva più frequentemente durante le epidemie storiche era la fuga repentina, di chi se lo poteva permettere, dai focolai di contagio. In questo caso, invece, la diffusione globale dell’infezione si è prodotta in un tempo brevissimo, al punto che anche gli Stati che ostentavano sicumera, e si pensavano in qualche modo al riparo, si sono dovuti nella quasi interezza sottomettere alle necessità proprie di una malattia che intasa gli ospedali, si appiccica ai luoghi chiusi ed affollati e di cui si conosce ancora troppo poco.

Al netto delle caratteristiche proprie di un virus piuttosto che di un altro, la velocità e l’ubiquità della diffusione è sicuramente un segno dei nostri tempi. Una velocità figlia delle infrastrutture dei trasporti mondiali, della gestione centripeta dei servizi, della concentrazione urbana, dell’industria turistica e della colonizzazione delle campagne.

Continuità e discontinuità, dicevamo, certamente gli aspetti sopra descritti del capitalismo attuale erano tra quelli più studiati e analizzati e, d’altra parte, l’aria soffocante di un mondo ultraconnesso, in cui il concetto di responsabilità diventava troppo vago – a causa dell’impossibilità di prevedere l’esito delle proprie azioni in questa catena inconoscibile di relazioni – s’era già fatta stantia in parecchie parti del mondo.

Insomma era un po’ sulla bocca di tutti l’idea che in questa interconnessione frenetica di relazioni prima o poi si sarebbe prodotto un patatrac.

All’inizio di questo processo, che in molti chiamano globalizzazione, vi era un preciso pensiero della classe dominante da loro definito come esternalizzazione, un mantra che pare oramai antico, l’idea cioè di scaricare altrove i costi sociali, sanitari e ambientali della produzione e degli imperativi produttivi del capitalismo avanzato.

Esternalizzazione che per molto tempo ha funzionato proprio come una forma di distanziamento sociale rispetto alle conseguenze del progresso tecnologico e industriale, un progresso che via via impoveriva di risorse i luoghi in cui si insediava, costringeva gli abitanti a migrare e rendeva man mano l’ambiente inabitabile.

La convinzione ultima dei dominanti su questo aspetto era, e per certi aspetti è, quella che non sarebbero mai stati loro a pagarne il prezzo.

L’irreversibilità di parecchi processi, dalla produzione nucleare al cambiamento climatico, stavano già facendo arrivare alcuni nodi al pettine.

Esternalizzare non basta più, il mondo pervaso, oramai, dal modello capitalista di sviluppo porta ovunque le sue nocività.

II

Per quel poco che si conosce di questo virus, una delle descrizioni che abbiamo trovato più pertinenti è quella rilasciata da 13 medici dell’ospedale Papa giovanni XXIII di Bergamo, il Covid-19 è :“L’Ebola dei ricchi”(…)“richiede uno sforzo coordinato e transnazionale. Non è particolarmente letale, ma è molto contagioso. Più la società è medicalizzata e centralizzata, più si diffonde il virus. La catastrofe che sta travolgendo la ricca Lombardia potrebbe verificarsi ovunque”

Già da tempo parecchi ecologisti e nemici del progresso ci avevano avvisato che l’urbanizzazione estrema, l’estrazione predatoria delle risorse e la produttività ad ogni costo stavano compromettendo fortemente le capacità riproduttive di determinati ambienti e popolazioni, una compromissione che spesso si autoalimentava generando processi a catena.

Era almeno da un decennio che in Cina la minaccia di una pandemia era percepito come un problema verosimile: ciò in virtù del repentino cambio di vita di milioni di persone, dell’intensificarsi a dismisura dell’allevamento intensivo e della mancanza di spazi intermedi tra la profonda campagna e la città che rendono sempre più fragili le barriere immunitarie tra la popolazione umana e l’ambiente in cui vivono.

I capitalisti già sapevano di dover fare i conti con questi problemi in un futuro non troppo remoto, e probabilmente pensavano di poter circoscriverne i danni.

Ma l’intelligenza biologica di ogni nuova forma di vita, compresi i virus, cerca costantemente la via più veloce e sicura per riprodursi.

La geografia della diffusione ha così seguito le vie principali degli scambi mondiali e nazionali andando a insediarsi nei poli produttivi più fortemente legati alla complessa catena di messa a valore planetaria.

L’”Ebola dei ricchi”, definizione calzante di una consapevolezza che si è imposta gradualmente nei principali Stati come minaccia alla riproduzione dei rapporti capitalistici.

E’ questo sicuramente un altro aspetto, se non proprio inedito, almeno degno di nota.

Il blocco della vita sociale e di parte delle attività produttive è stata una decisione presa certamente a malincuore dai governanti, i cui costi e le cui conseguenze sono ancora tutti da quantificare, una decisione che, per quanto abbiano cercato di posticipare, si è resa indifferibile davanti alla possibilità che il sistema sanitario collassasse, scalfendo inoltre quel poco di fiducia che i governati hanno ancora nelle istituzioni.

Da un po’ di tempo a questa parte, la vita delle popolazioni urbane stava iniziando a subire limitazioni; le mascherine in molti centri urbani asiatici erano già un armamentario necessario per uscire di casa a causa dello smog; l’anno scorso, per esempio, Nuova Delhi ha subito un lockdown del traffico aereo e di quello automobilistico, le autorità invitavano la popolazione a non uscire di casa perché l’aria era velenosa.

Il produttivismo capitalista dava segni di cedimento ben prima di questa epidemia e oramai non solo gli ecologisti sapevano che il livello dei ritmi di produzione e di scambi avevano raggiunto il limite rischiando di far collassare il sistema.

Un problema sicuramente pieno di sfaccettature e complesso quello di un sistema giunto ad un livello di saturazione tale che necessita, per sopravvivere, di essere bloccato.

In prima battuta si può affermare che un problema sistemico non sia per forza un problema avvertito da tutti gli attori, per esempio a riguardo delle emissioni di gas serra, la precaria soluzione è quella di una competizione molto feroce tra gli stati e le grandi multinazionali sulle quote di emissione.

Da questa piccola considerazione si possono intravedere alcuni scenari per il nostro presente pandemico rispetto a improbabili parametri comuni sui futuri blocchi della produzione e alla corsa forsennata per accaparrarsi soluzioni mediche all’avanguardia per competere nei mercati internazionali.La salvaguardia della salute della popolazione produttiva pare ora diventare un parametro necessario alla conservazione del proprio ruolo all’interno del sistema, cessando di essere solo un’istanza di magnati illuminati e green.

A scanso di equivoci, non si vuole qui affermare che si andrà imponendo una versione paternalistica del capitalismo attuale, dove i padroni si prodigheranno a far crescere il benessere nella popolazione oppure che gli Stati riformeranno su parametri universalistici i sistemi sanitari nazionali. Piuttosto si vuole rimarcare l’idea che la salute e l’ambiente necessariamente diventeranno centrali nel decidere le sorti della concorrenza intercapitalistica e, quindi, si imporranno come parole d’ordine a cui a tutti verrà ordinato di sottostare.

III

Se la velocità e l’ubiquità sono ciò che hanno reso questo fenomeno una brutta gatta da pelare per gli Stati, d’altra parte ciò che affligge soprattutto gli sfruttati che occupano il mondo è il suo carattere di massa. Milioni di persone hanno esperito, e stanno facendo esperienza, di cosa significhi vivere in un ambiente antropico ostile alla vita umana, un tipo di esperienza che fino a poco tempo fa era circoscritta ad ambiti di realtà gravemente compromessi.

La possibilità di questa esperienza comune potrebbe dare una materialità a tutta una serie di discorsi prima citati.

Una materialità che è prima di tutto biologica ma che potrebbe sostanziarsi in un atteggiamento di classe.

Non c’è nessun automatismo che lo garantisca, come gli esempi che ci arrivano dai tanti luoghi contaminati di questo mondo ci insegnano. Di certo per molti sfruttati l’obiettivo di riempirsi la pancia oggi potrebbe rendere un po’ più dolce la consapevolezza di produrre la propria morte dopodomani. Ma davanti a un’esperienza di massa potrebbero saltare tutti quegli escamotage individuali per indorarsi la pillola: e l’imporsi dell’idea che non c’è una via d’uscita.

Perchè, in fin dei conti, l’esposizione al rischio sta già svelando l’arcano del cosiddetto distanziamento sociale che non è altro che una rimodulazione della separazione tra le classi.

Se ne sono accorti bene i detenuti di tutto il mondo e i lavoratori costretti a continuare produrre, se ne accorgeranno a breve anche tutti gli altri che saranno costretti a tornare a lavorare e quelli che dovranno affrontare le conseguenze della nuova normalità.

E se la situazione non muta in poco tempo, i ricchi troveranno sicuramente un modo per allontanarsi dalle conseguenze del mondo nocivo su cui basano i loro privilegi.

