Cronache dallo stato d’emergenza (Numero9)

18 Maggio 2020

La voce del padrone

Qualche settimana fa, il presidente di Confindustria Trento Fausto Manzana, nel presentare il «Report Sostenibilità», ha affermato la necessità di rilanciare l’economia garantendo il rispetto dell’ambiente: «Ma questa priorità – ha aggiunto – non può prescindere dal prendere atto che le grandi opere debbono essere realizzate, sia a livello nazionale, per connettere meglio il nostro Paese con il resto dell’Europa, che nella nostra Provincia». Facendo poi esplicito riferimento alla Valdastico (con lo sbocco a nord), alla terza corsia di Autobrennero, alle tangenziali di Trento e Rovereto, alle opere collegate al Tunnel del Brennero. Che il capo degli industriali, nel pretendere di realizzare Grandi opere dall’impatto disastroso sul territorio (e sui cambiamenti climatici), parli di sostenibilità e di rispetto per l’ambiente è indicativo di come logica del profitto e asservimento del linguaggio procedano sempre di pari passo. Senso del limite, coinvolgimento delle popolazioni, cambiamento negli stili di vita, ripensamenti suscitati dalla quarantena e le altre storielle con cui gli opinionisti ci hanno intrattenuto sui giornali, in televisione o alla radio durante le scorse settimane di arresti domiciliari? Eccole riassunte da Manzana: «Sarà la ricerca a trovare soluzioni, sarà il mercato a trovare la strada».

Il lavoro dei servi

E la ricerca le risposte le trova, eccome se le trova. Con un piccolo dettaglio: mai interrogarsi sul senso delle domande. L’impatto dei gas serra ci sta portando al collasso ecologico. Fermiamo la corsa? Macché. Proviamo con la “Gestione della Radiazione Solare” (Srm), ossia con l’iniezione tramite aerosol di solfati nell’atmosfera per deflettere parte dei raggi solari nello spazio e contrastare così il surriscaldamento globale. Il surriscaldamento provoca l’acidificazione degli oceani, la quale a sua volta causa la distruzione della barriera corallina? Al Politecnico di Milano si è approntato un sistema per alcalinizzare artificialmente le acque, al fine di contenere gli effetti dell’emissione industriale di CO2.

Monitor

La guida TV che viene distribuita settimanalmente insieme al quotidiano «l’Adige» è un piccolo esempio di come si possa riprodurre l’ideologia dominante anche in un simile formato. Seguendo l’aria che tira, nelle ultime settimane «Monitor» ha dedicato qualche articoletto al 5G, alle auto a guida assistita e a quelle a guida autonoma. In entrambi i casi, si segnala negli occhielli che queste formidabili innovazioni contengono delle «criticità» e sollevano «molti interrogativi». Cose di cui negli articoli, ben prodighi degli elogi più servili, il lettore non trova traccia. Scoprirà così, leggendoli, che con il 5G potrà scaricarsi un film sullo smartphone in pochi minuti, ma non – neanche per sbaglio, nemmeno con la formula «i più maligni e prevenuti sostengono…» – che verrà sorvegliato ovunque né che avrà molte più probabilità di beccarsi il cancro. Della auto a guida autonoma apprenderà che gli permetteranno di «leggere, mangiare, guardare la tv, telefonare e – perché no – dormire». E i molti interrogativi? Richiedono città informatizzate disseminate di sensori, condizionano tragitti, soste, acquisti, polizze assicurative, ampliano la cattura delle nostre vite da parte di giganti come Google… No, eccoli «i molti interrogativi»: «occorre che le vetture dimostrino di essere sicure al 100% e su questo fronte la strada da compiere è ancora lunga».

«Non permettiamo al mondo senza contatto di instaurarsi»

Con questo titolo – il sottotitolo è Appello al boicottaggio dell’applicazione Stop-COVID19 – è uscito qualche settimana fa in Francia un testo sottoscritto da qualche decina di persone, associazioni e collettivi. Vale la pena di riportare alcuni degli inviti con cui tale appello si conclude:

«In questi giorni, sembra che molte persone lascino il proprio smartphone a casa quando si allontanano dal proprio domicilio. Invitiamo alla generalizzazione di questo genere di gesti e al boicottaggio delle applicazioni private o pubbliche di tracciamento elettronico. Più in generale, invitiamo ciascuno e ciascuna a riflettere seriamente sulla possibilità di abbandonare il proprio telefono intelligente, e di ridurre in modo massiccio il proprio uso delle tecnologie di punta. Torniamo finalmente alla realtà».

