Ad alta voce

Alternativa. Detto semplicemente: di fronte ad un virus o a qualsiasi disastro, non esiste gestione di massa che possa essere anti-autoritaria. Quali che siano le buone intenzioni di chiunque intenda occuparsi di tutti e di ciascuno, resterà un pastore che trasforma gli altri volenti o nolenti in greggi. In un rapporto anarchico in cui prevalgano la libertà, la reciprocità e l’unicità, l’auto-organizzazione generalizzata degli individui non sopporta nessuna uniformità, nessuna gestione, nessuna separazione delegata a specialisti, nessuna soluzione (ancor meno tecnica o medica) valida per tutti, e diciamolo un po’ crudelmente: nessuna efficacia quantitativa. Ciò che conta non è la certezza o la sicurezza, non è la data di una morte inevitabile da quando siamo nati, ma la qualità individuale, piena ed intera, della vita così come ognuno intende esplorarla. Di fronte al Covid-19 come ad ogni cosa, la prospettiva anarchica è quella di auto-organizzarsi in completa autonomia dalle istituzioni per prendersi cura gli uni degli altri a livello individuale e di coordinamento, e di continuare a minare le fondamenta del dominio.
Reclamare di fatto un confinamento (e domani un deconfinamento) diverso — quando non addirittura lo stesso dello Stato —, reclamare uno sfruttamento e un’istruzione po’ più o un po’ meno a distanza, ovvero sbirri più disarmati e prigioni più vuote, non significa battersi per la libertà. Significa promuovere un’autorità alternativa, una mera riconfigurazione dello stesso anziché la sua spietata distruzione. Non è altro che un miserabile realismo senza mezzi che non spinge fino in fondo il suo spaventoso ragionamento. In alto i cuori! Elencate in maniera un po’ dettagliata le aziende non essenziali che lo Stato dovrebbe ancora chiudere, secondo voi. Per parte nostra, è l’intera economia che vogliamo rovinare. Continuate a stabilire chi deve uscire immediatamente dal carcere, e di conseguenza chi deve rimanerci. Per parte nostra, lo vogliamo raso al suolo con tutti fuori. Spiegateci infine quali misure di polizia militante sarebbero previste contro tutti i refrattari a un confinamento alternativo o ad un tracciamento bio (nessuna gestione di massa senza monitoraggio, giusto?, altrimenti è l’anarchia).
Quando non ci si limita a parlare, essere favorevoli a misure di confinamento di massa, a queste o ad altre più indolori, cioè a misure di reclusione collettiva, non può che significare disciplina, controllo e amministrazione degli individui, oppressione delle loro varie possibilità di auto-organizzazione autonoma, e repressione dei refrattari. Il tutto nel nome dell’emergenza e del bene comune, ovviamente.
Altrove. Pandemia globale e accettazione sociale. Nessun Gran Confinamento nei Paesi Bassi, in Svezia e in Germania. Autodisciplina? Scienziati lunatici? Chiari interessi economici di fronte alla Cina o agli Stati Uniti che non si sono affatto fermati? Tanto meno un Gran Confinamento prolungato in altri continenti, dove la sopravvivenza nell’economia informale non è sufficientemente garantita dalle briciole statali. Là c’è il coprifuoco di notte o dal pomeriggio ma si lascia sopravvivere di giorno, là si cerca di confinare alternando, una settimana su due, uomini o donne, prima una zona poi un’altra… Là come dappertutto lo Stato improvvisa senza dirlo, militarizza per mantenere il potere, scientifizza come gli viene, propaganda per indorare la pillola. Spettri di moti per fame. Spettri di guerre civili. Gestione autoritaria pragmatica che si adatta in base alla resistenza che pensa di trovarsi davanti. Là come qui, d’altronde.
Attaccare. In un periodo come questo, in cui lo Stato e il capitalismo si ristrutturano piuttosto rapidamente, ma non sono pertanto garantiti della stessa stabilità per affrontare le nuove turbolenze sociali che potrebbero sorgere, non restare confinati e attaccare è più che mai importante. Oltre ai loro dispositivi di controllo e sorveglianza, gli snodi di circolazione di energia e di dati rimangono un obiettivo fondamentale in un momento in cui la pandemia tecnologica è parte integrante di tale ristrutturazione.
Detenzione. Tutte e tutti reclusi nella grande prigione sociale. Il tipo, la dimensione e il colore delle gabbie possono variare ed accavallarsi come tante bamboline russe. Ospedali psichiatrici, campi di lavoro, centri per stranieri, caserme di addomesticamento, campi profughi, templi della sottomissione, laboratori del consenso, celle familiari o galere. È da queste ultime, dove le condizioni sono più drammatiche, che continuano a partire segnali di fumo in tutto il mondo. Contro il confinamento dapprima per la fine dei colloqui, poi per il timore di venire contaminati e quindi di morire tra quattro mura sovraffollate, infine per esigere la libertà, come campeggiava su uno striscione degli ammutinati della prigione di San Juan de Pasto (Colombia). E noi, qui fuori, che pensiamo che la libertà consista nell’auto-recluderci e nell’obbedire agli ordini del potere, noi che non abbiamo né sbarre che offuscano l’orizzonte, né filo spinato che lacera la nostra carne, né garitte di sentinelle che ci sparano a vista, non abbiamo proprio nessuna struttura da devastare, nessuna gabbia da incendiare?
Domani. Il deconfinamento sarà sicuramente solo un altro momento del confinamento e durerà per molti lunghi mesi. Sarà forse un po’ meno duro per i cittadini più lavoratori e più esemplari, ma certamente più duro per tutti gli altri, tracciando nuove linee di demarcazione tra i due. Permessi di circolazione interna differenziati, esami obbligatori del sangue o della temperatura, tracciamento digitale incrociato, quarantene obbligatorie, controlli di identità abbinati a una schedatura sanitaria, limitazione degli assembramenti, mascherine nei trasporti, lavoro forzato per rilanciare l’economia, incremento della caccia ai potenziali ri-contaminatori. E frontiere sempre sbarrate al di là dei soli indesiderabili, come con la Spagna che intende farlo per tutta l’estate allo scopo di prevenire una seconda ondata di epidemia in autunno.
Gregge. In fin dei conti, alcuni ritengono che la maggioranza degli individui saranno colpiti da questo nuovo virus. I giochi di confinamento e di deconfinamento non servono quindi ad evitare una contaminazione generale (ci vorrebbe una gestione alla cinese per questo, come minimo) ma sono piuttosto misure di massa destinate a rallentarne la progressione, stabilizzando i picchi ospedalieri pur mantenendo l’economia a galla. Più ci sono persone che restano a casa, meglio lo Stato può gestire la disorganizzazione temporanea nell’industria e i servizi che ritiene importanti grazie ai suoi indispensabili scagnozzi armati. Il confinamento/deconfinamento è anzitutto una questione di continuità e di mantenimento dell’ordine, non di protezione di una popolazione da cui si prepara a difendersi in caso di crisi sociale derivante da una crisi sanitaria. Quanto al virus, gestisce il gregge sperando che una parte sufficiente della popolazione (60%) finisca, certo il più lentamente possibile, per essere definitivamente immunizzata in modo che cessi di diffondersi non trovando più ospiti (il che è una ipotesi molto relativa, dato che la durata di vita degli anticorpi contro il Covid-19 pare sia breve, portando piuttosto a prevedere una serie di ondate infettive). E qualora ciò non accada, lo Stato intende gestire il suo gregge con lo stesso genere di misure drastiche fino all’arrivo promesso per il 2021 di un futuro eventuale vaccino (il che, tra l’altro, significa inoculare artificialmente parte del virus, senza alcuna garanzia che gli anticorpi perdurino abbastanza a lungo o che l’originale non muti).
Dal primo confinamento iniziale per la paura e la servitù volontaria fino ai deconfinamenti mediante algoritmi in camice bianco, con svariate spole di andata-e-ritorno, siamo molto lontani dall’uscire dal rifugio. Per sfuggire alla statistica dei grandi numeri, forse bisognerebbe cominciare a ribaltare il tavolo senza attendere nulla dal potere, e non comportarsi più come un gregge che si considera vivo solo perché non è morto.
Guanti. Per proteggersi dalla porta che si spacca. Dalla rete metallica che si trancia. Dalla merce che cambia rapidamente di mano. Dalla vetrina che si sfonda. Dall’obiettivo che si incendia. Guanti e mascherine per proteggersi dalle impronte digitali e dal DNA, per mantenere una distanza vitale dai laboratori scientifici del virus poliziesco.
Pompieri. Qua una parte della testa del corteo parigino distribuisce mascherine protettive ai vigili, in Cile una parte della Primera Linea pulisce la metropolitana. Supermercati da espropriare? Metropolitane da incendiare? Dopo, sì dopo, i domani canteranno. Forse. O per niente. Quando il governo concederà più permessi di uscita. Nell’attesa si autogestisce il confinamento. Si umanizzano le carenze dello Stato. Auto-organizzarsi per attaccare gli sbirri, saccheggiare i magazzini alimentari o sabotare le arterie tecnologiche della prigione sociale sarebbe troppo rischioso. La rivolta potrebbe essere più contagiosa del virus, chi lo sa? Pianificatori del male minore. Contro-potere tutto contro il potere.
Primavera. Il meteorologo che ti insulta tutti i giorni prevedendo un tempo radioso prima di intimarti a restare in casa. Le nuvole al cesio della foresta di Chernobyl, in fiamme da una settimana, sarebbero forse più convincenti. Ma, come è noto, si fermano alle frontiere.
Responsabilità. Non si può essere responsabili del passato che esisteva prima di noi, né di tutti gli esseri umani che popolano la terra, il continente, il paese, la regione, la città, il villaggio, il quartiere, il vicinato. Per contro, nonostante l’oceano di dominio in cui ci bagniamo — un oceano imposto dalla servitù di molti e la repressione degli altri — si può essere responsabili delle proprie azioni per combatterlo. Laddove ogni vita è sacrificata sull’altare del profitto e dell’autorità, la sola responsabilità individuale possibile in rapporto a ciò che ci circonda è la coerenza tra l’idea anarchica che ci muove e i nostri atti che la rendono viva. Nessun piccolo gesto salverà il pianeta, nessun auto-confinamento impedirà la propagazione del virus. Identificare il nemico nel progresso industriale, la tecnoscienza o lo Stato colpendo le loro strutture senza riprodurre i loro meccanismi di dominio, sarebbe viceversa già più salutare. Sempre che si intenda salvare qualcosa, ovviamente.
Ritorno alla normalità. Non ci sarà questo genere di ritorno all’indietro. Perché noi non lo vogliamo (la normalità che c’era prima era già il problema). Perché neanche loro lo vogliono (ah, era ancora pieno di rigidità troppo umane e di piccoli formalismi, questo prima). Perché la normalità è il gigantesco laboratorio del presente, con i suoi droni e la sua sopravvivenza digitale, con i suoi militari e il suo forsennato produttivismo. Perché come è stato detto che il XX secolo in realtà è iniziato nel 1914 con la Prima grande macelleria industriale mondiale, il XXI secolo ha appena realizzato una svolta definitiva nell’attuale anno 2020, con conseguenze ancora incerte per tutti. Sta a noi fare in modo che tutti i loro calcoli e previsioni del nuovo ordine tecnologico deraglino per sempre.
Stato. Ad eccezione di noti imbecilli i quali ritengono che incoraggiare a spezzare il confinamento equivalga a negare la contagiosità del Covid-19 o ad assumere un gesto infantile di sfida, è ovvio che nessuna azione o auto-organizzazione (in diversi ambiti) possa realizzarsi virtualmente. Per di più, il confinamento di massa è strutturalmente una misura resa possibile da una gigantesca concentrazione autoritaria di forza e mezzi che rimanda direttamente allo Stato. Di fronte a una minaccia così generalizzata contro cui si atteggia a sovrano protettore dei piccoli come dei grandi, si può persino immaginare che risulterà quello che ha fatto, malgrado gli errori, il minimo necessario, o ancor peggio, l’inevitabile, preservando e organizzando la sopravvivenza della maggior parte delle persone pur sospendendo alcuni diritti di base. Quest’ultimo terreno non è certo quello dei nemici dell’autorità, da tempo avvezzi a questi giochi d’equilibrio sospesi tra emergenze decretate dall’alto e intensità della guerra sociale. Se si desidera ardentemente distruggere lo Stato, attaccare la sua onnipotenza confinante che esacerba e rafforza i rapporti di servitù come di cittadinismo, una prospettiva anarchica non può che lottare per una libertà smisurata.
Vivere. Tutto c’era già e tutto accelera. Il che significa respirare in un mondo costruito su fiumi di sangue, di sofferenza, di miseria, di guerre e di avvelenamento generalizzato del vivente. Morte lenta o morte rapida. Vita sospesa e insulsa sopravvivenza dappertutto. «Non potete ucciderci, perché siamo già morti». Rivolta cabila, davanti ai militari, 2001, all’inizio del millennio. «Ci hanno tolto così tanto che ci hanno rubato persino la paura». Sollevamento cileno, davanti ai militari, 2019, venti anni dopo. Era prima. Quando eravamo di fronte a qualcosa di visibile, di palpabile e di attaccabile. Non una dose radioattiva o un microrganismo. Eppure, i rapporti sociali sarebbero magicamente scomparsi con questo Covid-19 che non è una catastrofe naturale? Si muore globalmente di questo nuovo virus oppure del mondo che lo genera consentendo la sua rapida proliferazione in tutto il pianeta: massiccia deforestazione, metropolizzazione e concentrazione urbana, cibo industriale standardizzato, ingestione ad alte dosi di chimica farmaceutica, avvelenamento senza precedenti della terra, dell’acqua e dell’aria, ipermobilità, ecc.? Uscire per fermare tutto piuttosto che contemplare il disastro dietro uno schermo è allora proprio il minimo se si desidera un mondo totalmente diverso. Meglio vivere in libertà che morire confinati. La rivolta è la vita.