E’ necessario comprendere come a livello ideologico sia veramente pericoloso l’imporsi di discorsi dall’impronta biologista sull’esposizione e l’allocazione del rischio infettivo. Quei discorsi che tracciano delle linee su parametri biologici, come l’età, per dare o togliere libertà o restrizioni, oppure tutti quelli che lamentano l’eccessivo sovraffollamento o la carenza di norme igieniche come un dato naturale.

Questi discorsi ci spogliano di qualsiasi capacità etica di fronte al problema, poiché riconoscono come sacrificabili alcuni individui. In questo modo tracciano delle separazioni tra coloro che potrebbero almeno desiderare, se non provare, a rovesciare questa società.

Inoltre, in questo modo, scompare la sola e gracile idea emancipatrice di questa malattia: il fatto che l’essere umano riconosca di condividere il medesimo ambiente e che se qualcuno potrà permettersi di salvarsi, per tutti gli altri, ogni giorno di più, anche quando l’epidemia sarà finita, non resterà che respirare la medesima aria.

Anche in questo caso si tratta di intravedere un ambito di intervento, un possibile orizzonte comune e non certo di una formula magica. Difatti potrebbero essere numerosissimi gli esempi di come questa situazione produca anche processi opposti di isolamento, diffidenza reciproca oppure di come in molti permanga l’illusione che questi sacrifici servano a riottenere una vita nuovamente all’altezza dei propri standard di comfort e consumi.

D’altra parte, però, non si tratta di una semplice alternativa tra libertà e paura quanto piuttosto tra libertà di esporsi o meno a un rischio e trovarsi costretti a doverlo fare per sopravvivere.

Non crediamo che svilire le altrui fobie serva a molto in questa situazione quanto piuttosto sarebbe più utile smontare la percezione del rischio che ci viene propinata, totalmente schiacciata sulle responsabilità individuali e sulla paura del corpo dell’altro. Anche perché i tempi che verranno, ci insegneranno che ci sono cose più terribili di cui avere paura.

IV

La versione ufficiale di come affrontare queste problematiche è farcita da una buona dose d’ottimismo.

Un ottimismo di certo propagandato, ma anche condiviso in buona fede da una ampia parte degli sfruttati.

Pare ci sia ancora tempo, tempo per convertire la produzione, per mitigare le conseguenze dell’inquinamento, per trovare cure a chi ne è vittima.

E insomma, proprio perché c’è tempo, l’innovazione tecnologica spinta nella giusta direzione risolverà i problemi mantenendo gli adeguati livelli di produzione, consumo e profitto.

Del resto anche ora in questa pandemia ci somministrano le stesse ricette: attraverso la quarantena cercano di guadagnare il tempo necessario a sviluppare le tecnologie adeguate, non certo per mettere in sicurezza la popolazione, ma per far ripartire il sistema.

Nel grande palcoscenico attuale le posizioni sul cambiamento climatico e sulla pandemia sono quasi simmetriche: da una parte ci sono i negazionisti – ultimamente un po’ in difficoltà poiché si trovano ad affrontare, nello stesso tempo, il crollo del prezzo del petrolio e a dover, a malincuore, bloccare la produzione industriale a causa dell’emergenza sanitaria – dall’altra i cosiddetti sostenitori del Green New Deal che a tutt’oggi sbandierano la possibilità alquanto fantasiosa secondo cui il salvataggio del pianeta e dell’umanità potrebbero convivere benissimo con la ripresa economica capitalista.

Sono effettivamente questi ultimi che da anni cercano di convincerci dell’alto valore dei buoni comportamenti individuali, spacciandoci l’apertura di nuove fette di mercato (dalle borracce, alle auto elettriche passando per le mascherine e il tracciamento dei contatti), come l’unica soluzione a dei problemi sistemici che loro stessi hanno generato.

Il problema non è soltanto quello del recupero delle istanze radicali.

Da scalfire, davanti a questa pandemia, è la speranza che il peggio possa essere posticipato, perché è una speranza che ci toglie il tempo di agire.

Non si daranno soluzioni morbide davanti alle emergenze e, come si vede bene di questi tempi, non c’è, davanti alla paura di morire, nessuna rimostranza che tenga.

La cosiddetta transizione ecologica non sarà di certo un passaggio felice e si manifesterà sempre più come un passaggio necessario alla conservazione stessa dell’apparato produttivo.

Da una parte c’è la portentosa capacità di convincimento di misure che vengono adottate per la sopravvivenza, aventi quindi carattere di necessità, che investono gli Stati di un enorme potere materiale e simbolico – di cui questa crisi sanitaria ci ha dato un buon esempio -; dall’altra ci sono le istanze degli ultimi su cui verranno sempre di più scaricate le conseguenze di questo mondo marcio, ultimi che si troveranno sempre di più a scegliere tra la mera sopravvivenza dettata da un ambiente antropico ostile e le condizioni possibili per vivere una vita che valga la pena di essere vissuta.

La retorica di un crescente benessere che il capitalismo avrebbe pian piano assicurato un po’ a tutti, è ormai morta e sepolta da tempo.
L’immagine con cui le autorità hanno tentato di rappresentare il mondo riservato alla gran parte degli uomini e delle donne, è diventata più simile a una scala a pioli, cui bisogna tentar di restare aggrappati con le unghie e coi denti, per evitare di cadere giù ai tanti scossoni che le vengono dati.
Una scala cui continuano a togliere punti d’appoggio, mentre aumenta il numero di uomini e donne in cerca di un appiglio. La prepotente entrata in scena del Covid19 minaccia di renderla ancor più carica e traballante.
Tenteremo di approfondire la questione in un testo che uscirà a puntate, una a settimana, in cui se ne affronteranno di volta in volta alcuni specifici aspetti. Un testo redatto a più mani, da alcuni compagni che partecipano alla redazione di questo blog e da altri che invece non ne fanno parte. I singoli capitoletti potranno quindi avere uno stile e magari dei punti di vista diversi o contenere delle ripetizioni.
Del resto le possibilità di confrontarsi collettivamente in questi giorni sono notevolmente ridotte e discutere attraverso piattaforme online non è certo la stessa cosa che farlo vis a vis.

Dietro l’angolo pt.5 – Il mondo inabitabile

Cronache da Milano sotto il coronavirus – Salute II

Ormai in Lombardia siamo al giro di boa, sono passati due mesi dall’inizio dell’allarme Covid 19, dalle prime chiusure e dai primi contagiati riconosciuti.

La coperta corta delle risorse sul territorio è stata strattonata a destra e a manca, le strutture sanitarie e le politiche scelte nelle aree più colpite hanno lasciato che un’infezione, che agli occhi di un occidentale pareva irrealizzabile, dilagasse. Nell’Insubria, nel ricco nord est, la guerra al virus è stata persa con migliaia di vittime sacrificabili e con molteplici effetti collaterali. All’alba della fase due la manfrina è cambiata, dobbiamo imparare a con-vivere con il virus, una convivenza in cui le differenze sociali creeranno anche un differenziale del rischio.

A due mesi di distanza ne abbiamo riparlato con chi lavora negli ospedali meneghini, chi usa i ferri del mestiere e chi riesce a dare un sguardo all’ambito sanitario scevro di retorica.

A Milano è andata male ma poteva incredibilmente andare peggio. La fallacia della risposta sanitaria trova spiegazione nella struttura presente e nei meccanismi di routine del servizio lombardo. La maggior parte dei presidi sono privati e la parte pubblica è fortemente depauperata di strumenti, lavorando continuamente sotto stress, dove non esiste capillarità nella distribuzione di cure, ma accentramento.

Le decisioni che amministratori e direzioni sanitarie hanno preso hanno strappato la già sgualcita coperta. Traslochi di infetti nelle Rsa, scarsità di tamponi, oppure tamponi a pagamento, investimenti edilizi al posto di maggior formazione in ambito sanitario, sospensione delle cure per i malati cronici, impossibilità ad avere una diagnosi in questo frangente. Così si sta acuendo e moltiplicando il problema sanitario. 

Qualcuno risponde alle lacune del sistema facendo di testa propria, assieme ai colleghi si organizza per riprendere tutte quelle cartelle cliniche di chi è stato lasciato indietro. Qualcun’altro si domanda come potrà non ripresentarsi più una situazione così critica, se l’origine della malattia e la dinamica del contagio è intessuta nella trama della società in cui viviamo.

 

Cronache da Milano sotto il coronavirus – Salute II

Dietro l’angolo pt.4 – Taglio netto

QUALCHE IPOTESI SU COVID 19 e SUL MONDO IN CUI VIVREMO

Trovarsi con l’acqua alla gola è forse una delle immagini che fino a qualche settimana fa poteva rappresentare meglio le condizioni di vita di molti. A queste latitudini, le differenze tra chi occupava i vari gradini nella parte bassa della scala sociale consistevano per lo più nel riuscire a respirare o trovarsi invece a boccheggiare quando la corrente agitava un po’ le acque.