«Invitiamo le popolazioni a informarsi sulle conseguenze economiche, ecologiche e sanitarie del dispiegamento pianificato della rete chiamata “5G”, e ad opporvisi attivamente. In modo più ampio, invitiamo ciascuno e ciascuna a informarsi sulle antenne di telefonia mobile che esistono già, e ad opporsi all’installazione di nuove antenne-ripetitori».

«Un’altra battaglia essenziale per l’avvenire della società è il rifiuto della scuola digitale. Il periodo critico che stiamo vivendo è messo a profitto per normalizzare l’insegnamento a distanza tramite Internet, e soltanto una vigorosa reazione degli insegnanti e dei genitori potrà impedirlo. Malgrado tutte le critiche che si possono fare da diversi punti di vista all’istituzione scolastica, il periodo attuale dovrebbe illustrare agli occhi di molti che è sensato imparare stando insieme e che è prezioso per i bambini essere in contatto con degli insegnanti in carne ed ossa».

«… Alcuni di noi denunciano da anni l’informatizzazione del lavoro; è evidente che l’estensione del telelavoro obbligatorio è un processo da arginare con nuove forme di lotta, di boicottaggio, di diserzione».

Proprio adesso

«Proprio adesso che internet e smart working sono così importanti», si è lamentato il sindaco di Rovereto dopo che degli anonimi, nella notte fra il 14 e il 15 maggio, hanno sabotate cinque (o sei, non si capisce) cabine per l’interscambio delle telecomunicazioni. Sarebbero state forzate le casette in lamiera e tagliati i fili che portano la linea alla cabina e dalla cabina alle case. Il “blackout” avrebbe coinvolto duemila utenze, portando in città “un mezzo esercito di tecnici” per ripristinare il servizio, il che dovrebbe richiedere una settimana di lavoro. «Liberiamoci dalle gabbie tecnologiche», una delle scritte lasciate dagli anonimi sabotatori.

Ottanta anni fa, qualcuno…

Giaime Pintor, intellettuale antifascista morto a ventiquattro anni dilaniato da una mina tedesca, scriveva negli anni Quaranta: «Oggi in nessuna nazione civile il distacco tra le possibilità vitali e la condizione attuale è così grande: tocca a noi dichiarare lo stato di emergenza». Oggi che la morsa – tra la produzione industriale di disastri ecologico-sanitari e le soluzioni tecnologiche che ne aggravano gli effetti – ci sta stritolando, tocca a noi rendere effettivo lo stato di emergenza.

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Cronache dallo stato d’emergenza (Numero9)

Crónicas del estado de emergencia (Numero 7)

4 de Mayo de 2020

1 de Mayo en Rovereto

El 1 de Mayo, una veintena de compañeros y compañeras han bajado a la calle en el barrio popular de Fucine para realizar una serie de ponencias amplificadas entre los edificios del Itea [NdT: pisos de protección oficial] durante aproximadamente una hora. Como el pasado 25 de Abril en Brione, ha sido una ocasión para hablar tanto de las causas estructurales de la epidemia – todas relacionadas con el modo capitalista de saqueo y explotación de la naturaleza – como de la manera en la cual ésta ha sido gestionada por la patronal y el gobierno, provocando de hecho una masacre. También durante esta iniciativa se ha invitado a los habitantes del Itea que están pasando por dificultades económicas (los dirigentes de la Diputación provincial han anunciado una moratoria de impuestos para comerciantes, pero no para inquilinos) a organizarse para no pagar el alquiler. Se ha subrayado cómo la prohibición de reunirse al aire l ibre – que continuará vigente aun después del 4 de Mayo – tenga como objetivo mantenernos aislados y pasivos frente a la que nos están preparando: los préstamos que el gobierno se apresura a pedir a las instituciones europeas y a los prestamistas internos (bancos, aseguradoras, fondos de inversión) serán pagados aumentando la explotación de los trabajadores y de los sectores más pobres de la sociedad, aspecto sobre el cual “europeístas” y “soberanistas” están todos de acuerdo. Para resistir a esto – y a la introducción del 5G – es necesario violar responsablemente las medidas de confinamiento social. Algunos habitantes – sobretodo jóvenes – se han acercado a la iniciativa. Dos patrullas de la policía se han mantenido sin embargo a distancia.

Si podemos trabajar, podemos también hacer huelga”

Con este eslogan, entre el 30 de Abril y el 1 de Mayo, se han organizado parones y huelgas en la mayor parte de cadenas del sector de la logística. En Bolonia, en Casoria, en la provincia de Nápoles, en Turín, en Campi Bisenzio, en Calenzano, en Módena (donde las protestas habían comenzado ya a principios de la semana). Y luego Génova, Milán, Brescia, Bérgamo, Piacenza, Florencia, Roma, Caserta … Una vez más los repartidores – gran parte de ellos inmigrantes – se confirman como el sector más combativo de la clase asalariada. También han hecho huelga los riders de Turín y el personal de limpieza de los trasportes en Nápoles, que el 30 de Abril han bloqueado el metro.