[Avis de tempêtes, n.28, 15 aprile 2020]

Encadenado a la corona

«La tiranía más temible no es la que toma la forma de arbitrariedad, es
la que está cubierta por la máscara de la legalidad»
A. Libertad, 1907

Con la epidemia de Covid-19 que se extiende por todo el mundo y las
medidas drásticas que se suceden una tras otra desde China a Italia, una
de las primeras preguntas que se le ocurre es preguntarse quién, entre
las gallinas de la autoridad y el huevo de sumisión, actualmente está
haciendo el mayor daño. Esta aceleración abrupta del estado de
controles, prohibiciones, cierres, militarización, obligaciones,
atentados con medios de comunicación, zonas rojas, definición de las
prioridades de los muertos y los que sufren, requisas, confinamientos de
todo tipo, típicos de cualquier situación de guerra o catástrofe, no cae
de hecho. del cielo Prospera en tierras en gran parte aradas por las
sucesivas renuncias de los valientes súbditos del Estado a cualquier
libertad formal en nombre de la seguridad ilusoria,
Como cantaba un anarquista hace casi dos siglos, ser gobernado es, en
principio, equivalente a «ser visto, inspeccionado, espiado, dirigido,
legislado, regulado, cercado, adoctrinado, catequizado, controlado,
estimado, valorado, censurado, ordenado», y esto «Con el pretexto de
utilidad pública y en nombre del interés general». Que la dictadura sea
obra de uno solo, de un grupo pequeño o de la mayoría, no cambia nada;
que no está animado por el vicio o la virtud; ya sea en épocas de
epidemia de domesticidad tecnológica o más trivialmente en épocas de
influencia ciudadana o policial ni siquiera. Cualesquiera que sean las
apariencias protectoras adoptadas por el gobierno de los hombres y las
cosas del momento, cualesquiera que sean los pretextos de seguridad en
los que se basa, cada gobierno es por naturaleza un enemigo de la
libertad, y la situación en progreso no nos demostrará que estamos
equivocados. A esta banalidad básica que deleita a los adoradores del
poder de arriba y hace brillar los ojos de quienes lo anhelan a
continuación, agregamos que ni siquiera hay pastores sin rebaños: si la
existencia misma de una autoridad centralizada en forma de estado lo
permite Ciertamente, la repentina imposición de arresto domiciliario en
una escala sin precedentes para sectores enteros de la población aquí y
allá, sin embargo, es una servidumbre voluntaria en gran parte
integrada, preparada y constantemente renovada para hacer posible este
tipo de medidas y, sobre todo, efectivo. Ayer en nombre de la guerra o
el terrorismo, hoy en nombre de una epidemia, y mañana en nombre de
cualquier catástrofe nuclear o ecológica. A esta banalidad básica que
deleita a los adoradores del poder de arriba y hace brillar los ojos de
quienes lo anhelan a continuación, agregamos que ni siquiera hay
pastores sin rebaños: si la existencia misma de una autoridad
centralizada en forma de estado lo permite Ciertamente, la repentina
imposición de arresto domiciliario en una escala sin precedentes para
sectores enteros de la población aquí y allá, sin embargo, es una
servidumbre voluntaria en gran parte integrada, preparada y
constantemente renovada para hacer posible este tipo de medidas y, sobre
todo, efectivo. Ayer en nombre de la guerra o el terrorismo, hoy en
nombre de una epidemia, y mañana en nombre de cualquier catástrofe
nuclear o ecológica. A esta banalidad básica que deleita a los
adoradores del poder de arriba y hace brillar los ojos de quienes lo
anhelan a continuación, agregamos que ni siquiera hay pastores sin
rebaños: si la existencia misma de una autoridad centralizada en forma
de estado lo permite Ciertamente, la repentina imposición de arresto
domiciliario en una escala sin precedentes para sectores enteros de la
población aquí y allá, sin embargo, es una servidumbre voluntaria en
gran parte integrada, preparada y constantemente renovada para hacer
posible este tipo de medidas y, sobre todo, efectivo. Ayer en nombre de
la guerra o el terrorismo, hoy en nombre de una epidemia, y mañana en
nombre de cualquier catástrofe nuclear o ecológica. La existencia misma
de una autoridad centralizada en la forma de un estado ciertamente
permite la imposición repentina de arresto domiciliario en una escala
sin precedentes para sectores enteros de la población aquí y allá, sin
embargo, es una servidumbre voluntaria en gran parte integrada,
preparada y constantemente renovada para hacer este tipo de medidas
posibles y sobre todo efectivas. Ayer en nombre de la guerra o el
terrorismo, hoy en nombre de una epidemia, y mañana en nombre de
cualquier catástrofe nuclear o ecológica. La existencia misma de una
autoridad centralizada en la forma de un estado ciertamente permite la
imposición repentina de arresto domiciliario en una escala sin
precedentes para sectores enteros de la población aquí y allá, sin
embargo, es una servidumbre voluntaria en gran parte integrada,
preparada y constantemente renovada para hacer este tipo de medidas
posibles y sobre todo efectivas. Ayer en nombre de la guerra o el
terrorismo, hoy en nombre de una epidemia, y mañana en nombre de
cualquier catástrofe nuclear o ecológica.
La emergencia y el miedo son los únicos asesores para los durmientes
aterrorizados que, una vez privados de cualquier mundo interior propio,
se refugiarán en un reflejo condicionado hacia lo único que saben: en
los brazos musculosos de Dad-State y bajo las tranquilizadoras faldas de
Mamma-la-Scienza. Un trabajo diario llevado a cabo no solo por varias
décadas de represión de los refractarios al orden de dominación (del
asalariado, de la escuela, de la familia, de la religión, de la patria,
del género) a partir del último intento de asaltar el cielo en los años
70 , pero también por el conjunto de autoritarios y reformistas que
nunca dejan de querer transformar a los individuos en bandadas, de
acuerdo con un mundo que combina perfectamente la atomización y la
masificación.

«Para el individuo, no hay necesidad dictada por la razón de ser
ciudadano. En efecto. El estado es la maldición del individuo. El estado
debe desaparecer. Es una revolución en la que con mucho gusto
participaría. Destruya el concepto de estado en su totalidad, proclame
que la libre elección y la afinidad espiritual son las únicas e
importantes condiciones de cualquier asociación y obtendrá un principio
de libertad que valdrá la pena disfrutar »
H. Ibsen, 1871