Il Covid19 è arrivato all’improvviso come uno tsunami.

Ad esserne travolti contemporaneamente sono stati tantissimi e non solo quelli che occupavano gli ultimissimi gradini. L’impossibilità di ottenere qualche tipo di salario sta portando sempre più persone ad annaspare, man mano che si esauriscono le scorte. Le briciole elargite dalle autorità, in svariate forme, più che affrontare il problema servono a far loro guadagnare tempo e a cercar di raffreddare un po’ gli animi, in vista di frangenti che si annunciano se possibile ancor più difficili. Il quadro non è infatti destinato a modificarsi granché anche quando le acque man mano si ritireranno.

Il numero dei disoccupati, sia tra chi percepiva un qualche reddito o salario regolare sia tra quanti riuscivano a sbarcare il lunario saltando da un lavoro all’altro all’interno o ai margini del recinto dell’economia formale, è destinato ad aumentare considerevolmente. L’impoverimento generale legato alla contingenza coronavirus si intreccerà a dinamiche già in corso d’opera.

Uno dei principali fattori in grado di espellere porzioni crescenti di uomini e donne dal mondo del lavoro è senz’altro l’ulteriore salto, a livello d’automazione, legato allo sviluppo della robotizzazione e intelligenza artificiale. Un’automazione che, almeno su un piano tecnico, non sembra avere particolari preferenze rispetto ai settori lavorativi in cui svilupparsi. Sembra infatti che robotica e cervelli sintetici siano già in grado di raccogliere verdura e frutta riuscendo anche a selezionare quella già matura, a organizzare i magazzini della logistica e caricare i camion, a guidare gli stessi camion soprattutto su lunghi percorsi al di fuori dei centri urbani, e ancora a sostituire gran parte degli addetti alla vendita al dettaglio o alla grande distribuzione, o a svolgere attività come imbiancare la facciata di un palazzo, ma anche a svolgere attività più d’intelletto sostituendo in molte mansioni chi lavora in banca, negli studi legali, nel mondo della sanità e dell’istruzione…

Tale elenco delle attività in cui le macchine potranno sostituire in parte o totalmente gli esseri umani, seppure parziale, è utile per farsi un’idea della portata del fenomeno. Alcuni studi affermano che, potenzialmente, nei prossimi 10 anni il 47% delle attività lavorative rischia di subire gli effetti di quest’ulteriore automazione. E del resto se i costi di queste innovazioni continuano a ridursi, sostituire degli esseri umani con dei robot non può che essere economicamente conveniente vista la loro produttività, il fatto che non protestano e non si stancano e last but not least non si ammalano e non fanno ammalare.

L’ostacolo principale, almeno in prospettiva, ad una tale diffusione non sembra essere di natura tecnica. A pesar non poco, accanto agli scenari anche inediti destinati a delinearsi a livello macro, ci sarà la vecchia questione del conflitto di classe e l’esigenza, per le autorità, di mantenere un certo livello di coesione e pace sociale.

Un conflitto sociale, ci sia concesso un breve inciso, destinato a pesare non soltanto in una prospettiva luddista, ma in grado di modificare e stravolgere radicalmente il complesso delle dinamiche che stiamo tentando di descrivere. Di sparigliare del tutto le carte in tavola. Ci rendiamo conto che il quadro che stiamo tratteggiando, non solo in questo capitolo ma anche nei precedenti e in quelli che seguiranno, possa risultare quindi eccessivamente piano, privo di una dimensione essenziale. Come se le politiche di oppressione si sviluppassero in un ambiente vuoto, privo di resistenze e asperità. Per una chiarezza d’esposizione abbiamo però scelto di operare questa artificiale separazione tra strategie e dinamiche di esclusione e la dimensione del conflitto, su cui ci soffermeremo alla fine. Torniamo ora a volgere lo sguardo sulle carte in mano al nemico.

Già da tempo lo stesso termine “disoccupato”, che descrive una condizione – almeno a livello teorico – temporanea, appare sempre più inadeguato a descrivere una condizione che si annuncia essere piuttosto permanente o almeno a corrente alternata. Una questione tutt’altro che terminologica o di pura lana caprina perché presuppone per lorsignori la costruzione di retoriche e strategie radicalmente differenti rispetto a quelle adottate negli ultimi tempi.

Nel corso degli ultimi secoli le condizioni di accesso a determinati ammortizzatori sociali in grado di mitigare la miseria sono rimasti simili nel tempo: l’impossibilità di lavorare – che a seconda dei casi poteva essere imputabile al soggetto inabile o a una dimensione sociale -, l’appartenenza del beneficiario a un certo territorio – per cui i mendici all’interno di una determinata comunità erano soggetti a misure, non certo piacevoli come il lavoro coatto, ma comunque volte alla loro reintegrazione, mentre ai vagabondi erano riservate solo misure strettamente punitive – e l’accettazione della loro propria condizione – che è il vero oggetto di scambio tra Stato e chi percepisce questi ammortizzatori.

Partiamo dall’ultima di queste condizioni, e guardiamo più da vicino cosa i governanti hanno chiesto in cambio ai beneficiari di questi sussidi negli ultimi decenni. Dagli anni ’80 in poi il discorso che si è affermato è più o meno questo: in un mondo del lavoro sempre più veloce la quantità e competenze della manodopera cambiano costantemente, chi lavora deve di conseguenza adattarsi a questa situazione diventando disponibile a impieghi temporanei e un continuo percorso di formazione per tentare di stare al passo con le esigenze della produzione e del mercato. La dichiarazione d’immediata disponibilità ad accettare altre offerte di lavoro o un qualche percorso formativo cui è subordinata l’erogazione di Naspi o Reddito di cittadinanza, rispondono a questo impianto teorico. Nella pratica, per caratteristiche proprie all’economia e alla macchina burocratiche nostrane, questa disponibilità, fortunatamente, rimaneva per lo più sulla carta.

Interessante come uno dei primi casi significativi in cui il cerchio di queste politiche workfaristiche sembra riuscire a chiudersi sia quello recente dei braccianti. Per colmare il vuoto lasciato dagli immigrati stagionali che non possono rientrare in Italia causa coronavirus, c’è chi chiede una qualche regolarizzazione degli immigrati presenti in Italia – non certo per un qualche afflato antirazzista ma perché ritenuti più abituati ai ritmi e alle condizioni di lavoro nei campi – e chi propone invece di inviarci i beneficiari di Naspi o reddito di cittadinanza. Accantoniamo in questa sede la questione di come l’aumento del numero di disoccupati andrà a modificare la gestione dei flussi migratori e quali saranno le conseguenti ripercussioni in termini di conflitti tra manodopera indigena e immigrata. Resta da vedere se questo rimarrà un caso isolato, legato a una contingenza extraordinaria e difficilmente preventivabile, o se invece il notevole aumento di persone senza lavoro, beneficiarie o potenzialmente tali di qualche forma di sostegno al reddito, consiglierà a padroni e governanti di trovare un modo per oliare meglio la macchina workfaristica andando così a spingere ulteriormente al ribasso le condizioni lavorative generali. Sembra in ogni caso difficile ipotizzare che quest’attività possa risolvere i problemi di un numero considerevole di disoccupati, specie quando l’imbuto dell’accesso al lavoro sarà reso ancor più stretto dal processo d’automazione cui abbiamo accennato.

Una dinamica che nel ridurre il numero necessario di braccia e cervelli aumenterà la selezione all’ingresso richiedendo competenze sempre più specialistiche a chi dovrà affiancare le macchine nella loro attività. La mera disponibilità richiesta ai beneficiari di Naspi o reddito di cittadinanza ha quindi un’indubbia funzione disciplinare. Rappresenta quell’accettazione esplicita della propria condizione che è requisito fondamentale per poter entrare, pur restandone ai margini, nel recinto dell’inclusione. L’individuo ideale che l’ideologia workfaristica vorrebbe creare ha le sembianze di un Sisifo che non ha altro orizzonte se non quello di una precarietà che – tra un impiego, una collaborazione e un lavoretto – si ripete eternamente come la propria condizione definitiva.

Con l’ulteriore infoltirsi della schiera di disoccupati, il proliferare di nuove misure di selezione nel mondo del lavoro e l’irrompere di esigenze di natura sanitaria, le politiche workfaristiche sono probabilmente destinate a intrecciarsi ed essere affiancate da altri ordini del discorso e strategie. Alla base delle nuove forme di sostegno al reddito cambierà la logica del do ut des, e non sarà più legata principalmente alla sfera lavorativa: non crediamo insomma che attualmente le autorità abbiano bisogno di far costruire torri per poi farle buttare giù come accadeva in Irlanda ai beneficiari di sussidi durante le carestie del XIX sec.