En el vientre de la bestia

Mientras en los medios de información italianos se da únicamente espacio a las protestas de los partidarios de Trump, los cuales defienden la reapertura incondicional y sin peros de la actividad económica (la misma asumida por la Lega y encabezada por los fascistas, que tratan de camuflarse bajo las “mascarillas tricolor”1), el 1 de Mayo en los Estados Unidos ha habido impotentes huelgas contra gigantes como Amazon, Whole Food, Walmart, Targer. Las reivindicaciones son el cierre de los lugares donde ha habido contagios, ninguna restricción en los test a los posibles contagiados, la retribución por trabajo peligroso, la interrupción de la entrega de mercancías no esenciales y el fin de las represalias contra los trabajadores que exigen una mayor seguridad en el trabajo. Los enfermeros han salido a la calle, delante de 130 hospitales en 13 Estados, por la contratación de nuevo personal, contra la falta de material de protección y contra los tentativos de silenciar las protestas. El denominador común de estas y tantas otras manifestaciones ha sido la oposición a los gastos e intervenciones militares a estrellas y franjas. Desde Marzo han sido documentadas al menos 140 huelgas salvajes e todos los Estados Unidos. Mientras tanto en California, en el Estado de Nueva York, en Missouri y en varias grandes ciudades se extiende la huelga de alquileres.

Parientes”

Preguntarse por la finalidad práctica para contener el contagio de las normas que desde hace más de un mes nos vienen impuestas, se ha revelado como un ejercicio fundamental de espíritu crítico hasta el momento. Desde el 4 de Mayo, fecha de inicio de la famosa “fase 2”, las restricciones a nuestras libertades (sobretodo las de asociación y manifestación) no cambiarán, pero será posible hacer visitas … a quien? En la primera versión eran los parientes2. Protestas. Habéis entendido mal, queríamos decir los seres queridos. Este baile revela una vez más que ciertas medidas tienen poco que ver con la salud. Qué utilidad práctica tiene poder ver solo a los parientes con respecto a la contención del contagio? Los vínculos familiares nos protegen quizás de la posibilidad de contagiarnos? Existe una especie de inmunidad de masas asociada al apellido? La respuesta nos parece obvia.

En los próximos días muchas actividades volverán a abrir sus puertas (aparte de aquellas, ciertamente no esenciales, que nunca las cerraron, como las empresas que producen armas); se volverá a producir y consumir casi a pleno rendimiento. No obstante no volveremos a nuestros vínculos sociales significativos, a nuestras amistades, a nuestras complicidades: éstas, sobre el papel, valen menos que un certificado de parentesco. Paciencia para quien no tiene familia o ha perdido el contacto con ella por haber encontrado en otros lugares afecto, comprensión, reciprocidad.

Trabajo, patria, familia: he aquí lo esencial!

Pero si queremos terminar con la organización social que crea las pandemias, tendremos también que reivindicar bien alto la importancia de todos nuestros lazos sociales, especialmente aquellos más desinteresados y auténticos – que a menudo no tienen nada que ver con la familia.

Similitudes

Capturar a través del Derecho todas las expresiones de la vida humana es una utopía totalitaria. Totalitaria porque su realización convertiría a los seres humanos en algo parecido a máquinas. Utopía, porque el Estado no podrá nunca controlar todo lo que hacemos. Sin embargo, puede acercarse, y bastante, aprovechando las oportunidades más propicias. Que tienen de particular los decretos dictados en nombre de la emergencia del Coronavirus respecto a las innumerables leyes liberticidas que han marcado la historia de este país? No solo y no tanto la extensión masiva de las restricciones, sino el hecho de que – dándole la vuelta a las bases de la ideología liberal – estos Decretos definen no lo que está expresamente prohibido, sino lo que está expresamente permitido. Y bien ¿Cuál es el único sitio donde las actividades se dividen entre aquellas expresamente permitidas y las expresamente prohibidas? La cárcel.

Mientras todavía no se ha recabado el consenso necesario para introducir la aplicación “Inmunes” para el rastreo digital de los contactos sociales, el Estado ha empezado a requerir a algunos detenidos en régimen de semilibertad la posesión de un smartphone para su geolocalización. En sustitución de qué? De los brazaletes electrónicos, la construcción de los cuales ha sido encargada a una compañía de telefonía móvil (Fastweb).

La avanzadilla de la tecnología digital permite lo que los regímenes totalitarios no han siquiera osado imaginar.