Aproximadamente diez años después de hacer esta observación en una carta
enviada a un crítico literario, el dramaturgo noruego Henrik Ibsen, que
vivió oficialmente en una anualidad, escribió una obra que habría
inflamado a ciertos anarquistas: un enemigo del pueblo. La historia
tiene lugar en un pueblo cuyas aguas están contaminadas por una bacteria
letal, lo que provoca una disputa entre los dos hermanos, el médico y el
prefecto, que fundaron el spa local. ¿Debería cuestionarse su rico
futuro, sí o no, creando las obras desastrosas del sistema de agua de la
aldea, advirtiendo a los habitantes del peligro? Después de convencer a
la multitud de detener todo, el buen doctor verá a este último volverse
contra él bajo la presión de los notables y la influencia del periódico
local, y terminará solo en contra de todos. Pero no te dejes engañar. En
este trabajo, Ibsen no tenía la intención de alabar la verdad de la
ciencia frente al oscurantismo o al mercado (ese mismo año, 1882, la
crítica póstuma de Bakunin derevuelta de la vida contra la ciencia ),
pero para denunciar la tiranía de la «mayoría compacta», de esa masa
versátil que se balancea de acuerdo con los intereses de los poderosos.
Ha pasado más de un siglo desde este éxito teatral que ahora parece ser
de otra galaxia, y el matrimonio entre la razón del estado y la ciencia
de la razón ha demostrado ampliamente todo el horror que fue capaz de
provocar, desde masacres industriales, militares y militares. energía
nuclear masiva dentro y fuera de las fronteras, hasta el envenenamiento
duradero de todo el planeta y la conexión regimentada de las relaciones
humanas. En un mundo globalizado donde los humanos están constantemente
en medio de una reestructuración tecnoindustrial que perturba cualquier
percepción sensible (desde la antigua separación entre lo que se produce
y su propósito hasta el significado de la realidad misma), lo que queda
entonces para los desposeídos cuando ‘ desconocido de un nuevo virus
mortal? Aferrarse a las estadísticas fluctuantes que afirman que
aproximadamente el 70% de la población se verá afectada por Covid-19,
que solo el 15% de los afectados sufrirán síntomas más o menos graves, y
que el 2% morirá en función de la vejez y la vejez. condiciones de salud
anteriores? ¿Seguir como siempre las órdenes de poder que ya gobiernan
cada supervivencia desde el nacimiento hasta la muerte, entre el
chantaje del hambre y el de la prisión, esperando el clima en el que los
administradores de las causas resuelven las consecuencias?
Cuestionándonos acerca de la diferencia entre supervivencia y vida,
entre la cantidad de vida que disminuye inexorablemente hasta su
extinción desde el momento en que naces, y su calidad, lo que queremos
hacer aquí y ahora, independientemente de su duración que no se conoce
de antemano? Una cualidad que también puede cuestionarse cuando se
separa de cualquier aspiración a la libertad, cuando está dispuesto a
ser encarcelado voluntariamente con un simple chasquido de los dedos del
líder.
Dado que, en lugar de sorprenderse por el manejo chino autoritario y
tecnologizado de la epidemia de Covid-19, así es como 60 millones de
italianos se rindieron de la noche a la mañana del 9 de marzo, al más
mínimo espíritu crítico que aceptaba el » Me quedaré en casa » , decretó
el estado durante al menos cuatro semanas después de probar el
establecimiento de una inmensa zona roja que dividió al país en dos. Al
momento de escribir este artículo, este tipo de medidas de cuarentena
rigurosas a gran escala se ha extendido a España (47 millones de
habitantes), mientras que Portugal, Rumania, Serbia y los Estados Unidos
acaban de declarar un estado de emergencia, con todo eso esto implica en
términos de coerción hacia lo irresponsablequien se atrevió a desafiar
el gran período de prisión regulado con permiso para circular entre lo
que en última instancia constituye la base: hogar-trabajo-supermercado.
Para dar una idea de la secuela, el ejército asistido por drones acaba
de desplegarse en España en las estaciones y calles de las grandes
ciudades (policía militar y miembros de la Unidad Militar de Emergencias
, UME), lo mismo en Italia con 7000 soldados. quienes nunca los
abandonaron desde la operación Safe Roads de 2008, y tantos que están en
alerta máxima en anticipación de los disturbios cuando el pico de
contagio llega al sur de la península. Cada país también podrá mantener
por el momentosus pequeñas peculiaridades en términos de permisos de
lugares públicos «no esenciales» para mantener una migaja de fachada
democrática (quioscos y perfumerías en Italia, comerciantes de vino y
hoteles en Francia, mercados y peluquerías en Bélgica), pero sin ninguna
ilusión. sobre su duración.
Estamos presenciando un movimiento de unidad nacional que afecta la
mayoría de las áreas de la vida (supervivencia) en torno a un orden que
se ha dado carta blanca, y esto en un nivel sin precedentes en la
mayoría de los países occidentales desde la Segunda Guerra Mundial. Un
ejercicio de servidumbre voluntaria que había sido bien preparado y
realizado a pequeña escala por las diversas emergencias de «terrorismo»
o «catástrofes naturales» en los últimos años en varios lugares, pero
nunca tanto y con tanta intensidad. Y no hay duda de que es probable que
este ejercicio dure mucho más de lo anunciado, abriéndose a nuevas
situaciones que aún son difíciles de anticipar o predecir.

«El aire está inmóvil. ¡Qué lejos están las aves y las fuentes! Solo
puede haber el fin del mundo, más allá »
A. Rimbaud

Frente a lo que el rebaño puede hacer mejor, hacer entregas, también hay
una serie de individuos que no tienen la intención de presentar tan
fácilmente, por varias razones, otros que ciertamente tratarán de
encontrar agujeros en los dispositivos de confinamiento una vez que el
efecto se haya disipado desorientación (y con la ayuda del aburrimiento
de la auto reclusión), además de aquellos buenos espíritus que tienen la
intención de continuar su trabajo incesante para socavar la dominación o
aprovechar las oportunidades que se abren.
Después de todo, ¿por qué el virus de la autoridad no puede usar el
miedo como siempre lo ha hecho, incluso a costa de exacerbarlo o crearlo
según sea necesario, no solo para intensificar su control sobre los
cuerpos y las mentes, sino también? especialmente para reforzar el
veneno de una sumisión ante un evento inesperado que, al escapar, puede
barajar las cartas ?
¿Qué podría ser más seguro para el poder de una guerra en la que la
unión sagrada, la religión y los sacrificios sueldan a una gran parte de
la población a su alrededor? pero aún más incierto que una guerra
perdida o incapaz de liderar, con un descontento inicial no de oposición
sino de contestación por una mala gestión o un precio demasiado alto a
pagar, lo que a su vez puede conducir a un comienzo Una discusión más
global, si los intentos revolucionarios después de la Primera Guerra
Mundial en los imperios derrotados (Alemania, Rusia, Hungría) todavía te
dicen algo. Se nos dirá que los tiempos han cambiado y que, al menos,
existía una utopía sustitutiva de la existente. Pero esto no significa
que un estado occidental contemporáneo abrumado por el pánico de la
supervivencia,Brigade des réseaux franciliens ) al crear oportunidades,
o por disturbios en ciertas áreas o categorías de la población, y todo
esto dentro de una economía debilitada *, se enfrenta a una nueva
situación que incluso podría salirse de control.
En materia de pacificación social y de conflicto, es algo conveniente
para cualquiera ver las cosas como les conviene o solo lo que se les
presenta en la nariz, y aún más cuando la información difundida por los
portavoces del poder se vuelve cada vez más avariciosa. más evidente en
tiempos de crisis o inestabilidad donde todos cierran las filas. ¿Pero
quién alguna vez pensó que los periódicos o las redes sociales¿fueron el
reflejo de la realidad, o que cuando no dicen nada sobre el antagonismo
en curso, excepto para transformar su significado o alardear de algún
arresto, no pasa nada? Aun sabiendo que es solo al comienzo de un nuevo
período que se abre y podría durar meses, sin seguir ninguna trayectoria
en línea recta, uno de los primeros signos de revuelta provino de las
cárceles italianas, ¡y cómo! Tras las medidas tomadas por el estado
contra la propagación de Covid-19 y también en relación con las cárceles
(prohibición de conversaciones, represión de la semi-libertad y
actividades internas), los primeros asesinatos estallaron el 7 de marzo
y se extendieron a Una treintena de cárceles de norte a sur en tres
días. Al menos 6000 prisioneros se rebelaron: guardias o personal tomado
como rehén,
En otro orden de ideas, siguiendo el gran encierro decretado en los
Alpes, donde cada individuo que está fuera de casa debe tener una
autocertificación (una declaración en la palabra) que certifique la
razón, marcando la casilla entre el trabajo, la salud y otros muy
limitado a las únicas necesidades autorizadas por el Estado (como ir de
compras o sacar a pasear al perro, pero solo y en su propio vecindario),
este último divulgó los datos relacionados con los primeros días del
toque de queda: de 106,000 personas controladas , casi 2,160 fueron
multados por violar el estado de emergencia (11 de marzo), luego de
157,000 inspeccionados, otros 7,100 cayeron (13 de marzo).Los casos más
dispares van desde el impertinente que se atrevió a reunirse para tomar
una cerveza en un parque hasta el descarado que aprovechó la playa
desierta para probar unvoleibol de playa , a un hombre de familia que
fue a comprar una estación de juegos para su hijo atrapado en su casa o
una pareja que prefería pelear cara a cara en lugar de a distancia por
teléfono, hasta que intentó celebrar un cumpleaños con amigos o jugar
tarjetas entre vecinos, aunque el decreto requiere que todos se queden
en casa según la residencia donde estén registrados y que puedan salir
de uno en uno, justificando cada cheque. Muchas ciudades grandes (Milán,
Bolonia, Turín, Roma) han cerrado parques, jardines, ciclovías u otras
playas, para evitar que los recalcitrantes se aprovechen del buen
clima.
Sin embargo, uno no puede evitar pensar que estos tímidos actos de
transgresión están actualmente más vinculados a la multiplicación
repentina de prohibiciones que a una rebelión contra estas medidas. Si
muchos ahora tienen más tiempo libre, lejos de la escuela o del trabajo,
todavía se encuentran encerrados de la misma manera que antes: en la
forma de poder. Desobedecer una orden porque cambia un hábito muy
arraigado demasiado rápido no es lo mismo que rechazar cualquier
autoridad para dar órdenes, o para arrebatar voluntariamente tiempo y
espacio fuera del dominio para convertirlos en otra cosa. Llámelo
economía sagrada o bien común.
Finalmente, dado que solo estamos al comienzo de esta temprana ola
mundial de medidas que también prohíben las manifestaciones callejeras,
especificamos que Argelia que acaba de prohibirlas en nombre de Covid-19
tuvo que enfrentar violaciones masivas el 13 de marzo, en especialmente
en Kabylia, con motivo de la 56ª semana de protestas contra el poder;
que en Chile, donde el levantamiento se reanudó a principios de marzo
después del final de las vacaciones, el ministro de salud anunció que el
país está a punto de entrar en la fase 3 con el establecimiento de una
cuarentena masiva; y que en Francia, donde el estado había decidido el
13 de marzo reducir el umbral para manifestaciones de 1000 a 100
personas, las manifestaciones callejeras siguen siendo una excepción
«útil para la vida de la nación», tolerado por temor a reacciones
también violento,
Finalmente, por parte de los enemigos de la autoridad, muchos corren el
riesgo de ser tomados por sorpresa si no han pensado en la pregunta de
antemano, cuando surge este tipo de situación: no la de una revuelta
inesperada, sino un endurecimiento repentino y brutal de los márgenes.
maniobra, por ejemplo, en términos de desplazamiento como sucedió al
comienzo de la revuelta en Chile con el toque de queda, o de una semana
en Italia y luego en España con la cuarentena de todo el país. Y esto no
solo por la multiplicación de controles, sino también por la
colaboración de los ciudadanos que abandonan el espacio público al
mando, dejando a la intemperie al aire libre o multiplicando las
quejas,
Pensar en la pregunta cuando aún no se ha hecho, por ejemplo, significa
conocer los pasajes que conducen desde casa a lugares más favorables, o
ya haber identificado qué ojos del Estado posados ​​en la parte superior
deben ser perforados para abrir otros nuevos, pero también cómo salir de
la ciudad. con agilidad (¡esta vez con las máscaras recomendadas por el
poder!) o qué caminos de país tomar para anticipar nuevos controles y
puntos de control en el horizonte. También significa, otra dificultad
del gran confinamiento, imaginar cómo y dónde obtener algunos medios
para actuar en caso de escasez de suministros anticipados (muchas
tiendas no alimentarias están cerradas). Esto también puede ser una
oportunidad fácil para reconfigurar el problema de la comunicación no
mediada por la tecnología entre cómplices más o menos dispersos, cuya
circulación puede de repente volverse más complicada y, ¿por qué no? –
para encontrar otros nuevos que, por sus propios motivos, sientan la
misma necesidad de escapar de la invasión de los controles de la calle
(el gran encarcelamiento voluntario tiene esta característica
particular, que pone aún más a todo el grupo de personas que no tienen
la intención de inclinarse). Por lo tanto, hay muchas cuestiones que
deben abordarse con urgencia, y oportunidades para repensar, observar y
cambiar la mirada en un territorio conocido ayer, pero en el que los
espacios y los márgenes también pueden disminuir drásticamente aquí,
pero expandirse en otros lugares, o ser transformados por los nuevos
imperativos del poder para gestionar solo los flujos epidémicos
hogar-trabajo-supermercado. sienten la misma necesidad de escapar de la
invasión de los controles de la calle (el gran encarcelamiento
voluntario tiene esta característica particular, que pone aún más al
conjunto de personas que no tienen la intención de inclinarse). Por lo
tanto, hay muchas cuestiones que deben abordarse con urgencia, y
oportunidades para repensar, observar y cambiar la mirada en un
territorio conocido ayer, pero en el que los espacios y los márgenes
también pueden disminuir drásticamente aquí, pero expandirse en otros
lugares, o ser transformados por los nuevos imperativos del poder para
gestionar solo los flujos epidémicos hogar-trabajo-supermercado. sienten
la misma necesidad de escapar de la invasión de los controles de la
calle (el gran encarcelamiento voluntario tiene esta característica
particular, que pone aún más al conjunto de personas que no tienen la
intención de inclinarse). Por lo tanto, hay muchas cuestiones que deben
abordarse con urgencia, y oportunidades para repensar, observar y
cambiar la mirada en un territorio conocido ayer, pero en el que los
espacios y los márgenes también pueden disminuir drásticamente aquí,
pero expandirse en otros lugares, o ser transformados por los nuevos
imperativos del poder para gestionar solo los flujos epidémicos
hogar-trabajo-supermercado.
Por parte del poder, la mayoría de los planes de crisis implementados
en varios países (en Italia y España, con Alemania o Francia aún
bloqueados por las próximas elecciones administrativas) hasta ahora
revelan algunas constantes que también sería una pena ignorar.
Por ejemplo, es una oportunidad para que el capitalismo impulse una
aceleración de lo que algunos han estado llamando durante algún tiempo
la cuarta revolución industrial (después de la del vapor, la
electricidad y la tecnología de la información), o la interconexión
digital total en todas las áreas de la vida (desde física hasta biología
o economía). Piénselo: cientos de millones de estudiantes de primaria a
universidad que de repente pasan a diferentes países en cursos
permanentes a distancia después del cierre de todos los lugares de
enseñanza física; tantos trabajadores que, por su parte, se dedican al
teletrabajo (20 a 30% en promedio), independientemente de si están
acostumbrados; la multiplicación del diagnóstico a escala masiva a
través de una pantalla interpuesta después de la saturación de los
estudios médicos; La explosión de los pagos con tarjeta de crédito por
temor a contaminarse mediante la manipulación de monedas y billetes. Y
si a todo esto agregamos el hecho de que las poblaciones confinadas se
dedican voluntariamente a todo lo que les impide pensar o soñar,
lanzarse a compras en línea, en series de TV, en juegos de transmisión o
en comunicación virtual entre humanos, queda claro que las antenas de
las redes de telefonía móvil, los cables de fibra y otros nodos de
conexión óptica (NRO) o, más simplemente, las redes de energía que
alimentan todo esto, asumen una importancia que es incluso diez veces
mayor. No solo por producción o pasatiempos,
Luego, sabiendo que una hermosa antena, un transformador, un poste
eléctrico o un cable de fibra se vuelven más cruciales que nunca al
mismo tiempo para pasar el tiempo de confinamiento, para el trabajo y la
educación masiva a distancia, pero también para la transmisión de
entregas de energía en una bata blanca y para la sombra tecnológica del
control (y no solo en China o en Corea del Sur), ¿no abre esto pistas
interesantes para romper esta nueva normalidad de la cual la energía se
beneficia por completo? Sin mencionar el posible efecto de avalancha,
dado el aumento más que consecuente en el tráfico de Internet y
teléfono, así como la menor disponibilidad de técnicos debido a una
enfermedad …
El segundo punto que parece constante en los planes de emergencia
europeos, es la prioridad dada al mantenimiento mínimo del transporte,
con el fin de llevar a los trabajadores no confinados a industrias y
servicios definidos como críticos, para perpetuar el flujo de mercancías
por camión o ferrocarril a este último, así como el suministro de
ciudades cuyas reservas están notoriamente limitadas a unos pocos días.
Aquí también, esta es una oportunidad que no se debe pasar por alto para
aquellos que desean desestabilizar los sectores económicos que el
gobierno pretende preservar a toda costa y que se vuelven más visibles
(en Cataluña actualmente se habla de crear corredores especiales para
trabajadores sanos y bienes para ciertos lugares de producción).