Un buon esempio della direzione verso la quale potranno essere riorientati i criteri di inclusione può essere il credito sociale cinese. Uno strumento attraverso cui lo Stato, in collaborazione con la piattaforma di e-commerce Alibaba, valuta a chi redistribuire determinati beni sociali e in che misura farlo in base all’affidabilità mostrata dai singoli cittadini. Gli elementi alla base di questa valutazione unitamente ad un’affidabilità diciamo creditizia (pagamento di multe, mutui, bollette etc.) si legano ai più variegati aspetti della vita quotidiana: dall’attenzione nella raccolta differenziata, al tempo passato davanti a dei videogiochi, alle caratteristiche dei propri profili social (con particolare attenzione a possibili commenti sull’operato delle istituzioni naturalmente). A rielaborare questa mole di dati per stabilire il grado di inclusione degli uomini e donne monitorati sono degli algoritmi. È di questi giorni la notizia che anche la mobilità, la possibilità di potersi spostare o viaggiare in tempi di epidemia, dovrebbe rientrare nel paniere di beni da redistribuire in base a queste valutazioni. Consapevoli delle differenze sotto vari punti di vista tra l’Italia, e in generale l’occidente, e la Cina, con questo esempio non vogliamo certo dire che lo strumento del credito sociale verrà mutuato in toto e applicato anche a queste latitudini per delineare i contorni dell’inclusione sociale. Sono diversi però i segnali di come anche qui si stiano riconfigurando in maniera simile il concetto di cittadinanza e parallelamente di nemico: dai criteri sempre più stringenti per poter lavorare in quello che è il comparto pubblico, a una retorica sempre più bellica utilizzata da uomini delle istituzioni per descrivere comportamenti illegali, cui corrisponde un attività legislativa volta a ampliare sempre più la sfera dell’illegalità e estendere l’ombra del carcere ben oltre le mura dei penitenziari con l’aumento di misure limitative della libertà oltre a quelle strettamente custodiali, fino ad arrivare alla recente decisione di negare i buoni spesa a chi è ritenuto colpevole di determinati reati (ad esempio l’associazione a delinquere).

Introiettare una mentalità da Sisifo non è più sufficiente: della società salariale e della coesione sociale che quel mondo riusciva in qualche modo a garantire non resta granché. Con il ridursi del perimetro dell’inclusione sociale i criteri di selezione sempre più stringenti tenderanno a concentrarsi sulla vita quotidiana, nelle sue molteplici manifestazioni.

L’epidemia in corso ci ha catapultato in una situazione che ci sembra renda quanto mai chiare le dinamiche e i criteri relativamente nuovi di selezione che si stanno affermando. Se da un punto di vista strettamente sanitario l’intensità dell’emergenza è certamente proporzionale, come un po’ tutti riconoscono, alla riduzione delle capacità del sistema sanitario nel suo complesso, la speranza che quest’evidenza possa da sola far invertire rotta alle politiche statali in materia è con ogni probabilità destinata a rimanere tale.

Per quanto la natura contagiosa di quest’emergenza sembra possedere una certa capacità di convincimento in questo senso, visto che a livello economico non ci si possono permettere altri lockdown di queste proporzioni e durate, le strategie che verranno adottate ci sembra vadano o almeno proveranno ad andare in altre direzioni, specie in prospettiva. E ruoteranno attorno alla possibilità di permettere a chi ci governa di adottare meccanismi di selezione di chi sarà sacrificabile, in maniera quanto più indolore per il resto della popolazione e soprattutto per le esigenze del Capitale. Meccanismi che andranno a braccetto con i tanto sbandierati test sierologici che affibbiando patenti di immunità di durata e gradi ancora dubbi – veri e propri passaporti da pandemia – , contribuiranno a tracciare una linea d’inclusione su basi genetiche di cui è difficile prevedere gli esiti.

Un criterio di sacrificabilità già adottata del resto, in maniera certo molto raffazzonata per l’impreparazione generale, rispetto a strutture chiuse come le carceri, i Cpr o le Rsa. Se per i primi due la selezione dei sacrificabili è stata operata scegliendo scientemente di far ammalare e nel caso lasciar morire chi si trovava ristretto, guardie comprese, senza adottare strategie alternative per l’importanza strategica e simbolica della carcerazione; nel caso delle Rsa gli anziani e gli operatori sono stati abbandonati al loro destino, dopo che queste strutture sono state riempite di positivi provenienti dagli ospedali, man mano che la coperta si faceva sempre più corta e si è scelto quali porzioni di mondo si potevano lasciar scoperte.

Per affinare questi meccanismi di selezione, oltre a misure e dispositivi materiali efficaci riguardo la necessità di isolare e limitare i movimenti di pezzi della popolazione, sarà necessario costruire un discorso in grado di giustificare e rendere quanto più pacifiche le decisioni adottate. E il discorso neoliberale sulla colpevolizzazione dei poveri, funzionale alle politiche workfaristiche, non sembra del tutto adeguato e con ogni probabilità dovrà essere ricalibrato. A livello di digeribilità sociale un conto è limitare l’accesso a determinati beni e servizi arrivando a causare la morte di chi ne è escluso, come è stato fatto in passato con i tagli alla sanità, un conto invece è isolare e lasciar morire deliberatamente, a causa di un male che per di più minaccia contemporaneamente tutti.

Questo non vuol dire che il taglio delle prestazioni sanitarie smetterà di presentare il suo conto, a cominciare dal collo di bottiglia che si sta già incominciando a intravedere nelle regioni in cui l’emergenza Covid19 ha allentato un po’ la pressione. E in cui l’aver trascurato a livello di cura e diagnosi buona parte delle altre patologie minaccia di produrre conseguenze molto gravi, accentuando le differenze di classe tra chi potrà accedere alle corsie della sanità privata. Emblematico il dibattito che in questi giorni contrappone governo e governatori regionali sul tema sanità: continuare a lasciarla in mano alle Regioni o riportarla sotto l’ala del governo centrale? Un bivio che da una parte conduce a una sanità pubblica uniformemente inadeguata a livello di risorse e dall’altra a un modello federalista in cui alla polarizzazione sociale continuerà ad aggiungersi quella geografica, con Regioni che per la loro fiscalità possono garantire uno standard di servizi un po’ più elevato di altre. Come nel caso del Veneto che si è fatto garante con gli istituti di credito, per l’anticipazione delle casse integrazioni in deroga che a livello nazionale tardano ad arrivare.

Abbandoniamo ora l’ambito sanitario per soffermarci brevemente sul settore dei trasporti pubblici di cui avremo modo di assaggiare a breve le novità. Limitandoci all’ambito urbano, l’unica certezza è che autobus, tram e linee della metro dovranno ridurre notevolmente il numero di viaggiatori per garantire una certa distanza di sicurezza e che questo provocherà enormi problemi man mano che aumenterà il numero di viaggiatori. Che la controparte brancoli nel buio rispetto a come farvi fronte è evidente e il ventaglio di soluzioni di cui si sta discutendo risponde piuttosto all’esigenza di ottimizzare il servizio e riempire per quel che si può ogni singola corsa. Una delle proposte è quella di rendere obbligatoria la prenotazione dei posti e filtrare poi con l’installazione di tornelli chi ha diritto a viaggiare. Elaborando poi i dati di queste prenotazioni, oltre a organizzare le singole corse sarà possibile anche riorganizzare nel suo complesso questa nuova mobilità urbana. Le linee da implementare per soddisfare il maggior numero di prenotazioni e quelle invece da ridurre ulteriormente, tagliando fuori delle zone o almeno degli isolati in cui si è tradizionalmente restii a pagare una corsa, figuriamoci a prenotarla. Una dinamica del resto già in atto, a Torino come in altre città, con la raccolta dati sui viaggiatori paganti garantita dai biglietti bippabili. Facile prevedere poi che le aziende di trasporto, già in rosso da tempo, tenteranno di mettere una toppa alla diminuzione di entrate aumentando prima o poi il prezzo dei biglietti. E già da più parti si ventila l’ipotesi di introdurre “leve tariffarie”, ossia tariffe diverse a seconda degli orari, così da ridurre l’affollamento nelle ore di punta con degli sconti su quelle meno frequentate. E chissà che anche al Ministro dei trasporti nostrano non venga in mente di dichiarare, come il suo collega cileno alla vigilia della rivolta di ottobre, che «chi vuole pagare meno può sempre svegliarsi qualche ora prima, per andare a lavorare». Tra aumento dei prezzi, riduzione strutturale dei posti e selezione di chi si potrà spostare è lecito attendersi che il trasporto pubblico sarà un focolaio di forti tensioni sociali.