1 NdT: Mascarillas con los colores de la bandera de Italia.

2 NdT: En italiano “congiunti”, término en desuso que implica una conexión fuerte, normalmente consanguínea, y que, como era previsible, ha creado cierta confusión.

Cronache dallo stato d’emergenza (Numero8)

Sulla china

È proprio lì che ci troviamo. Persino economisti tutt’altro che radicali cominciano a ipotizzare quattro vie d’uscita dalla situazione attuale: uno scivolamento verso la barbarie; il capitalismo di Stato; il socialismo di Stato; una diversa società basata sull’aiuto reciproco. Il quotidiano on line «Milano Finanza» titolava, il 6 maggio: Perché il sistema capitalistico è praticamente morto. La tesi – sbagliata, ma indicativa – sostenuta dal capo di un importante fondo di investimento è che un sistema in cui le imprese non possono realizzare profitti senza l’intervento dello Stato non è più un sistema capitalistico. Ma il pezzo forte era la conclusione: se certi cambiamenti non saranno diretti dall’alto, ben altri saranno imposti dal basso. Chi lo avrebbe detto, anche solo qualche mese fa? Il problema è che per il momento l’iniziativa è quasi interamente nelle mani degli Stati e dei tecnocrati, il che ci avvicina a una delle prime tre soluzioni e ci allontana dall’ultima, l’unica che può salvare allo stesso tempo la sopravvivenza dell’ecosistema e la libertà degli individui.

A conferma

Il 6 maggio, Vito Crimi, viceministro dell’Interno e capo politico dei 5 Stelle, propone di “consentire” (troppa grazia!) a chi percepisce reddito di cittadinanza o Naspi di andare a lavorare in agricoltura per sopperire alla carenza di manodopera straniera “senza perdere il diritto a quel reddito”. Come se niente fosse, il pentastellato (ma era stato preceduto in questo dal presidente PD dell’Emilia Romagna Bonaccini: «Chi prende il reddito di cittadinanza può andare a lavorare lì così restituisce un po’ di quello che prende») dice le cose come stanno. È ora di fare piazza pulita dell’arcaica idea ottocentesca che il padrone debba pagare, e che ad un certo lavoro corrisponda un relativo salario, determinato dai rapporti di forza tra padrone e lavoratori. D’ora in poi il lavoro sarà una concessione (una concessione obbligatoria, cioè un’imposizione), così come lo sarà il reddito (sempre più misero), che potrà essere tolto su decisione del governo – abbiamo avuto un assaggio, di questi tempi, di cosa possono fare con un semplice decreto – e soprattutto che non sarà in alcun modo commisurato al lavoro svolto, né potrà essere oggetto di contrattazione e conflitto. 600 euro al mese per lavorare 12 ore sotto il sole ti sembrano pochi? Perdi il sussidio. Vorresti contrattare una paga adeguata? Avanti il prossimo. Vorresti un contratto con paga oraria, straordinari, malattia, ferie, permessi, giorno libero, contributi, possibilità di scioperare? Crimi e Bonaccini non ne parlano, altri politici nemmeno, probabilmente per loro è roba da museo. Una svolta non da poco per affrontare la “crisi che verrà” (o che è già qui?): i percettori di sussidi sarebbero una riserva di manodopera letteralmente a costo zero per i padroni, e senza alcun costo aggiuntivo per lo Stato, visto che si tratta di fondi (ma sarebbe meglio dire briciole) già stanziati e la cui erogazione è già prevista dalla legge. Una proposta simmetrica al rifiuto di regolarizzare i lavoratori immigrati senza documenti, una manodopera a costi ridottissimi per le aziende, a costo zero per lo Stato. Un motivo in più per lottare insieme, italiani e stranieri, contro un nuovo schiavismo, che non ha nulla di emergenziale: visti i profitti che garantiscono, non c’è alcun dubbio che queste condizioni, una volta imposte, diventeranno permanenti e sempre più estese.

Coscientemente, o per forza

Il nodo del degrado delle condizioni di vita e di lavoro e quello di una società sempre più artificiale stanno venendo al pettine contemporaneamente. Ben difficilmente riusciremo a fermare questa economia della sciagura, senza creare degli spazi collettivi in cui organizzarci contro la crescente miseria e in cui formulare, allo stesso tempo, un giudizio complessivo su un sistema apertamente in guerra con il Pianeta e tutti i suoi abitanti. La resistenza contro l’introduzione del 5G sarà probabilmente una di queste occasioni. Un altro terreno di incontro potrebbe diventare quello relativo alla salute. Perché possa trovare sostegno nel resto della popolazione per le proprie battaglie, il personale sanitario critico dovrà cominciare a esprimersi non solo contro tagli e privatizzazioni, ma anche contro le cause strutturali (inquinamento e adulterazione del cibo, ad esempio) che assicurano sempre più pazienti all’industria per cui lavora. È proprio un simile giudizio che manca – in quel settore come in tutti gli altri –, schiacciato sotto il peso della sopravvivenza. Solo degli spazi di comunicazione diretta e delle lotte comuni possono allentare quel peso. D’altronde, se non avverrà attraverso il blocco cosciente di una produzione sempre più demente, sarà «sotto il giogo di disastri ecologici ripetuti che gli uomini dovranno imparare a separarsi da un mondo di illusioni».