En tiempos de emergencia y crisis en estos niveles, en los que todas
las relaciones sociales están brutalmente expuestas (en términos de
desposesión como una prioridad para el estado y el capital), en las que
la servidumbre voluntaria guiada por el miedo puede convertirse
rápidamente en pesadilla, en la que el dominio debe adaptarse a su vez
sin controlarlo todo, saber cómo actuar en territorio enemigo no solo es
una necesidad para aquellos que no tienen la intención de asfixiarse en
su pequeña jaula, sino que también es un momento importante para lanzar
nuevos costados contra dispositivos oponentes. En cualquier caso, cuando
luchamos por un mundo completamente diferente hacia una libertad sin
medida.

* A modo de ejemplo, varias industrias están comenzando a
desacelerarse debido a la interrupción de las cadenas de suministro de
China, mientras que Alemania acaba de anunciar préstamos garantizados
por el estado por 550 mil millones de euros a las empresas. ayuda aún
más fuerte que la implementada durante la crisis financiera de 2008.
Muchos comienzan a hablar de un período de recesión mundial.

[Analisis] Encadenado a la corona

 

[de avis de tempetes #27]

Enchaînés à la couronne

« La tyrannie la plus redoutable n’est pas celle qui prend figure d’arbitraire, c’est celle qui nous vient couverte du masque de la légalité. »
A. Libertad, 1907

Avec l’épidémie passagère de Covid-19 qui se propage à travers le monde et les mesures drastiques qui s’enchaînent les unes après les autres de la Chine à l’Italie, une des premières réflexions qui vient en tête est de se demander qui de la poule de l’autorité ou de l’œuf de la soumission est actuellement en train de faire le plus de dégâts. Cette brusque accélération étatique de contrôles, d’interdictions, de fermetures, de militarisation, d’injonctions, de bombardements médiatiques, de zones rouges, de priorisation des morts et des souffrances, de réquisitions, de confinements en tous genres –typiques de n’importe quelle situation de guerre ou de catastrophe–, ne tombe en effet pas du ciel. Elle prospère sur un terrain largement labouré par les renoncements successifs des braves sujets de l’État à toute liberté formelle au nom d’une sécurité illusoire, mais aussi sur la dépossession généralisée de chaque aspect de notre vie et la perte d’une capacité autonome des individus à penser un monde complètement différent de ce-luici. Comme le serinait un anarchiste il y a presque deux siècles déjà, être gouverné revient par principe à « être gardé à vue, inspecté, espionné, dirigé, légiféré, réglementé, parqué, endoctriné, prêché, contrôlé, estimé, apprécié, censuré, commandé », et cela « sous prétexte d’utilité publique et au nom de l’intérêt général ». Que la dictature soit le fait d’un seul, d’un petit groupe ou de la majorité n’y change rien ; qu’elle soit animée par le vice ou par la vertu non plus ; qu’on soit au temps d’épidémies de domesticité technologique ou plus banalement à celui de grippes citoyennes et policières non plus. Quelles que soient les apparences protectrices qu’emprunte le gouvernement des hommes et des choses du moment, quels que soient les prétextes sécuritaires sur lesquels il s’appuie, tout gouvernement est par nature ennemi de la liberté, et ce n’est pas la situation en cours qui nous démentira. A cette banalité de base qui ravit les adorateurs de pouvoir par en haut et fait briller les yeux de ceux qui le rêvent par en bas, rajoutons qu’il n’y a pas non plus de bergers sans troupeaux : si l’existence même d’une autorité centralisée sous la forme d’État permet certes la brusque mise en résidence surveillée à une échelle souvent inédite de pans entiers de la population ici ou là, c’est pourtant bien une servitude volontaire largement intégrée, préparée et sans cesse renouvelée, qui rend ce genre de mesures possibles et surtout effectives. Hier au nom de la guerre ou du terrorisme, aujourd’hui au nom d’une épidémie, et demain au nom de n’importe quelle catastrophe nucléaire ou écologique. L’urgence et la peur sont en la matière les seules conseillères pour les dormeurs affolés qui, une fois privés de tout monde intérieur qui leur soit propre, vont se réfugier en un réflexe conditionné vers la seule chose qu’ils connaissent : dans les bras musclés de Papa-Etat et sous les jupes rassurantes de Maman-la-Science. Un travail quotidien non seulement effectué par plusieurs décennies d’écrasement des réfractaires à l’ordre de la domination (du salariat, de l’école, de la famille, de la religion, de la patrie, du genre) depuis la dernière tentative d’assaut du ciel des années 70, mais aussi par l’ensemble des autoritaires et des réformistes qui ne cessent de vouloir transformer les individus en troupeaux, en accord avec un monde qui conjugue parfaitement atomisation et massification.