Ci sembra superfluo, alla luce del quadro che abbiamo tentato di tratteggiare, soffermarci sulla sensatezza del dibattito tornato prepotentemente alla ribalta in questi giorni su un reddito universale. Indipendentemente dalle varie declinazioni di questa forma di sostegno al reddito – che arriva fino ad esser dipinto come un tassello fondamentale di quel “comunismo di lusso completamente automatizzato” sbandierato in maniera imbarazzante da qualche accellerazionista di sinistra –, l’ipotesi che le autorità assicurino la possibilità di vivere o sopravvivere gratuitamente e indistintamente va nella direzione opposta a quella verso cui ci si era da tempo incamminati e verso cui si sta ora correndo.

Il termine universale, perlomeno nella sua accezione positiva, non solo non è contemplato nelle strategie politiche che daranno forma a questo mondo, ma è destinato a scomparire anche dagli stessi vocabolari cui attinge la retorica politica.

Dietro l’angolo pt.4 – Taglio netto

Prove di lotta ai tempi del corona

Imparare a lottare ai tempi del Coronavirus. Questa l’esigenza al centro del corteo che questa mattina è partito da corso Giulio Cesare 45. Un’esigenza quanto mai impellente viste le crescenti difficoltà economiche che attanagliano tanti e tante, in una spirale che neanche i più ingenui e ottimisti ritengono possa essere fermata dalle iniziative messe in campo dal governo.

Iniziare ad impare a lottare ai tempi del Coronavirus, a partire dal trovare un modo per stare in strada, sentendosi al sicuro da un punto di vista sanitario, e facendo sentire al sicuro chi volesse avvicinarsi. Tutti i manifestanti indossano quindi una mascherina e mantegnono una certa distanza l’uno dall’altro. Chi distribuisce volantini indossa i guanti, e dei pezzi di stoffa usa-e-getta vengono utilizzati per coprire il microfono quando qualcuno vi parla. Attenzioni che accompagnano anche gran parte degli interventi in cui si descrive come comprensibile la paura nello scendere in strada per il timore di contagiare o essere contagiati, ma si ripete con altrettanta insistenza l’importanza di trovare i modi per affrontarla.

Se non ci sono ricette pronte su come fare, per l’assoluta novità di questi problemi epidemiologici, possiamo però esser certi che restare in casa non può essere la soluzione.

Alla lunga, e si tratta di una lunghezza difficilmente misurabile visto che il rischio contagio non sparirà certo con l’inizio della Fase 2 e potrebbero ripresentarsi misure antiassembramento dure a morire, alla lunga, dicevamo, rinchiudersi in questo isolamento e trovarsi da soli a cercar di capire come pagare l’affitto e le bollette, come mettere assieme i soldi per fare la spesa e per tutte le altre esigenze che abbiamo, non farà che aumentare la disperazione e il senso di impotenza.

Rimandare il problema a un futuro quanto mai indefinito non potrà esserci d’alcun aiuto.

Una notevole attenzione e diversi segnali di condivisione e incoraggiamento hanno accompagnato la prima parte del corteo su corso Giulio Cesare fino all’incorocio con corso Palermo. Non appena la manifestazione si è diretta verso corso Vercelli si è trovata alle calcagna alcune camionette della polizia. Allo stesso tempo, alla testa del corteo, è stato sbarrato il passo da un numero ancor più ingente di blindati: alcuni manifestanti sono riusciti a sfuggire alla morsa della polizia e una trentina sono invece rimasti intrappolati. Una trappola che ha fatto saltare tutte quelle misure di distanziamento messe in campo fino ad allora e che ha attirato l’attenzione di numerosi uomini e donne affacciatisi ai balconi e alle finestre per vedere cosa stava accadendo. Dopo un tentativo tanto goffo quanto inutile di portar via microfono e impianto, la polizia si è limitata ad accerchiare i manifestanti mentre altri celerini davano intanto la caccia alle persone sfuggite al fermo. Una situazione di stasi, durata un paio d’ore, che è stata l’occasione per parlare della situazione che stiamo vivendo con i tanti rimasti affacciati ai balconi e con quelli scesi in strada.

Le sensazioni avute in precedenza si sono ulteriormente consolidate in questo imprevisto presidio in corso Vercelli. Dai pollici in alto mostrati da chi non si sentiva di fare di più, agli espliciti applausi provenienti da diverse finestre e balconi, a quanti in strada hanno sfidato il fare minaccioso dei celerini per lanciare delle bottiglie d’acqua o delle merendine o si sono uniti ai tanti cori che intramezzavano gli interventi al microfono. Una solidarietà palpabile che ha permesso di comprendere un po’ meglio l’aria che tira in quartiere, di cui si era già avuto un assaggio domenica scorsa.

Un’aria di cui devono essersi rese conto anche le forze dell’ordine che dopo un primo approccio muscolare hanno optato per una linea più soft, anche se i continui battibecchi tra i dirigenti di piazza mostrano che evidentemente non tutti erano d’accordo. Non accollandosi di caricare tutti di forza sui furgoni e non sapendo bene che pesci pigliare, i questurini hanno alla fine proposto ai manifestanti di lasciarli andar via a gruppi di cinque, distanziati gli uni dagli altri di qualche metro. Le persone bloccate hanno rilanciato chiedendo il rilascio delle due persone fermate nel trambusto e durante le cariche, condizione accettata. Avuta la sicurezza che i due fermati erano liberi, il presidio è tornato ad essere un lungo serpentone, che si è diretto verso corso Giulio Cesare 45, non prima di aver salutato gli uomini e le donne solidali con cui per qualche ora si è condivisa quest’inaspettata esperienza.

Occorrerà continuare a parlarsi e sperimentare forme di lotta in grado di contrastare la miseria che ci si para davanti senza però incrementare il rischio contagio. La manifestazione di oggi è stato un primo tentativo, di certo non esauriente. Una cosa però si respira nell’aria…il coraggio e la voglia di lottare potrebbero diventare contagiose.

 

Prove di lotta ai tempi del corona

Dietro l’angolo pt.3 – Nord sud ovest est

QUALCHE IPOTESI SU COVID 19 e SUL MONDO IN CUI VIVREMO

Saranno innumerevoli gli effetti, i riverberi e gli echi che la presente epidemia di Covid-19 lascerà in seno al consorzio umano, tanto attesi e prevedibili quando impensabili e inauditi. Nelle righe che seguiranno si proverà a seguire una prospettiva che potremmo definire macroscopica. Riteniamo che una mappatura, pur abbozzata, di questo tipo possa essere utile per inquadrare le dinamiche con cui, su un piano più direttamente osservabile, avremo a che fare in un futuro prossimo.

I

L’epidemia ha evidenziato i nervi scoperti del modello di produzione postfordista.

Quello che sembrava il momento più avanzato del capitalismo, non ulteriormente perfettibile, è entrato in profonda crisi dopo appena un mese di blocco pur parziale del mondo. La produzione snella, il sistema just-in-time e gli enormi apparati logistici e comunicativi che sottendono le due principali caratteristiche degli odierni modelli produttivi hanno mostrato inquietanti crepe e debolezze poco prevedibili. Un tale sistema si è dimostrato rivoluzionario in un funzionamento ordinario ma incapace di affrontare battute di arresto indipendenti dal mercato:

  • i famosi colli di bottiglia – gli snodi cruciali dei vari modelli produttivi – sono esplosi;
  • le lunghissime supply chains – che, ironia della sorte, convogliavano innumerevoli linee produttive in Cina – si sono spezzate;
  • la politica no stock si è rivelata tragica (si pensi ad esempio al caso della mancanza di materiale sanitario);

L’impatto sulle economie nazionali già da dieci anni impantanate nelle sabbie mobili della recessione globale sarà devastante. Ci saranno da ripensare a livello locale obiettivi, strategie e modelli produttivi, dal ritorno al settore primario al riavvicinamento del settore secondario. La logistica e il terziario, i cui stati di salute nella crisi e al suo indomani, si trovano agli antipodi, dovranno affrontare implementazioni e sfrondature inimmaginabili.

II

L’epidemia ha colpito soprattutto i modelli economici votati all’esportazione – non più capaci di trovare sfogo alle proprie merci causa lockdown – e quelli votati alla trasformazione di beni prodotti altrove – ritrovatisi con flussi di filiere produttive non più regolari –.

Con uno scenario a medio termine caratterizzato da grande incertezza riguardo a futuri blocchi generali, ad esempio per affrontare contagi di ritorno, sembra plausibile che gli Stati tenteranno da una parte di ricercare nuove alleanze commerciali basate più sulla sicurezza delle supply chains che sul profitto immediato e si focalizzeranno sull’economia interna cercando di mitigare la dipendenza da un mercato internazionale troppo fragile. Tali strategie comporteranno una ridefinizione della competizione intercapitalistica.