Linee di principio

In attesa – o in sostituzione – dell’applicazione per il tracciamento dei contatti, l’Istituto Italiano di Tecnologia (il cui direttore Roberto Cingolani fa parte della task force istituita dal governo per programmare il “ritorno alla normalità” dopo la quarantena) ha già elaborato e messo in commercio un braccialetto digitale che suona se non si rispetta la “distanza di sicurezza” e che incamera i dati sui contatti con eventuali contagiati. Il governatore della Liguria vuole renderlo obbligatorio a partire da quest’autunno. Intanto, il ministero dell’Istruzione progetta di mantenere la “didattica on line” anche per settembre (metà degli studenti “in presenza”, metà collegati a internet). «Non ci sono mai ostacoli per coloro che non hanno princìpi», è stato scritto di recente. E quali sono questi princìpi? Che idea di libertà, di “natura umana” e di relazioni sociali contrapporre alla macchinizzazione di noi stessi e del mondo? L’affermazione di certi valori è forse la necessità etica e pratica più imperiosa di questa fase storica. Attorno agli insegnanti recalcitranti, ai genitori che si rifiuteranno di mandare i figli a scuola, agli studenti che non forniranno l’“email istituzionale” necessaria per la “didattica a distanza”, è fondamentale che si crei una rete di appoggio, di riflessione e di resistenza. Probabilmente gli elementi di rifiuto sono più diffusi di quanto non si creda, benché dispersi e timorosi.

Un inizio

Una prima discussione su tutti questi temi è avvenuta domenica 10 maggio al terreno no tav di Acquaviva e Resistente. Per diverse ore, una cinquantina di persone provenienti da varie località del Trentino si sono raccontate come hanno vissuto questi due mesi di confinamento, abbozzando, in vista di altri incontri, idee e proposte per far sì che non si torni alla normalità.

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Cronache dallo stato d’emergenza (Numero8)

Cronache dallo stato d’emergenza (Numero7)

1° maggio a Rovereto

Il 1° maggio, una ventina di compagni e compagne sono scesi in strada per circa un’ora nel quartiere popolare delle Fucine con una serie di interventi amplificati tra i palazzi dell’Itea (Istituto Trentino Edilizia Agevolata). Come già successo il 25 aprile al Brione, è stata un’occasione per parlare sia delle cause strutturali dell’epidemia – tutte collegabili al modo capitalista di saccheggiare e di sfruttare la natura – sia di come l’hanno affrontata Confindustria e governo, provocando di fatto una strage. Anche durante questa iniziativa si sono invitati gli abitanti dell’Itea che sono in difficoltà economiche (i dirigenti dell’Ente provinciale hanno annunciato una moratoria dei canoni per i negozianti, ma non per gli inquilini) a organizzarsi per non pagare l’affitto. Si è sottolineato come il divieto – che perdurerà anche dopo il 4 maggio – di incontrarsi in più persone all’aria aperta abbia lo scopo di tenerci isolati e passivi di fronte a ciò che ci stanno preparando: i prestiti che il governo si appresta a chiedere alle istituzioni europee e ai creditori interni (banche, assicurazioni, fondi di investimento) saranno rimborsati aumentando lo sfruttamento dei lavoratori e delle fasce più povere della società, aspetto sul quale “europeisti” e “sovranisti” sono tutti d’accordo. Per resistere a questo – e all’introduzione del 5G – è necessario violare responsabilmente le misure di confinamento sociale. Alcuni abitanti – soprattutto giovani – si sono avvicinati all’iniziativa. Due pattuglie della polizia, invece, si sono mantenute a distanza.

Se possiamo lavorare, possiamo anche scioperare”

Con questa slogan, tra il 30 aprile e il 1° maggio sono stati organizzati blocchi e scioperi nella maggior parte delle filiere della logistica. A Bologna, a Casoria, in provincia di Napoli, a Torino, a Campi Bisenzio, a Calenzano, a Modena (dove le proteste erano già cominciate all’inizio della settimana). E poi Genova, Milano, Brescia, Bergamo, Piacenza, Firenze, Roma, Caserta… Ancora una volta i facchini – in gran parte immigrati – si confermano come il settore più combattivo della classe salariata. Hanno scioperato anche i riders di Torino e i pulitori dei trasporti di Napoli, che il 30 aprile hanno bloccato la metropolitana.