« Pour l’individu, il n’existe aucune nécessité dictée par la raison d’être citoyen. Au contraire. L’État est la malédiction de l’individu. Il faut que l’État disparaisse. Voilà la révolution que je veux faire. Que l’on ruine le concept d’État, que l’on fasse du libre vouloir et des affinités le lien unique de toute association, et ce sera là le germe d’une liberté qui aura quelque portée. »
H. Ibsen, 1871

C’est une dizaine d’années après avoir dressé ce constat dans une lettre envoyée à un critique littéraire, que le dramaturge norvégien Henrik Ibsen qui vivait néanmoins d’une rente officielle, écrivit une pièce qui allait enflammer certains anarchistes : Un ennemi du peuple. L’histoire se passe dans un village dont les eaux sont contaminées par une bactérie tueuse, provoquant la dispute entre les deux frères, docteur et préfet, qui ont fondé l’établissement thermal du coin. Faut-il ou pas remettre en cause leur riche avenir en effectuant les ruineux travaux du système hydraulique du village, et faut-il prévenir les habitants du danger ? Après avoir été à deux doigts de convaincre la foule de tout arrêter, le bon docteur verra cette dernière se retourner contre lui sous la pression des notables et l’influence du journal local, et finira seul contre tous. Mais qu’on ne s’y trompe pas. Dans cette pièce, Ibsen n’entendait pas encenser la vérité de la science face à l’obscurantisme ou au marché (on est la même année, 1882, où sortira en français la critique posthume de Bakounine sur la révolte de la vie contre la science), mais bien dénoncer la tyrannie de la « majorité compacte », celle de cette masse versatile qui fluctue au gré des intérêts des puissants. Plus d’un siècle est passé depuis ce succès théâtral qui semble désormais d’une autre galaxie, et le mariage entre raison d’État et science de la raison a depuis lors largement démontré toute l’horreur dont il était capable, de massacres industriels, militaires et nucléaires de masse à l’extérieur comme à l’intérieur des frontières, jusqu’à l’empoisonnement durable de toute la planète ou à la mise en coupe connectée des relations humaines. Dans un monde globalisé où les humains sont sans cesse en proie à des restructurations techno-industrielles qui bouleversent toute perception sensible (de la vieille séparation entre ce qu’on produit et sa finalité jusqu’au sens même du réel), que reste-il alors aux dépossédés lorsque survient l’inconnu d’un nouveau virus mortel ? S’accrocher à des statistiques fluctuantes qui affirment que si près de 70% de la population sera touchée par le Covid-19, seuls 15% des concernés souffriront de symptômes plus ou moins graves, et 2% en mourront selon l’âge avancé et les conditions de santé antérieures ? Suivre comme d’habitude les ordres du pouvoir qui règle déjà toute survie de la naissance à la mort, entre un chantage à la faim et un autre à la prison, en attendant comme pour le climat que les gestionnaires des causes résolvent eux-mêmes les conséquences ? S’interroger sur la différence entre la survie et la vie, entre la quantité d’une vie qui diminue inexorablement jusqu’à son extinction depuis que l’on est né, et sa qualité, ce que l’on veut en faire ici et maintenant quelle que soit sa durée qu’on ne connaît pas d’avance ? Une qualité qu’on peut aussi questionner lorsqu’elle est séparée de toute aspiration à la liberté, qu’elle est prête à toute réclusion volontaire sur un simple claquement de doigt du maître-chien. Car plutôt que de s’éberluer sur la gestion autoritaire et technologisée chinoise de l’épidémie de Covid-19, c’est tout de même ainsi que 60 millions d’Italiens ont renoncé du jour au lendemain, un certain 9 mars au soir, au moindre esprit critique en acceptant le « Je reste chez moi » décrété par l’État pour quatre semaines minimum, après qu’il ait testé l’instauration d’une immense zone rouge coupant le pays en deux. A l’heure où nous écrivons, ce genre de mesures de stricte quarantaine à des échelles aussi vastes vient de s’étendre à l’Espagne (47 millions d’habitants), tandis que le Portugal, la Roumanie, la Serbie ou les États Unis viennent de décréter l’état d’urgence, avec tout ce que cela signifie en termes de coercition face aux irresponsables qui oseraient défier le grand enfermement régulé par autant de permis de circuler entre ce qui constitue en définitive la base : domicile-boulot-supermarché. Pour donner une idée de la suite, l’armée assistée de drones vient d’être déployée en Espagne dans les gares et rues des grandes villes (la police militaire et les membres de la Unidad Militar de Emergencias, UME), idem en Italie avec les 7000 militaires qui ne les ont jamais quittées depuis l’opération Strade Sicure de 2008, et autant qui sont en alerte maximale en prévision de troubles lorsque le pic de contagion atteindra le Sud de la péninsule. Chaque pays a beau pour l’instant conserver ses petites particularités en matière d’autorisations de lieux publics « non essentiels » afin de conserver un brin de façade démocratique, les kiosques et les parfumeries en Italie – les cavistes et hôtels en France – les marchés et coiffeurs en Belgique –, cela ne pourra longtemps faire illusion. On est en train d’assister à un mouvement d’unité nationale qui touche la plupart des domaines de la (sur)vie autour d’un ordre qui se donne carte blanche, et ce à une échelle inédite dans la plupart des pays occidentaux depuis la deuxième guerre mondiale. Un exercice de servitude volontaire qui avait été bien préparé et rodé à moindre échelle par les différentes urgences «terrorisme» ou «catastrophes naturelles» ces dernières années ici ou là, mais jamais aussi longtemps et avec une telle intensité. Et nul doute que cet exercice risque de durer bien plus qu’annoncé, ouvrant également sur de nouvelles situations qu’il est encore difficile d’anticiper ou de prévoir.

« L’air est immobile. Que les oiseaux et les sources sont loin ! Ce ne peut être que la fin du monde, en avançant.»
A. Rimbaud

Face à ce que le troupeau sait faire de mieux, suivre les consignes, il reste encore nombre d’individus qui n’entendent pas se soumettre aussi facilement pour des raisons variées, d’autres qui tenteront certainement de trouver des failles dans les dispositifs de confinement une fois l’effet de sidération dissipé (et l’ennui de l’enfermement volontaire aidant), mais également des âmes vaillantes qui entendent bien continuer leur travail de sape incessant contre la domination ou saisir les occasions qui s’ouvrent à elles.Au fond, pourquoi le virus de l’autorité se priverait-il d’utiliser la peur comme il l’a toujours fait, quitte à l’exacerber ou à la créer au besoin, pour non seulement intensifier son contrôle sur les corps et les esprits, mais surtout renforcer le poison d’une soumission face à un imprévu qui peut rebattre les cartes en lui échappant ? Quoi de plus assuré par exemple pour le pouvoir qu’une guerre où union sacrée, religion et sacrifices soudent une large partie de la population autour de lui, mais quoi de plus aléatoire aussi qu’une guerre lorsqu’il la perd ou est incapable de la mener à bien, avec un mécontentement initial non pas d’opposition mais de contestation d’une mauvaise gestion ou de prix trop lourd à payer, qui peut à son tour mener à une remise en question plus globale, si les tentatives révolutionnaires qui ont suivi la Première guerre mondiale dans les Empires défaits (Allemagne, Russie, Hongrie) vous disent encore quelque chose. On nous répondra certes que les temps ont changé et qu’il existait alors au moins une utopie de substitution à l’existant. Mais cela n’empêche pas qu’un Etat occidental contemporain débordé par des paniques de survie, par une colère face à des taux de mortalité plus élevés suite à un système sanitaire qu’il avait lui-même largement démantelé, par un virus qui peut immobiliser provisoirement de 20 à 30% de n’importe quelle profession (110 gendarmes mobiles de Grasse sont confinés depuis le 12 mars, de même que tous les flics du comico de Sanary-sur-Mer depuis le 14 mars, ou que leurs 400 collègues parisiens de la Brigade des réseaux franciliens) en créant des occasions, ou par des révoltes de certaines zones ou catégories de la population, et tout cela au sein d’une économie fragilisée *, se trouve face à une situation nouvelle qui peut aussi lui échapper.En matière de pacification sociale comme de conflictualité, il est assez commode pour chacun de voir midi à sa porte ou juste ce qui se présente devant son nez, et encore plus lorsque les informations relâchées par les porte-parole du pouvoir se font plus chiches, ce qui est encore plus évident en période de crise ou d’instabilité où tout le monde resserre les rangs. Mais qui a jamais pensé que les journaux ou les réseaux sociaux étaient le reflet quelconque de la réalité, ou que lorsqu’ils ne disaient rien de l’antagonisme en cours, sinon pour en transformer le sens ou pour se vanter de quelque arrestation, il ne s’y passait rien ? Tout en sachant qu’on est uniquement au début d’une nouvelle période qui s’ouvre et peut durer des mois, sans suivre aucune trajectoire en ligne droite, l’un des premiers signes de révolte est venu des prisons italiennes, et de quelle manière !Suite aux mesures prises par l’État contre la propagation du Covid-19 et concernant également les taules (interdiction des parloirs, suppressions de semi-libertés et des activités à l’intérieur), de premières mutineries ont éclaté le 7 mars et se sont étendues à une trentaine d’entre elles du nord au sud en l’espace de trois jours. Au moins 6000 prisonniers se sont révoltés : matons ou personnel pris en otage, ouverture de cellules et saccage de sections voire de prisons entières (comme celle de Modène, inutilisable), incendies variés et occupation des toits, mais aussi évasions comme à Foggia où 77 d’entre eux ont réussi à se faire la belle (quatre n’ont pas été repris) en forçant l’accès vers la sortie après avoir détruit tous les fichiers et documents concernant leur identité, et au moins une dizaine de morts ont marqué cette première rébellion.Dans un autre d’ordre d’idée, suite au grand confinement décrété outre-Alpes, où tout individu qui se trouve hors de chez lui doit être muni d’une auto-certification (une déclaration sur l’honneur) où il coche le motif, entre travail, santé et un divers très limité qui relève des seules nécessités autorisées par l’État (comme faire ses courses ou sortir le chien, mais uniquement tout seul et dans son quartier), ce dernier a rendu public les chiffres des premiers jours de couvre-feu : sur 106 000 personnes contrôlées, près de 2 160 ont ainsi reçu des amendes pour violation de l’état d’urgence (11 mars), puis sur 157 000 contrôlés, 7 100 en ont reçu une (13 mars). Les cas les plus variés vont d’impertinents qui ont osé se réunir pour boire des bières dans un parc à des impudents qui ont profité de la plage vide pour tenter un beach volley, jusqu’à un père de famille parti acheter une playstation pour son rejeton bloqué à la maison ou un couple ayant préféré se disputer de vive voix plutôt qu’à distance au téléphone, jusqu’à une tentative de fêter un anniversaire entre amis ou de jouer aux cartes entre voisins, malgré le décret qui impose chacun chez soi selon la résidence où il est enregistré et dehors un par un en se justifiant à chaque contrôle. Beaucoup de grandes villes (Milan, Bologne, Turin, Rome) ferment ainsi parcs, jardins, pistes cyclables ou plages ailleurs, pour empêcher les récalcitrants de se retrouver en profitant du beau temps.Malgré tout, on ne peut s’empêcher de penser que ces timides gestes de transgression sont actuellement plus liés à la brusque multiplication d’interdits que d’une révolte contre ces mesures. Si beaucoup disposent par exemple désormais de plus de temps en étant éloignés de l’école ou du travail, c’est cependant toujours de la même façon qu’ils y étaient encagés hier : selon les modalités du pouvoir. Désobéir à un ordre ancrée n’est pas tout à fait la même que refuser qu’une autorité quelconque puisse en donner, ou qu’arracher volontairement du temps et de l’espace à la domination pour le transformer en autre chose. Qu’elle se nomme Sainte économie ou Bien commun.Enfin, puisque nous n’en sommes qu’au début de cette vague bientôt mondiale de mesures qui interdisent également les manifestations de rue, précisons que l’Algérie qui vient de les interdire au nom du Covid-19 a dû affronter des violations massives le 13 mars, notamment en Kabylie, à l’occasion de la 56e semaine de contestation du pouvoir ; qu’au Chili où la révolte a repris début mars après la fin des vacances, le ministre de la Santé a annoncé que le pays allait sous peu entrer en phase 3 avec instauration de quarantaines massives ; et qu’en France où l’État avait décidé le 13 mars d’abaisser de 1000 à 100 personnes le seuil limite des rassemblements, les manifestations de rue faisaient encore figure d’exception « utile à la vie de la nation », tolérées de crainte de réactions trop violentes en comptant sur les syndicats pour cesser d’eux mêmes d’en organiser (à Lyon le 13 mars, 3000 jeunes ont par exemple défilé en chantant « C’est pas le corona qui nous aura, c’est l’État et le climat », sans même parler de la manifestation parisienne de gilets jaunes du 14 mars qui s’est affrontée avec la police et a laissé plusieurs cadavres de voitures brûlées dans son sillage). parce qu’il modifie trop vite une habitude ancrée n’est pas tout à fait la même que refuser qu’une autorité quelconque puisse en donner, ou qu’arracher volontairement du temps et de l’espace à la domination pour le transformer en autre chose. Qu’elle se nomme Sainte économie ou Bien commun.Enfin, puisque nous n’en sommes qu’au début de cette vague bientôt mondiale de mesures qui interdisent également les manifestations de rue, précisons que l’Algérie qui vient de les interdire au nom du Covid-19 a dû affronter des violations massives le 13 mars, notamment en Kabylie, à l’occasion de la 56e semaine de contestation du pouvoir ; qu’au Chili où la révolte a repris début mars après la fin des vacances, le ministre de la Santé a annoncé que le pays allait sous peu entrer en phase 3 avec instauration de quarantaines massives ; et qu’en France où l’État avait décidé le 13 mars d’abaisser de 1000 à 100 personnes le seuil limite des rassemblements, les manifestations de rue faisaient encore figure d’exception « utile à la vie de la nation », tolérées de crainte de réactions trop violentes en comptant sur les syndicats pour cesser d’eux mêmes d’en organiser (à Lyon le 13 mars, 3000 jeunes ont par exemple défilé en chantant « C’est pas le corona qui nous aura, c’est l’État et le climat », sans même parler de la manifestation parisienne de gilets jaunes du 14 mars qui s’est affrontée avec la police et a laissé plusieurs cadavres de voitures brûlées dans son sillage).