Il rafforzamento del settore primario acquisterà un nuovo e antichissimo valore strategico. È bastata qualche settimana di lockdown, con i grandi Paesi produttori che hanno fermato il flusso di molte merci destinate all’esportazione, per vedere schizzare ad esempio il prezzo del grano: e se si pensa che l’Italia importa circa il 62% del suo fabbisogno di grano tenero, non è difficile capire l’importanza del ripensamento strutturale del settore.

Ma la presente emergenza ha portato alla penuria di un’altra merce non banale, il lavoro, perlomeno in quei settori, come l’agricoltura, impreparati o impossibilitati all’adempimento delle direttive anticontagio. Coldiretti già a fine marzo lamentava il fatto che con le frontiere chiuse non sarebbero arrivati gli stagionali che ogni anno garantiscono il raccolto made in Italy. Le soluzioni al vaglio sono un buon prototipo del mondo che verrà, tra proposte di regolarizzazione di massa dei braccianti – che però toglierebbe la possibilità del lavoro nero, sede principale della competitività dei prodotti nazionali – o l’ipotesi di accordi internazionali con Paesi esteri per garantire corridoi sanitari per la forza lavoro straniera, o ancora la mozione di fare lavorare nei campi chi percepisce il reddito di cittadinanza.

Risulta dunque certo che il settore, finora tenuto in piedi da aiuti statali ed europei e basato su forza lavoro migrante e irregolare, sarà costretto a rinnovarsi. Altrettanto sicuro è che l’inevitabile aumento dei prezzi dei prodotti agricoli in un frangente in cui molte persone affronteranno la crisi innescata dal virus potrebbe condurre a conseguenze facilmente immaginabili.

III

Le lunghe catene del valore sono state messe a dura prova: interi comparti hanno dovuto rallentare la produzione a causa della mancanza di questo o quel componente. Il lockdown cinese, ad esempio, ha portato i colossi globali dell’elettronica a ridurre della metà la produzione di laptop per il mese di marzo. Lo stop durante l’istituzione della prima zona rossa dell’italianissima MTA di Codogno, che produce componentistica di precisione per molti grandi marchi automobilistici, ha rischiato di compromettere seriamente il funzionamento delle catene di montaggio di Fiat, Renault, Bmw, Peugeot. Di esempi come questi se ne potrebbero trovare a bizzeffe.

La necessità di accorciare le filiere produttive al fine di evitare shock come questi si unirà alla necessità di incorporare alle aziende madri quelle funzioni che in questi anni sono state esternalizzate a una costellazione di piccole e medie aziende ultra-specializzate, dato che molte di queste, già pesantemente indebitate, non vedranno la luce alla riapertura.

Queste tendenze verosimilmente creeranno spazio per investimenti importanti sul versante tecnologico e innovativo, dando il via libera definitivo ad una ristrutturazione profonda: modelli organizzativi e strumentazioni che, pur al netto della propaganda di stato sulla rivoluzione industriale 4.0, sembrano ancora avveniristici potrebbero plasmare ogni piano della struttura economico-sociale in un futuro prossimo.

Le strategie di gestione della crisi saranno variegate e a tratti contraddittorie. Una possente corsa verso l’automazione sembra far rima con una inferiore richiesta di lavoro vivo. Eppure proprio il lavoro umano sarà, per le sue inimitabili caratteristiche, un ulteriore e conseguente campo sottoposto al ridisegnamento dei margini di sfruttamento. Già da oltralpe un chiarissimo e lucido Geoffroy Roux de Bézieux presidente dell’unione degli industriali francese ha dichiarato che «sarà necessario porsi la questione del tempo di lavoro, delle ferie e dei congedi retribuiti, per accompagnare la ripresa economica». Ma in questi giorni prossimi alla cosiddetta Fase 2 non si fa fatica a trovare dichiarazioni affini da ogni frangia dello sciocchezzaio politico italiano.

IV

Un po’ in tutto il mondo, in queste ultime settimane, sono stati presi d’assalto gli uffici atti alle richieste di disoccupazione, notevole il caso statunitense con più di sessanta milioni di richieste in pochi giorni. L’italianissimo INPS, fiore all’occhiello di un welfare state in via d’estinzione, è andato in panne per la richiesta di buoni spesa goffamente decretati da un governo sempre più simile ad una unità di crisi.

Scene che saremo destinati a rivedere. E con attori inaspettati.

Per ora, nel mezzo della crisi, assistiamo a formule molto creative di assistenza al reddito della popolazione lavoratrice (nei casi migliori, forme di cassa integrazione rispolverate da ere economiche di un passato prossimo eppure lontanissimo).

Ma molte imprese medie e piccole – che sono la carne del tessuto produttivo italiano ma anche la pancia della Confindustria nazionale –, sia nel settore industriale che in quello dei servizi, già pesantemente indebitate prima dell’epidemia, faranno fatica a riattivare macchinari e computer dopo l’arresto inatteso, nonostante i tentativi statali di agevolare prestiti – misura che, senza essere economisti esperti, puzza di malasorte e disgrazia per cosa si è visto in anni passati –.

All’indomani di una stagnazione forzata chi aveva capitali sicuri potrà facilmente ripartire, magari inserendosi nei nuovi spazi di economia produttiva e distributiva (dal tessile alla cosmetica, dal settore automobilistico all’alimentare sono diverse le aziende che sono riuscite a commutare la produzione in brevissimo tempo).

D’altra parte, crescerà la porzione di lavoratori dequalificati o più propriamente espulsi dall’enorme crisi del settore dei servizi (ristorazione, accoglienza, cura della persona). Come ogni crisi, anche questa sarà un’inattesa occasione di ottimizzazione e specializzazione delle dinamiche produttive: al prevedibile calo dei consumi post-epidemia si aggiungeranno quindi misure atte a rendere i servizi più funzionali, all’altezza dei nuovi parametri di consumo, erogazione e sicurezza (d’ora in poi con un occhio anche a quella biologica) che riconfigureranno drasticamente tutto il settore. E il nostro modo di fruirne.

Il celebre e abusato concetto di esercito industriale di riserva assumerà come protagonisti molti di coloro i quali fino a ieri ne erano minacciati. Ma ancora peggio, probabilmente si ingrosseranno le fila di coloro i quali non vi saranno neanche più arruolabili, in quanto incapaci di leggere i rapidissimi mutamenti di paradigma dei modelli produttivi.

Non osiamo immaginare quali saranno le formule con cui si combineranno i rapporti di lavoro a crisi terminata, o meglio, a crisi stabilizzata; da una parte, per quello che riguarda la inclusione forzata, riteniamo piuttosto preciso il concetto, per ora eminentemente sociologico, di working poor. Masse di lavoratori a cui il salario non garantisce gli strumenti di pianificazione minima dell’esistenza.

Per ciò che concerne tutto il resto, beh, i concetti non ci saranno d’aiuto per inquadrarne lo spettro insieme tragico e minaccioso.

V

Il comportamento degli Stati in questa epidemia evidenzia come essi siano indispensabili al funzionamento del capitalismo: un esempio su tutti, lo Stato in caso di pericolo può decidere di sospendere le leggi di mercato, con buona pace del mantra sulla famigerata mano invisibile. Si pensi ad esempio alle misure varate dalle varie banche centrali per tenere bassi gli interessi su prestiti ricevuti dai vari Stati nazione dai vari BCE o FMI. Un neo keynesismo che arriva da voci disparate, anche inaspettate.

Ad ogni modo, è opportuno ricordare che prestiti ed aiuti non sono mai emessi gratis et amore Dei, ma evidentemente come garanzia di profitti futuri soprattutto per chi li eroga. Ogni prestito dovrà essere rimborsato, e al di là delle valutazioni più o meno populiste sul ruolo dei vari fondi monetari, possiamo essere discretamente sicuri che i costi di tale montagna di operazioni parafinanziarie verranno accuratamente socializzati, in maniera diretta o indiretta. I famosi tagli alla sanità e all’istruzione, alla previdenza sociale non sono forse da catalogare in un riassetto dei conti statali? Uno Stato con i conti in ordine di questi tempi non è altro che uno Stato che ha tagliato i rami secchi nei settori non direttamente produttivi, di cui quelli appena citati non sono che l’apice.

VI

L’impatto della disoccupazione di massa su una società fortemente neoliberale in cui le forme di welfare sono state erose negli ultimi trent’anni si tradurrà in un potente attacco alle condizioni di vita di una fetta sempre più grande di popolazione. La transizione dal consumo di massa alla inoccupazione come status normale non sarà semplice né priva di conflitti.

La tenuta degli Stati si misurerà nell’elaborazione di metodi gestionali delle sacche di esclusione in continua espansione.