Nel ventre della bestia

Mentre sui media italiani si dà spazio solo alle proteste dei sostenitori di Trump, i quali vogliono la ripresa dell’attività economica senza se e senza ma (la stessa posizione assunta dalla Lega e cavalcata dai fascisti, i quali provano a camuffarsi dietro le “mascherine tricolori”), il 1° maggio negli Stati Uniti ci sono stati scioperi imponenti contro giganti come Amazon, Whole Food, Walmart, Target. Le rivendicazioni sono la chiusura dei siti dove ci sono stati dei contagi, nessuna restrizione nei test ai sospetti contagiati, la retribuzione del lavoro pericoloso, l’interruzione della consegna di merci non essenziali e la fine delle ritorsioni contro i lavoratori che richiedono maggiore sicurezza sul lavoro. Gli infermieri sono scesi in strada davanti a 130 ospedali in 13 Stati per l’assunzione di nuovo personale, contro la mancanza di dispositivi di protezione e contro i tentativi di mettere a tacere chi protesta. Denominatore comune di queste e tante altre manifestazioni, l’opposizione alle spese e agli interventi militari a stelle e strisce. Da marzo sono stati documentati almeno 140 scioperi selvaggi in tutti gli Stati Uniti. Nel frattempo in California, nello Stato di New York, in Missouri e in diverse grandi città si allarga lo sciopero dell’affitto.

Congiunti”

Chiedersi quale finalità pratica abbiano per il contenimento del contagio le norme che da più di un mese ci vengono imposte si è rivelato fino ad ora un esercizio fondamentale di spirito critico. Dal 4 maggio, data di inizio della famigerata “fase 2”, le restrizioni alle nostre libertà (soprattutto quelle di associarsi e di manifestare) non cambieranno, ma sarà possibile andare a visitare… chi? Nella prima versione erano i congiunti. Proteste. Avete capito male, volevamo dire gli affetti stabili. Questo balletto rivela una volta di più che certe misure c’entrano ben poco con la salute. Quale utilità pratica ha rispetto al contenimento del contagio poter incontrare solo i parenti? I legami familiari ci proteggono forse dalla possibilità di contagiarci? Esiste una sorta di immunità di gregge legata al cognome? La risposta ci sembra ovvia.

Nei prossimi giorni molte attività riapriranno i battenti (tralasciando quelle, non certo essenziali, che non li hanno mai chiusi, come le aziende che producono armi); si tornerà a produrre e consumare quasi a pieno regime. Non torneremo però ai nostri legami sociali significativi, alle nostre amicizie, alle nostre complicità: quelle, sulla carta, valgono meno di un attestato di parentela. Pazienza per chi una famiglia non ce l’ha o con essa ha chiuso i rapporti perché altrove ha trovato affetto, comprensione, reciprocità.

Lavoro, patria, famiglia: questo è l’essenziale!

Ma se vogliamo farla finita con l’organizzazione sociale che crea le pandemie, dobbiamo anche rivendicare a gran voce l’importanza di tutti i nostri legami, specie di quelli più disinteressati e autentici – che spesso, con la famiglia, non hanno niente a che fare.

Similitudini

Catturare attraverso il Diritto tutte le espressioni della vita umana è un’utopia totalitaria. Totalitaria, perché la sua realizzazione renderebbe gli esseri umani simili alle macchine; utopia, perché lo Stato non potrà mai controllare tutto quello che facciamo. Vi si può avvicinare, però, e parecchio, sfruttando le occasioni più propizie. Cos’hanno di particolare i Decreti emanati in nome dell’emergenza Coronavirus rispetto alle innumerevoli leggi liberticide che hanno costellato la storia di questo Paese? Non solo e non tanto l’estensione di massa delle restrizioni, ma il fatto che – capovolgendo le basi dell’ideologia liberale – questi Decreti definiscono come consentito non ciò che non è espressamente vietato, ma ciò che è espressamente permesso. Ebbene, qual è l’unico luogo in cui le attività si dividono tra quelle espressamente permesse e quelle espressamente vietate? Il carcere.

Mentre non incassa ancora il consenso necessario a introdurre l’applicazione “Immuni” per il tracciamento digitale dei contatti sociali, lo Stato ha iniziato a prevedere per alcuni detenuti semi-liberi l’obbligo di possedere uno smartphone per la geolocalizzazione. In sostituzione di cosa? Dei braccialetti elettronici, la cui costruzione è affidata a una delle compagnie di telefonia mobile (Fastweb).