Du côté des ennemis de l’autorité, enfin, beaucoup risquent fort de se trouver pris au dépourvu s’ils n’ont pas pensé la question au préalable, lorsqu’éclate ce genre de situation : non pas celle d’une révolte inattendue, mais du resserrement soudain et brutal des marges de manœuvre, par exemple en matière de déplacements comme c’est arrivé au début de la révolte au Chili avec le couvrefeu ou depuis une semaine en Italie puis en Espagne avec mise en quarantaine de tout le pays. Et cela pas uniquement à cause de la multiplication des contrôles, mais aussi grâce à la collaboration des citoyens qui désertent l’espace public sur ordre en laissant les réfractaires à découvert ou en multipliant les dénonciations, si occupés qu’ils sont à s’ennuyer derrière leur fenêtre de confinement volontaire et désireux de faire respecter des mesures qu’ils pensent protectrices.Penser la question, lorsque ce n’est pas déjà fait, signifie par exemple connaître les passages qui mènent d’un chez soi vers des lieux plus propices, ou avoir déjà identifié quels yeux perchés de l’Etat sont à crever pour s’en ouvrir de nouveaux, mais également comment sortir de la ville avec agilité (cette fois avec des masques conseillés par le pouvoir !) ou quels sentiers de campagne emprunter en pouvant anticiper nouveaux checks points et points de blocages à l’horizon. Cela signifie également, autre difficulté du grand confinement, avoir de l’imagination sur comment et où se procurer quelque moyen pour agir en cas d’insuffisance de provisions préalables (beaucoup de commerces non alimentaires sont fermés). Cela peut également être l’occasion véloce de reconfigurer la question de la communication non médiée par la technologie entre complices plus ou moins dispersés dont la circulation peut soudain devenir plus compliquée, et pourquoi pas en trouver de nouveaux qui, pour leurs propres raisons, ressentent les mêmes exigences d’échapper à l’invasion de contrôles de rue (le grand enfermement volontaire a ceci de particulier qu’il met aussi plus à nu l’ensemble des individus qui n’entendent pas s’y plier). Autant de questions à affronter d’urgence, donc, et d’occasions de repenser, d’observer et de changer son regard sur un territoire hier connu, mais dans lequel les espaces et marges peuvent aussi bien diminuer drastiquement ici que s’élargir ailleurs, ou être transformées par les nouveaux impératifs du pouvoir en matière de gestion des seuls flux épidémiques domicile-travail-supermarché.Du côté du pouvoir, la plupart des plans de crise mis en œuvre dans différents pays (en Italie et en Espagne, mais l’Allemagne ou la France encore bloquée par les municipales y viennent) font jusqu’à présent émerger quelques constantes qu’il serait également dommage d’ignorer.C’est par exemple l’occasion pour le capitalisme de pousser à une accélération de ce que certains nomment depuis un moment la quatrième révolution industrielle (après celle de la vapeur, de l’électricité et de l’informatique), à savoir le numérique et l’interconnexion totale dans tous les domaines de la vie (de la physique à la biologie ou à l’économie). Qu’on en juge : des centaines de millions d’élèves du primaire à l’université qui basculent soudain dans plusieurs pays sur des cours permanents à distance suite à la fermeture de tous les lieux physiques d’enseignement ; autant de travailleurs qui pour leur part sont mis en télétravail (de 20 à 30% en moyenne), qu’ils en aient ou pas eu l’habitude ; la multiplication à une échelle de masse des consultations par écran interposé suite à la saturation des cabinets médicaux ; l’explosion des paiements par carte bancaire de peur d’être contaminés via la manipulation de pièces et billets. Et si on rajoute à tout cela que les populations confinées s’adonnent volontiers à tout ce qui les empêche de pesser ou de rêver, en se jetant sur les achats en ligne, les séries télévisées, les jeux en streaming ou à la communication virtuelle entre humains, il devient clair que les antennes des réseaux de téléphonie mobile, les câbles de fibre et autres nœuds de raccordement optique (NRO) ou tout simplement les réseaux d’énergie qui alimentent tout cela ont pris une importance encore démultipliée. Non seulement pour la production ou les loisirs, mais tout simplement comme principal cordon ombilical entre les lazarets individuels et le monde vivant, plus que jamais déréalisé, pour le coup.Alors, quand on sait qu’une belle antenne, qu’un même transformateur ou pylône électrique, qu’un même câble de fibre devient plus que jamais déterminant à la fois pour passer le temps d’autoenfermement, pour le travail et l’éducation à distance de masse, mais aussi pour la transmission des consignes du pouvoir en blouse blanche et le suivi technologique du contrôle (et pas qu’en Chine ou en Corée du Sud), cela n’ouvret-il pas des pistes intéressantes pour briser cette nouvelle normalité où le pouvoir s’en donne à cœur joie ? Sans parler des possibles effets boule de neige, vu l’augmentation plus que conséquente du trafic internet et de téléphonie comme de moindre disponibilité des techniciens pour cause de maladie…Le second point qui semble constant dans ces plans d’urgence européens, est également la priorité donnée au maintien minimal des transports, afin d’acheminer les travailleurs non confinés vers les industries et services qualifiés de critiques, de perpétuer le flux de marchandises par camions ou rail vers ces derniers, ainsi que l’approvisionnement des villes dont on sait les réserves limitées à quelques jours. Là aussi, c’est une occasion à ne pas négliger pour qui entendrait déstabiliser les pans d’économie que le pouvoir entend préserver à tout prix et qui deviennent plus visibles (en Catalogne on parle actuellement de créer des corridors spéciaux de travailleurs sains et de biens vers certains lieux de production).En temps d’urgence et de crise à une telle échelle, où l’ensemble des rapports sociaux sont plus crûment mis à nu (en terme de dépossession comme des priorités de l’État et du capital), où la servitude volontaire guidée par la peur peut rapidement virer au cauchemar, où la domination doit à son tour s’adapter sans tout maîtriser pour autant, savoir agir en territoire ennemi n’est pas seulement une nécessité pour qui n’entend pas suffoquer dans sa petite cage domiciliaire, mais c’est aussi un moment important pour lancer de nouveaux coups de boutoir sur les dispositifs adverses. En tout cas lors-qu’on se bat pour un monde complètement autre vers une liberté sans mesure. La révolte c’est la vie.
(14 mars 2020)

* A titre d’exemple, de nombreuses industries commencent à être ralenties à cause de la rupture des chaînes d’approvisionnement en provenance de Chine, tandis que l’Allemagne vient d’annoncer des prêts aux entreprises garantis par l’État à hauteur de 550 milliards d’euros, soit un plan d’aide plus important encore que celui mis en place lors de la crise financière de 2008. Beaucoup parlent également d’une période de récession mondiale.