Un interessante testo risalente a più di dieci anni fa sosteneva, in uno studio di caso, che saranno due le principali strategie di tale contenimento: da una parte il vecchio mercanteggiare sui diritti, che prenderà la forma specifica e inedita della contrattazione di un reddito universale. Dall’altra, l’ancora più vecchia ricetta della reclusione, ovvero la criminalizzazione della miseria e la sua logica conseguenza, la galera.

Tale dicotomia, pur sbrigativa, sembra tuttavia capace di rendere conto di ciò che ad oggi è in cantiere da tempo. L’idea di un reddito d’esistenza è stato un cavallo di battaglia non solo di uno dei partiti attualmente al governo in Italia, ma anche di una certa sinistra con addosso gli ultimi cenci della radicalità. Per non citare una certa produzione accademica genericamente critica.

Balza subito agli occhi come tale strumento, a partire da una banale analisi nominale – reddito di cittadinanza, reddito di sussistenza, reddito minimo universale – porti già nella sua concezione accurate linee di demarcazione e precise relazioni di potere. Riprendendo quindi l’ipotesi delle due strategie di contenimento sociale di cui sopra, vediamo come in realtà non siano due opzioni definitivamente alternative, ma siano una il margine di definizione dell’altra, due misure strettamente intrecciate. Da qui, e lo si vedrà a breve, i destinatari di reddito di base e di restrizioni a vario titolo non saranno persone diverse, piuttosto gli stessi soggetti che, di volta in volta, riceveranno o l’una o le altre.

La retorica di un crescente benessere che il capitalismo avrebbe pian piano assicurato un po’ a tutti, è ormai morta e sepolta da tempo.
L’immagine con cui le autorità hanno tentato di rappresentare il mondo riservato alla gran parte degli uomini e delle donne, è diventata più simile a una scala a pioli, cui bisogna tentar di restare aggrappati con le unghie e coi denti, per evitare di cadere giù ai tanti scossoni che le vengono dati.
Una scala cui continuano a togliere punti d’appoggio, mentre aumenta il numero di uomini e donne in cerca di un appiglio. La prepotente entrata in scena del Covid19 minaccia di renderla ancor più carica e traballante.
Tenteremo di approfondire la questione in un testo che uscirà a puntate, una a settimana, in cui se ne affronteranno di volta in volta alcuni specifici aspetti. Un testo redatto a più mani, da alcuni compagni che partecipano alla redazione di questo blog e da altri che invece non ne fanno parte. I singoli capitoletti potranno quindi avere uno stile e magari dei punti di vista diversi o contenere delle ripetizioni.
Del resto le possibilità di confrontarsi collettivamente in questi giorni sono notevolmente ridotte e discutere attraverso piattaforme online non è certo la stessa cosa che farlo vis a vis.

Se vi siete persi le altre puntate di Dietro l’angolo potete leggerle cliccando qui sotto.

Tra salti e accellerazioni. A mo’ d’introduzione.

Cablaggi di Stato

Torino – IN AGGIORNAMENTO – 4 Compagn* arrestati in strada

DIRETTA RADIO QUI

14.30

Da Facebook:

La polizia ha fermato una persona in corso Giulio Cesare con i consueti modi oltre il vessatorio. Tanta gente è scesa in strada, tanti stanno urlando dal balcone in strada contro le FDO.

Sono arrivate altre volanti di rinforzo e quattro compagni sono stati portati via come bestie e ammanettati.

Chi può e nei modi che ritiene opportuni provi ad avvicinarsi a Corso Giulio Cesare 45

Guarda il video su facebook

oppure

15.15

La celere ora blocca tutto l’isolato e il dispiegamento è variegato tra Polizia e mezzi dell’Esercito

17.24

Verniciati un monumento, una sede della Randstadt e la fermata della metro di Piazza Nizza, bloccato il tram numero 4

Appuntamento alle 18.30 in via Cibrario

Appuntamento alle 18.00 in via Monginevro (non verificato)

Appuntamento alle 17.30 in Largo Saluzzo

Da Radio Blackout

Nel primo pomeriggio la polizia ha fermato due persone in corso Giulio Cesare.

Il fermo, di cui non sappiamo i motivi ma ci sentiamo di poter affermare che non sono quelli riportati dai giornali generalisti, è stato estremamente violento tanto da richiamare l’attenzione delle persone chiuse in casa per il virus. la brutalità delle forze dell’ordine ha portato molte a lasciare l’isolamento casalingo e scendere in strada. Tra le persone che hanno mostrato solidarietà sono state ammanettate e portate via 4 compagn*, ovviamente non tradendo la vocazione al sopruso.

Attualmente tutta la zona risulta bloccata dalle camionette che non accennano ad andarsene.

Aggiornamento delle 17.30:

In strada non c’è più nessuno, attendiamo aggiornamenti sui compagni portati via.

18.00

Da Facebook:

La violenza ormai a briglia sciolta della polizia si è manifestata oggi in maniera esemplificativa in un fermo che aveva il sapore di un’aggressione. Così chiara che in interi isolati di c.so Giulio Cesare a Torino le persone vedendo la scena non sono rimaste zitte e molte sono scese in strada. Tra loro anche quattro compagni buttati a terra, trascinati e portati via da un esercito velocemente giunto a reprimere la situazione. Decine e decine di individui in strada e centinaia dalle finestre hanno inscenato una vera e propria protesta nonostante le difficoltà perché c’è un limite di sopportazione all’ingiustizia e ciò che è accaduto questo pomeriggio lo dimostra.
Ora in strada non c’è più nessuno.
Ciò che è accaduto non passerà però in sordina.
Presto aggiornamenti sui compagni portati via dalle fdo.
Giordana, Marifra, Samu e Daniele liberi!
Tutti liberi, tutte libere!

18.10

Solidarietà anche da Milano

18.50

Blindati su corso Brescia

22.10

In c.so Giulio Cesare è solo l’inizio

10.00

Le persone arrestate hanno l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e favoreggiamento. Attualmente si trovano alle Vallette, il carcere di Torino.

Dietro l’angolo Pt.2 – Qualche ipotesi su covid 19 e sul mondo in cui vivremo

La retorica di un crescente benessere che il capitalismo avrebbe pian piano assicurato un po’ a tutti, è ormai morta e sepolta da tempo.
L’immagine con cui le autorità hanno tentato di rappresentare il mondo riservato alla gran parte degli uomini e delle donne, è diventata più simile a una scala a pioli, cui bisogna tentar di restare aggrappati con le unghie e coi denti, per evitare di cadere giù ai tanti scossoni che le vengono dati.
Una scala cui continuano a togliere punti d’appoggio, mentre aumenta il numero di uomini e donne in cerca di un appiglio. La prepotente entrata in scena del Covid19 minaccia di renderla ancor più carica e traballante.
Tenteremo di approfondire la questione in un testo che uscirà a puntate, una a settimana, in cui se ne affronteranno di volta in volta alcuni specifici aspetti. Un testo redatto a più mani, da alcuni compagni che partecipano alla redazione di questo blog e da altri che invece non ne fanno parte. I singoli capitoletti potranno quindi avere uno stile e magari dei punti di vista diversi o contenere delle ripetizioni.
Del resto le possibilità di confrontarsi collettivamente in questi giorni sono notevolmente ridotte e discutere attraverso piattaforme online non è certo la stessa cosa che farlo vis a vis.

Cablaggi di Stato

Nella crisi sociale attuale la domanda che maggiormente sembra assediare milioni di individui asserragliati è quella su cosa accadrà dopo che la fase più acuta di emergenza sanitaria sarà finita. Il talismano naïf dell’andrà tutto bene non convinceva neppure all’inizio del domiciliamento, figurarsi dopo settimane in cui alla vecchia e nota miseria si sono aggiunte in un sol colpo le esistenze precarie di coloro che non hanno risparmi e le incertezze sul futuro dei “garantiti”, certamente ammaccati da anni di stagnazione ma finora mai privati del fine settimana in centro e delle ferie.

Un pensiero insidioso si è palesato sin da subito: l’affaire coronavirus non prevede un ritorno alla ‘normalità’ che lo ha preceduto. Se questa constatazione ormai radicata non può che essere foriera di una serie di inquietudini comprensibili e umane, non fosse altro per i piccoli sprazzi di bellezza che ciascuno tratteneva nella propria mesta quotidianità o per le rodate tattiche di sopravvivenza, i sovversivi non possono che tentare di vedere delle possibilità nella breccia inferta al Moloch che fino qualche mese fa sembrava non poter essere scalfito. Del resto la consapevolezza che la normalità pre-pandemia sia stata il problema primario non è più appannaggio di sparuti gruppi di sognatori.