L’avanzata della tecnologia digitale permette ciò che i regimi totalitari del passato non hanno nemmeno osato immaginare.

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Chronicles from the state of emergency No. 6 – Wall paper from Trentino

April 25: Signs of mutiny

The call to violate the confinement measures during the 25th of April was picked up in a rather varied and creative way. In Trento, a group of comrades took to the streets in the district of San Pio X, maintaining safe distances and demonstrating that it is possible to gather on the street, in the open air, protecting one’s own and other people’s health. The group – with the banner “Responsible, non-obedient. Resistance now and always” – remained in the street for a half an hour, with interventions, music and choirs; some supporters and inhabitants of the neighborhood approached, then a large number of law enforcement officers arrived who tried to identify and stop those present. The attempt of the cops was unsuccessful and the group went away singing choirs and waving to the people looking out from the balconies. On the same day there was also a salute to the prisoners of Spini di Gardolo.

From what we have read and heard, several banners and posters have appeared in Rovereto in memory of the partisans, against fascists and capital, in solidarity with the prisoners in struggle, against the logic of the state that wants the factories open and people locked up in their homes… Several parks have been “freed” from the barrier tapes and the prohibition signs have been replaced with others that invite to collectively use the public spaces while maintaining distances between people. In Tierno, music in the square with neighbours who brought pizza pans. In Mori, a tour through the village with music and a sign. In Noriglio, hanging banners, tour through the village with partisan songs and reading a leaflet; in Lizzanella, presence in the square with banners and music; in Fucine, signs and amplified interventions; in Brione, a group of comrades – with masks and distance between them – crossed a part of the neighbourhood with a banner (“Organize in order not to suffer anymore”) and a sound system. The first intervention under the buildings was followed with much interest by people on the balconies, who responded with a resounding applause; about ten people joined the initiative. Among the many speeches (on the structural causes of this epidemic, on the responsibilities of Confindustria [1] and the government, against technological control in the name of health…), an invitation was launched to those in financial difficulties to organize themselves in a rent strike against Itea (whose managers announced a moratorium for shopkeepers but not for tenants). Perhaps because of unannounced appointments and different schedules, police patrols and Digos arrived when the comrades were already leaving. Late in the evening, there were fireworks in three places around Rovereto.

Well said

“While industrial production is affecting the last of the forests, the production of wild food penetrates even deeper into the hunt for delicacies, plundering the last strongholds of the wilderness. And here the most exotic of pathogens, in this case Sars-2 hosted by bats, ends up on a truck – in prey or little workers change – and travels like a bullet from one end to the other of an increasingly dilated peri-urban circuit before bursting onto the world stage”. Thus a group of US epidemiologists summarize the far from mysterious causes of the current epidemic. As they are not state experts, they do not isolate the “enemy virus” from the material conditions of our lives. So they say what you will never hear on television: “The agro-industry is at war with public health. And public health is losing”. The most sensible question follows: “Can we still afford to readjust, simply, the current ways in which we take possession of nature and hope for more than a respite with these infections?”

Giving the numbers

  • 20% C.A.
  • 18% P.S.
  • 20.2% UHT

They are quarantine percentages, but they are not the ones that are poured at us daily on unified networks. They concern the purchase and consumption of ANIMALS, FISH FISH and UHT MILK. It is undeniable how the condition we are experiencing has been favoured by intensive animal farming and the consequent deforestation carried out for the cultivation of food for slaughter. To reconsider the way we look at the world, how we relate to nature, to question our own ideas, to stop considering animals as objects destined to satisfy our whims, masked by necessity. Nothing will ever be the same again. It is up to us to make it better.

“I only followed orders”

After the days of anger that exploded during the March riots in many prisons, the orders given by the Ministry can be summarized briefly: “Don’t let a fly – fly in prison”. While the infected (and the dead) are increasing among both the guards and the prisoners, how do we think certain directives can be carried out? Humiliation, stripped and beaten bodies. Even, in the prison of Caserta, shaved beards and hair. During a risky phone call a prisoner said “From “detainees” we have become “prisoners”, and there is a big difference”.

There will be those who will be indignant about the alleged “human rights” that have been trampled on, but the truth is much more immature. In prison facilities violence is what holds the balance, for it is the nature of power. When (and if) the “rotten apples” are caught among the prison police, it will have to resonate like the lie it has always been, because this is a systematic warfare operation (and hundreds of covert officers entering a section to massacre anyone who can give us an idea). And they will be sadly “right” to say that they have only followed orders feeling betrayed by their superiors. Because prison, by its very nature, is a state of exception without end, where every statement of the “upper echelons” can turn into the nightmare of death. Think about it, when they tell us that a prison guard is a “job like any other”.