Avis de Tempetes # 27

Incatenati alla corona

«La tirannia più temibile non è quella che assume la forma di arbitrio, è quella che viene coperta dalla maschera della legalità»
A. Libertad, 1907
 
Con l’epidemia passeggera di Covid-19 che si propaga nel mondo e le drastiche misure che si susseguono le une dopo le altre dalla Cina all’Italia, una delle prime questioni che vengono in mente è chiedersi chi, fra la gallina dell’autorità e l’uovo della sottomissione, stia facendo attualmente i maggiori danni. Questa brusca accelerazione statale di controlli, divieti, chiusure, militarizzazione, obblighi, bombardamenti mediatici, zone rosse, definizione delle priorità dei morti e delle sofferenze, requisizioni, confinamenti di ogni genere — tipici di qualsiasi situazione di guerra o di catastrofe — non cade infatti dal cielo. Prospera su un terreno ampiamente arato dalle successive rinunce dei coraggiosi sudditi dello Stato ad ogni libertà formale in nome di una sicurezza illusoria, ma prospera anche sullo spossessamento generalizzato di ogni aspetto della nostra vita e sulla perdita della capacità autonoma degli individui di pensare un mondo completamente diverso da questo.
Come cantilenava un anarchico quasi due secoli fa, essere governato equivale per principio ad «essere guardato a vista, ispezionato, spiato, diretto, legiferato, regolamentato, recintato, indottrinato, catechizzato, controllato, stimato, valutato, censurato, comandato», e questo «con il pretesto della pubblica utilità e in nome dell’interesse generale». Che la dittatura sia opera di uno solo, di un piccolo gruppo o della maggioranza, non cambia nulla; che essa sia animata dal vizio o dalla virtù nemmeno; che si sia in tempi di epidemia di domesticità tecnologica o più banalmente in tempi di influenza cittadinista o poliziesca neppure. Quali che siano le apparenze protettive adottate dal governo degli uomini e delle cose del momento, quali che siano i pretesti securitari su cui si basa, ogni governo è per sua natura nemico della libertà, e non sarà la situazione in corso a smentirci. A questa banalità di base che delizia gli adoratori del potere in alto e fa brillare gli occhi di quelli che lo anelano in basso, aggiungiamo che non esistono neanche pastori senza greggi: se l’esistenza stessa di un’autorità centralizzata sotto forma di Stato consente certo l’improvvisa imposizione degli arresti domiciliari su una scala inedita a interi settori della popolazione qui e là, è comunque una servitù volontaria largamente integrata, preparata e costantemente rinnovata a rendere questo genere di misure possibili e soprattutto efficaci. Ieri in nome della guerra o del terrorismo, oggi in nome di un’epidemia, e domani in nome di qualsivoglia catastrofe nucleare o ecologica.
L’emergenza e la paura sono in materia le uniche consigliere per i dormienti terrorizzati che, una volta privati di ogni mondo interiore che sia proprio, si rifugeranno in un riflesso condizionato verso la sola cosa che conoscono: nelle braccia muscolose di Papà-Stato e sotto le gonne rassicuranti di Mamma-la-Scienza. Un lavoro quotidiano effettuato non solo da diversi decenni di repressione dei refrattari all’ordine del dominio (del salariato, della scuola, della famiglia, della religione, della patria, del genere) a partire dall’ultimo tentativo di assalto al cielo negli anni 70, ma anche dall’insieme degli autoritari e dei riformisti che non smettono di voler trasformare gli individui in greggi, in accordo con un mondo che coniuga perfettamente atomizzazione e massificazione.
 

«Per l’individuo, non esiste alcuna necessità dettata dalla ragione di essere cittadino. Anzi. Lo Stato è la maledizione dell’individuo. Bisogna che lo Stato scompaia. È una rivoluzione alla quale parteciperei volentieri. Distruggete integralmente lo stesso concetto di Stato, proclamate che la libera scelta e l’affinità spirituale sono le condizioni uniche e sole importanti di qualsiasi associazione e otterrete un principio di libertà che varrà la pena di godere»

H. Ibsen, 1871
 
Una decina di anni dopo aver fatto questa constatazione in una lettera inviata a un critico letterario, il drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, che pur viveva ufficialmente di rendita, scrisse un’opera teatrale che avrebbe infiammato certi anarchici: Un nemico del popolo. La storia si svolge in un villaggio le cui acque sono contaminate da un batterio letale, provocando una lite tra i due fratelli, medico e prefetto, che hanno fondato lo stabilimento termale del luogo. Bisogna mettere sì o no in discussione il loro ricco avvenire realizzando le disastrose opere del sistema idrico del villaggio, avvisando gli abitanti del pericolo? Dopo essere ad un palmo dal convincere la folla a fermare tutto, il buon dottore vedrà quest’ultima rivoltarglisi contro sotto la pressione dei notabili e l’influenza del giornale locale, e finirà solo contro tutti. Ma che non ci si inganni. In quest’opera, Ibsen non intendeva lodare la verità della scienza di fronte all’oscurantismo o al mercato (quello stesso anno, il 1882, usciva in francese la critica postuma di Bakunin sulla rivolta della vita contro la scienza), bensì denunciare la tirannia della «maggioranza compatta», di quella massa versatile che ondeggia in base agli interessi dei potenti.
È passato più di un secolo da questo successo teatrale che sembra ormai di un’altra galassia, e il matrimonio tra ragione di Stato e scienza della ragione ha da allora ampiamente dimostrato tutto l’orrore di cui era capace, dai massacri industriali, militari e nucleari di massa dentro e fuori le frontiere, fino all’avvelenamento duraturo dell’intero pianeta e alla connessione irreggimentata delle relazioni umane. In un mondo globalizzato dove gli umani sono continuamente in preda a ristrutturazioni tecno-industriali che sconvolgono ogni percezione sensibile (dalla vecchia separazione tra ciò che si produce e la sua finalità fino al significato stesso del reale), cosa resta allora agli spossessati quando sopraggiunge l’ignoto di un nuovo virus mortale? Aggrapparsi a statistiche fluttuanti che sostengono che circa il 70% della popolazione sarà interessato dal Covid-19, che solo il 15% delle persone colpite soffriranno di sintomi più o meno gravi, e che il 2% morirà in base all’età avanzata e alle precedenti condizioni di salute? Seguire come al solito gli ordini del potere che regola già ogni sopravvivenza dalla nascita alla morte, tra il ricatto della fame e quello del carcere, nell’attesa come per il clima che siano gli stessi gestori delle cause a risolvere le conseguenze? Interrogarsi sulla differenza tra la sopravvivenza e la vita, tra la quantità di una vita che diminuisce inesorabilmente fino alla sua estinzione da quando si nasce, e la sua qualità, ciò che vogliamo farne qui e ora, a prescindere dalla sua durata che non si conosce in anticipo? Una qualità che si può anche mettere in discussione quando è separata da ogni aspirazione alla libertà, quando è disposta alla reclusione volontaria con un semplice schiocco di dita del capo-branco.
Giacché, piuttosto che stupirsi della gestione cinese autoritaria e tecnologizzata dell’epidemia di Covid-19, è proprio così che 60 milioni di italiani hanno rinunciato dall’oggi al domani, la sera di un certo 9 marzo, al minimo spirito critico accettando l’«Io resto a casa», decretato dallo Stato per almeno quattro settimane dopo aver testato l’istituzione di un’immensa zona rossa che tagliava il paese in due. Nel momento in cui scriviamo, questo genere di misure di rigorosa quarantena su così vasta scala si è esteso alla Spagna (47 milioni di abitanti), mentre Portogallo, Romania, Serbia e Stati Uniti hanno appena dichiarato lo stato di emergenza, con tutto ciò che questo comporta in termini di coercizione di fronte agli irresponsabili che osassero sfidare la grande reclusione regolata con tanto di permesso di circolare tra ciò che in definitiva costituisce la base: casa-lavoro-supermercato. Per dare un’idea del seguito, l’esercito assistito da droni è stato appena schierato in Spagna nelle stazioni e nelle strade delle grandi città (polizia militare e membri dell’Unidad Militar de Emergencias, UME), idem in Italia con i 7000 soldati che non le hanno mai lasciate dopo l’operazione Strade Sicure del 2008, e altrettanti che sono in massima allerta in previsione di disordini quando il picco di contagio raggiungerà il sud della penisola. Ogni paese potrà anche conservare per il momento le sue piccole peculiarità in termini di permessi di luoghi pubblici «non essenziali» al fine di mantenere un briciolo di facciata democratica — edicole e profumerie in Italia, commercianti di vino e hotel in Francia, mercati e parrucchieri in Belgio —, ma senza alcuna illusione circa la sua durata.
Stiamo assistendo a un movimento di unità nazionale che tocca la maggior parte degli ambiti della vita (sopravvivenza) attorno ad un ordine che si è dato carta bianca, e questo ad un livello senza precedenti nella maggior parte dei paesi occidentali dalla seconda guerra mondiale. Un esercizio di servitù volontaria che era stato bene preparato e rodato su piccola scala dalle diverse emergenze di «terrorismo» o di «catastrofi naturali» in  questi ultimi anni in vari luoghi, ma mai così a lungo e con tale intensità. E non v’è dubbio che questo esercizio rischia di durare molto più di quanto annunciato, aprendo a nuove situazioni ancora difficili da anticipare o prevedere.
 
«L’aria è immobile. Come sono lontani gli uccelli e le fonti! Non può esserci che la fine del mondo, più in là»
A. Rimbaud
 
Di fronte a ciò che il gregge sa fare meglio, eseguire le consegne, resta anche un certo numero di individui che non intendono sottomettersi così facilmente, per vari motivi, altri che cercheranno sicuramente di trovare falle nei dispositivi di confinamento una volta dissipato l’effetto disorientamento (e con l’ausilio della noia dell’autoreclusione), oltre a quegli animi valenti che intendono continuare la loro incessante opera per minare il dominio o cogliere le opportunità che si aprono.
In fondo, perché mai il virus dell’autorità dovrebbe fare a meno di utilizzare la paura come ha sempre fatto, anche a costo di esacerbarla o di crearla in base alla necessità, non solo per intensificare il suo controllo sui corpi e le menti, ma soprattutto per rafforzare il veleno di una sottomissione di fronte ad un imprevisto che, sfuggendogli, può rimescolare le carte?
Cosa c’è di più sicuro per il potere di una guerra in cui unione sacra, religione e sacrifici saldano attorno ad esso gran parte della popolazione? ma anche di più aleatorio di una guerra persa o che non è in grado di condurre, con un iniziale malcontento non di opposizione ma di contestazione per una cattiva gestione o un prezzo troppo pesante da pagare, che a sua volta può portare ad una messa in discussione più globale, se i tentativi rivoluzionari successivi alla prima guerra mondiale negli imperi sconfitti (Germania, Russia, Ungheria) vi dicono ancora qualcosa. Ci verrà replicato che i tempi sono cambiati e che allora esisteva almeno un’utopia sostitutiva dell’esistente. Ma ciò non toglie che uno Stato occidentale contemporaneo sopraffatto dal panico di sopravvivenza, da una rabbia di fronte a tassi di mortalità più elevati per via di un sistema sanitario che era stato largamente smantellato, da un virus che può immobilizzare momentaneamente dal 20 al 30% di qualsiasi professione (110 celerini di Grasse sono confinati dal 12 marzo, così come tutti gli sbirri del commissariato di Sanary-sur-Mer dal 14 marzo, o i loro 400 colleghi parigini della Brigade des réseaux franciliens) creando occasioni, o da rivolte di determinate aree o categorie della popolazione, e tutto ciò all’interno di una economia indebolita*, si trova davanti ad una situazione nuova che potrebbe anche sfuggirgli di mano.