Per far sì che non ci si fermi alle consapevolezze sarà però necessario fare i conti con la velocità con cui lo Stato potrebbe riorganizzare la sua riproduzione o di alcune sue propaggini “strategiche”, adattarsi ai nuovi scenari e affinare i propri strumenti. In questo senso, per rispondere alla domanda su cosa avverrà dopo, già si sono tenute numerose tavole rotonde tra governo e amministrazioni locali per la concessione di poteri extra-ordinari e la ridiscussione degli ambiti politici. Contrattazioni politiche, negoziazioni e redistribuzioni di potere, elementi complessi già da tempo sul piatto del federalismo fiscale, ora assumono la dimensione di vera e propria frizione tra alcuni presidenti di regione e il governo centrale. In una disputa su chi applica misure maggiormente adeguate, molti amministratori locali hanno imposto per il contenimento del virus più restrizioni o persino dettami diversi rispetto a quelli dei decreti-Conte, basti pensare alle zone rosse comunali o sistemi di lockdown più ferrei in alcuni territori. Se questo modus operandi si presenta a un primo livello come mossa di governance necessaria nell’emergenza che ha coinvolto in misura differenziata il paese, non si può pensare che non avrà ripercussioni politiche durature e di vasto campo. La richiesta di “pieni poteri” fatta dal piemontese Alberto Cirio, esautorata in lungo e in largo come un’esagerazione, è sicuramente più di un’esternazione mal riuscita. La forte rilocalizzazione politica avvenuta negli ultimi anni, specie per quanto riguarda le principali città, è stata già normata dagli ultimi decreti legge sulla sicurezza. Al ruolo dei sindaci-sceriffo o ai poteri aggiuntivi dati ai prefetti potrebbero presto aggiungersi quelli alle Regioni per far fronte alle varie “calamità naturali”. Poteri che, come ci insegna questo virus, saranno sempre meno basati sulla prevenzione generale per volgersi verso il governo del rischio. In un mondo di incertezza fisica ed economica, il contenimento e lo spostamento straordinario di masse umane per ragioni non più presentate come politiche e con cause rintracciabili, ma di forza maggiore e con un certo fatalismo (malattie, terremoti, crolli, valanghe, innalzamento dei mari), potrebbero entrare come strumento indispensabile nella cassetta degli attrezzi degli amministratori dei territori considerati particolarmente a rischio.

La ridefinizione degli ambiti di governo si inserisce in ristrutturazioni di altro livello in nuce già da tempo. I cambiamenti nel campo della cittadinanza e missione etica dello Stato non tarderanno a evidenziarsi infatti come il più grande sconvolgimento sul lungo periodo e la definitiva fine della modernità.

Negli ultimi anni abbiamo già intravisto un riposizionamento dei confini dell’universalità della tutela dello Stato rispetto a qualche decennio fa. Sappiamo bene come l’accessibilità ai diritti ha sempre risposto a criteri immanenti al ruolo che gli individui svolgono nella valorizzazione del capitale e all’esigenza che ne consegue di interiorizzazione di un sistema di norme basato sulla dicotomia inclusione/esclusione, tuttavia non si può negare come in buona parte del‘900 lo stato sociale sia stato una coperta ampia. Da lì tutta la retorica sull’universalità del diritto al benessere e alle pari opportunità di riuscita sociale garantite da uno Stato finalmente nel suo ruolo di padre di famiglia. Retorica questa che nello stesso momento in cui veniva sbandierata dalla sinistra, era già in procinto di essere spaccata pezzo a pezzo attraverso riforme, riformine e riformette.

L’apoteosi di questa sottrazione inesorabile si è avuta nel passato recente quando i vari diritti raccontati come conquiste si sono trasformati in ambiti di sempre maggior esclusività il cui ingresso, che sia in un’università, in una clinica o in una casa di proprietà, non è che la soglia che divide i cittadini che contano qualcosa, perché profittevoli o particolarmente devoti, dalle masse di individui che accedono ai servizi di welfare ormai solo occasionalmente. L’esempio più lampante è giustappunto quello della sanità pubblica, in cui la possibilità di riuscire a prenotare visite specialistiche è così ridotta da costringere le persone a utilizzare, in caso di aggravamento, i servizi d’emergenza del pronto soccorso.

Questo dimostra che lo Stato nelle sue compagini non è un risultato definitivo, come l’immaginario da fine della storia ha imposto a lungo, ma un continuo scontro di forze reali di cui la democrazia liberale degli ultimi quarant’anni è solo un risultato che ha incluso anche il contentino modestamente generoso dato ai vinti dell’assalto al cielo. Generoso proporzionalmente al rischio sventato di un sovvertimento generale. Non ci porterebbe molto lontano farci cullare dalla retorica dei diritti sociali negati. Non è che una preghiera lamentosa recitata a un dio che ha concesso la manna dal cielo solo quando il rapporto di forza strappato coi denti dagli sfruttati rischiava di mordergli anche il culo. Non essendosi riproposto per decenni quel pericolo alle calcagna, sventato lo scontro sovversivo, lo Stato ha semplicemente riposizionato le sue risorse tra le componenti padronali che gli esercitano maggior pressione, lasciando echeggiare nell’aria solo un piagnisteo socialdemocratico che implora per un diritto ormai solo nominale.

Le difficoltà crescenti nel mondo degli esclusi e di coloro che si trovano nella zona grigia del rischio di povertà non sono tuttavia per le istituzioni un problema di poco conto. La realtà materiale della società è ciò a cui guarda l’ordine prettamente repressivo attraverso la sfera penale. Il nemico per lo Stato ha acquisito nella confusione sociale e nell’indeterminatezza economica del nuovo millennio dei tratti meno identificabili, non più solo quelli del sovversivo, dello sfaccendato o del vagabondo. La ricerca dello sfuggente fattore criminogeno, lungi dall’essere una procedura speciale di polizia, è la stessa che blinda con checkpoint gli eventi urbani, controlla scrupolosamente ogni angolo con la videosorveglianza, presidia permanentemente determinate zone con forze di polizia: è la società stessa ad apparire come pericolosa perché per di più composta da individui non più normati da un lavoro stabile, da una fede partitica o dalla morale del vangelo, non più accompagnati con attenzione da strutture socio-sanitarie o dagli altri sistemi di welfare che ne consentivano la riproduzione in quanto lavoratori e il ricatto in quanto esistenze senza più autonomia.

I sistemi forti di welfare sono quelli che in passato hanno avuto il ruolo di accompagnamento più significativo alla sicurezza sociale, come controllo ramificato della popolazione che agiva ben prima della galera. Lavorare per pagare mutuo e macchina, la certezza di cure serie e costanti, il sogno dell’ascensore sociale per la prole e di una vecchiaia retribuita sono parti di un percorso preciso e ordinato che più generazioni hanno attraversato.

A questo paradigma preciso si è contrapposto quello delle ultime generazioni, non più irregimentate da una promessa di vita stabile e senza mappa per il futuro. L’indeterminatezza sociale è del resto ciò che ha alimentato negli ultimi anni il crescente ruolo della polizia e le legislazioni sulla sicurezza, atte a proteggere dal pericolo rappresentato dagli impoveriti e dagli sfiniti le zone ritenute strategiche per l’economia e per il suo ambiente (centri città, dipartimenti infrastrutturali o industriali, quartieri dei ricchi, parchi naturali protetti).

Da tutto ciò si evince che lo spazio di cittadinanza in cui è piombato il Covid-19 era nella sua sostanza già notevolmente riconfigurato. L’epidemia sembra imponga un momentaneo cortocircuito, e ciò che pare importi generalmente a tutti è la sua fine. Se in questo momento lo Stato si propone nuovamente come il soggetto impegnato a fronteggiare una minaccia universale, si può immaginare che fra poco potrà apparire come colui che ha fatto il necessario o, ancora peggio, l’inevitabile.

Come scrivevamo il cosiddetto governo del rischio, con il suo portato di fatalismo e il suo giustificarsi attraverso forze di causa maggiore, riammanta la legittimità statuale dei suoi significati più antichi per quanto riconfigurati.

E gli esempi ungheresi e sloveni sbiadirebbero, nella loro piccolezza, di fronte ad uno Stato che esercita i suoi poteri non più camuffato dietro il consenso o la rappresentanza democratica ma nuovamente votato alla missione etica della sopravvivenza.

In quest’ottica l’ordine sovrano, in linea con la tendenza degli ultimi anni, si potrebbe applicare come il riconoscimento di cittadini ai soli occupati, per tracciare una linea di inimicizia formalizzata, militare, spaziale e di controllo per tutti gli altri.

Per chi ancora si ricorda dell’assalto al cielo sarebbe la conferma di un fronte di guerra che prima sembrava più rarefatto e che ora si farà più netto e preciso.

Se vi siete persi la prima puntata di Dietro l’angolo potete leggerla cliccando sotto.

Tra salti e accellerazioni. A mo’ d’introduzione.

Dietro l’angolo Pt.2 – QUALCHE IPOTESI SU COVID 19 e SUL MONDO IN CUI VIVREMO