In materia di pacificazione sociale come di conflittualità, è alquanto comodo per chiunque vedere le cose come gli conviene o solo ciò che gli si presenta davanti al proprio naso, e ancor più quando le informazioni diffuse dai portavoce del potere si fanno sempre più avare, cosa più evidente in tempi di crisi o d’instabilità dove tutti serrano i ranghi. Ma chi ha mai pensato che i giornali o i social network fossero il riflesso della realtà, o che quando non dicono nulla dell’antagonismo in corso, tranne che per trasformarne il significato o vantarsi di qualche arresto, non è successo niente? Pur sapendo che si è solo all’inizio di un nuovo periodo che si apre e potrebbe durare mesi, senza seguire alcuna traiettoria in linea retta, uno dei primi segnali di rivolta è arrivato dalle carceri italiane, e in che modo!
 In seguito alle misure prese dallo Stato contro la diffusione del Covid-19 e riguardanti anche le carceri (divieto dei colloqui, soppressione della semi-libertà e delle attività all’interno), i primi ammutinamenti sono scoppiati il 7 marzo e si sono estesi ad una trentina di carceri da nord a sud nello spazio di tre giorni. Almeno 6000 prigionieri si sono ribellati: guardie o personale presi in ostaggio, apertura di celle e devastazione di sezioni o addirittura di intere prigioni (come quella di Modena, inutilizzabile), vari incendi e occupazione di tetti, ma anche evasioni come a Foggia dove in 77 sono riusciti a scappare (quattro sono ancora liberi) forzando l’accesso verso l’uscita dopo aver distrutto tutti gli schedari ed i documenti relativi alla loro identità, e almeno una dozzina di morti hanno segnato questa prima ribellione.

In un altro ordine di idee, a seguito del grande confinamento decretato oltralpe, dove ogni individuo che si trovi fuori casa deve essere munito di autocertificazione (una dichiarazione sulla parola) che ne attesti il motivo, spuntando la casella tra lavoro, salute e un altro molto limitato relativo alle sole necessità autorizzate dallo Stato (come fare la spesa o portare a spasso il cane, ma unicamente da soli e nel proprio quartiere), quest’ultimo ha reso noti i dati relativi ai primi giorni del coprifuoco: su 106.000 persone controllate, quasi 2.160 sono state multate per violazione dello stato di emergenza (11 marzo), poi su 157.000 controllati, è toccato ad altri 7.100 (13 marzo). I casi più disparati vanno dagli impertinenti che hanno osato incontrarsi per bere una birra in un parco agli impudenti che hanno approfittato della spiaggia deserta per provare un beach volley, fino a un padre di famiglia andato a comprare una playstation per il suo figliolo bloccato a casa o una coppia che preferiva litigare faccia a faccia piuttosto che a distanza al telefono, fino al tentativo di festeggiare un compleanno tra amici o di giocare a carte tra vicini, nonostante il decreto imponga che ognuno stia a casa in base alla residenza dove è registrato e che possa uscire uno alla volta, giustificandosi ad ogni controllo. Molte grandi città (Milano, Bologna, Torino, Roma) hanno chiuso così parchi, giardini, piste ciclabili o altrove le spiagge, per impedire ai recalcitranti di ritrovarsi approfittando del bel tempo.
Tuttavia, non si può fare a meno di pensare che questi timidi atti di trasgressione siano attualmente più legati alla improvvisa moltiplicazione di divieti che ad una ribellione contro queste misure. Se molti dispongono ormai di più tempo libero, essendo lontani dalla scuola o dal lavoro, si ritrovano pur sempre ingabbiati allo stesso modo di prima: secondo le modalità del potere. Disobbedire ad un ordine perché modifica troppo in fretta un’abitudine radicata non è affatto la stessa cosa che rifiutare che una qualsiasi autorità possa dare ordini, o strappare volontariamente il tempo e lo spazio al dominio per trasformarli in altro. Si chiami esso Santa economia o Bene comune.
Infine, poiché siamo solo all’inizio di questa ondata presto mondiale di misure che vietano anche le manifestazioni di strada, precisiamo che l’Algeria che le ha appena vietate in nome del Covid-19 ha dovuto affrontare violazioni di massa il 13 marzo, in particolare in Cabilia, in occasione della 56° settimana di proteste contro il potere; che in Cile, dove la rivolta è ripresa all’inizio di marzo dopo la fine delle vacanze, il ministro della Sanità ha annunciato che il paese sta per entrare nella fase 3 con l’istituzione di una quarantena di massa; e che in Francia, dove lo Stato aveva deciso il 13 marzo di abbassare da 1000 a 100 persone la soglia limite per i raduni, le manifestazioni di strada risultano ancora un’eccezione «utile alla vita della nazione», tollerata per timore di reazioni troppo violente, e si confida che i sindacati cessino loro stessi di organizzarle (a Lione, il 13 marzo, 3000 giovani hanno ad esempio sfilato cantando «Non è il corona che ci avrà, è lo Stato e il clima», per non parlare della manifestazione parigina dei gilet gialli del 14 marzo che si è scontrata con la polizia lasciando sulla sua scia diverse carcasse di auto bruciate).
Da parte dei nemici dell’autorità, infine, molti rischiano fortemente di essere colti alla sprovvista se non hanno pensato alla questione in anticipo, quando scoppia questo genere di situazione: non quella di una rivolta inaspettata, ma di un improvviso e brutale inasprimento dei margini di manovra, ad esempio in termini di spostamento come accaduto all’inizio della rivolta in Cile con il coprifuoco, o da una settimana in Italia e poi in Spagna con la messa in quarantena di tutto il paese. E ciò non solo per via della moltiplicazione dei controlli, ma anche a causa della collaborazione dei cittadini che disertano su comando lo spazio pubblico lasciando allo scoperto i refrattari o moltiplicando le denunce, occupati come sono ad annoiarsi dietro la loro finestra di confinamento volontario e desiderosi di far rispettare misure che considerano protettive.
Pensare alla questione quando non è ancora stata posta, significa ad esempio conoscere i passaggi che conducono da casa verso posti più propizi, o avere già identificato quali occhi dello Stato appollaiati in alto siano da bucare per aprirne di nuovi, ma anche come uscire dalla città con agilità (questa volta con le maschere consigliate dal potere!) o quali sentieri di campagna imboccare per poter anticipare nuovi controlli e posti di blocco all’orizzonte. Significa anche, altra difficoltà del grande confinamento, immaginare come e dove procurarsi qualche mezzo per agire in caso di carenza di rifornimenti anticipati (molti negozi non alimentari sono chiusi). Ciò può anche essere una agevole occasione per riconfigurare il problema della comunicazione non mediata dalla tecnologia tra complici più o meno dispersi, la cui circolazione può improvvisamente diventare più complicata, e — perché no? — trovarne di nuovi che, per proprie ragioni, avvertono le stesse esigenze di sfuggire all’invasione di controlli di strada (la grande reclusione volontaria ha questo di particolare, che mette ancora più a nudo l’insieme di individui che non intendono piegarsi). Altrettante questioni da affrontare con urgenza, quindi, e occasioni per ripensare, osservare e cambiare il proprio sguardo su un territorio ieri noto, ma nel quale gli spazi ed i margini possono anche diminuire drasticamente qui ma allargarsi altrove, o venire trasformati dai nuovi imperativi del potere in materia di gestione dei soli flussi epidemici casa-lavoro-supermercato.

Da parte del potere, la maggior parte dei piani di crisi messi in atto nei diversi paesi (in Italia e Spagna, con Germania o Francia ancora bloccate dalle prossime elezioni amministrative) fino ad ora fanno emergere alcune costanti che sarebbe pure un peccato ignorare.

Per esempio, è l’occasione per il capitalismo di spingere verso un’accelerazione di quella che alcuni chiamano da un po’ di tempo la quarta rivoluzione industriale (dopo quella del vapore, dell’elettricità e dell’informatica), ovvero l’interconnessione digitale totale in tutti gli ambiti della vita (dalla fisica alla biologia o l’economia). Pensiamoci: centinaia di milioni di studenti dalle elementari all’università che oscillano improvvisamente in diversi paesi su corsi permanenti a distanza in seguito alla chiusura di tutti i luoghi fisici d’insegnamento; altrettanti lavoratori che da parte loro vengono messi al telelavoro (dal 20 al 30% in media), indipendentemente dal fatto che vi siano abituati; la moltiplicazione su scala di massa di diagnosi tramite schermo interposto in seguito alla saturazione degli studi medici; l’esplosione dei pagamenti con carta di credito per paura di essere contaminati attraverso la manipolazione di monete e banconote. E se a tutto questo aggiungiamo il fatto che le popolazioni confinate si dedicano volentieri a tutto ciò che impedisce loro di pensare o di sognare, buttandosi sugli acquisti on line, sulle serie televisive, sui giochi in streaming o sulla comunicazione virtuale tra umani, diventa chiaro che le antenne delle reti di telefonia mobile, i cavi in fibra e gli altri nodi di connessione ottica (NRO) o più semplicemente le reti energetiche che alimentano tutto ciò, assumono un’importanza ancora decuplicata. Non solo per la produzione o i passatempi, ma semplicemente come principale cordone ombelicale tra i lazzaretti individuali e il mondo vivente, in effetti più che mai derealizzato.
Allora, sapendo che una bella antenna, un trasformatore, un palo elettrico o un cavo in fibra diventano più che mai determinanti nel contempo per trascorrere il tempo dell’auto-reclusione, per il lavoro e l’educazione di massa a distanza, ma anche per la trasmissione delle consegne del potere in camice bianco e per il pedinamento tecnologico del controllo (e non solo in Cina o in Corea del Sud), ciò non apre piste interessanti per spezzare questa nuova normalità da cui trae pieno beneficio il potere? Per non parlare del possibile effetto valanga, visto l’aumento più che conseguente del traffico Internet e telefonico, come della minor disponibilità di tecnici causa malattia…

Il secondo punto che sembra costante nei piani d’emergenza europei, è la priorità data al mantenimento minimo dei trasporti, al fine di condurre i lavoratori non confinati verso le industrie e i servizi definiti critici, di perpetuare il flusso di merci su camion o ferrovia verso questi ultimi, così come il rifornimento delle città le cui riserve sono notoriamente limitate a pochi giorni. Anche qui, si tratta di un’occasione da non trascurare per chi volesse destabilizzare i settori economici che il governo intende preservare ad ogni costo e che diventano più visibili (in Catalogna si parla 
attualmente di creare corridoi speciali di lavoratori sani e di beni verso determinati luoghi di produzione).
 

In tempi d’emergenza e di crisi a questi livelli, in cui tutti i rapporti sociali vengono messi brutalmente a nudo (in termini di spossessamento come di priorità dello Stato e del capitale), in cui la servitù volontaria guidata dalla paura può rapidamente trasformarsi in incubo, in cui il dominio deve a sua volta adattarsi senza tuttavia controllare tutto, saper agire in territorio nemico non è solo una necessità per chi non intende soffocare nella sua piccola gabbia domiciliare, ma è anche un momento importante per lanciare nuove bordate contro i dispositivi avversari. In ogni caso, quando ci si batte per un mondo completamente altro verso una libertà senza misura.
 
 


* A titolo di esempio, numerose industrie cominciano ad essere rallentate a causa dell’interruzione delle catene di approvvigionamento provenienti dalla Cina, 
mentre la Germania ha appena annunciato prestiti alle aziende garantiti dallo Stato per un valore di 550 miliardi di euro, ossia un piano di aiuti ancora più forte 
di quello messo in atto durante la crisi finanziaria del 2008. Molti cominciano a parlare di un periodo di recessione mondiale.
 
 
[Avis de tempêtes, n. 27, 15 marzo 2020, traduzione di Finimondo]