Notes

[1] The General Confederation of Italian Industry (Italian: Confederazione generale dell’industria italiana), commonly known as Confindustria, is the Italian employers’ federation and national chamber of commerce, founded in 1910.  https://en.wikipedia.org/wiki/General_Confederation_of_Italian_Industry

Originally published by Il Rovescio. Translated by Enough 14.

 

Chronicles from the state of emergency No. 6 – Wall paper from #Trentino

Il tempo è finito

Rileggendo l’editoriale del numero 10 della rivista anarchica “i giorni e le notti” – in cui si accenna al rapporto tra la finitudine dell’esistenza umana e il sogno dell’immortalità – abbiamo trovato degli spunti non inutili, forse, per questi tempi di confinamento e di percezione di qualcosa che incombe. Quanto il sentimento della paura venga alimentato e sfruttato dallo Stato e dai tecnocrati per accelerare la digitalizzazione della società e la macchinizzazione dei corpi, non sfugge ormai a nessuno. E il sogno rivoluzionario di affrontare umanamente i limiti della nostra condizione (sì, possiamo ammalarci, sì, prima o poi moriamo), in che stato di salute è? Ci sembra che nelle analisi circolate finora – e ne abbiamo lette di buone e anche di ottime – manchi proprio il lato soggettivo di quello che stiamo vivendo. Gli scenari che si aprono, gli interventi sovversivi possibili… – tutto questo è necessario quanto urgente. Ma noi, ciascuno di noi, di fronte al rischio di ammalarci e di far ammalare, alla vista delle strade deserte, siamo rimasti esattamente gli stessi di qualche mese fa? Non abbiamo riscontrato, anche fra compagni, un certo disorientamento? E dal lato esistenziale si torna a quello pratico-operativo. Non è detto che in futuro – come stiamo sperimentando anche in queste settimane – potremmo fare affidamento sulla dimensione collettiva (gli incontri, le assemblee, lo scendere in piazza insieme e in modo annunciato). Saper cogliere le occasioni, certo. Approfondire le affinità e affinare la capacità di agire anche in pochi, senz’altro. Ma forse questo tempo ci sta dicendo altro. E a poco valgono le pose con noi stessi e con gli altri. Per cosa siamo disposti a vivere (e a morire)?

Di seguito il testo dell’editoriale

Dedichiamo gran parte di questo numero della rivista all’internazionalismo.

Non esiste oggi questione di una qualche rilevanza che non abbia una dimensione internazionale. Dai salari alla logistica, dalla produzione alle spese militari, dall’estrazione di materie prime agli oggetti di uso quotidiano, dai prezzi delle merci alla repressione, dagli affitti alle pensioni, dal ruolo dei territori alle emigrazioni, dall’urbanistica ai cambiamenti climatici, internazionali sono le cause e gli effetti, i processi e le dinamiche, le lotte e i rapporti di forza.

Di conseguenza non è mai stato tanto necessario avere una prospettiva internazionalista, come sfruttati in generale e come anarchici nello specifico.

Come cerchiamo di far emergere dagli articoli che pubblichiamo, esiste un rapporto sempre più stretto tra lotta di classe e tecnologia, tra Internet ed estrattivismo, tra il mondo virtuale e i suoi rovesci materiali su scala planetaria. I mercati capitalistici oggi in espansione – pensiamo all’agribusiness, alla bio-medicina, alla riproduzione artificiale e alla sperimentazione di nuovi farmaci – seguono precise linee di classe, di genere e di “razza”. Dietro c’è il saccheggio neo-coloniale. Dietro c’è la guerra.

Come dimostrano i casi incrociati dell’attacco da parte dell’esercito turco alle comunità curde e lo stato di emergenza decretato in Cile contro la rivolta seguìta all’aumento dei prezzi dei trasporti, la ristrutturazione economica oggi si impone con i militari e la guerra si rovescia all’interno contro il conflitto sociale. Dietro le mire assassine di Erdogan c’è il capitale internazionale. Più il “Sultano” attacca l’organizzazione dei lavoratori, più gli imprenditori stranieri investono in Turchia; più devasta il territorio, più le banche lo finanziano. E intanto in Siria – dove alleanze e “tradimenti” sono funzionali alla spartizione geopolitica delle zone di influenza – si sperimentano nuove armi, per la gioia dei produttori di mezzo mondo. Dietro i caroselli dei militari in Cile, dietro gli arresti di massa, dietro gli stupri e il fuoco aperto persino sui ragazzini da parte dei carabineros, c’è il capitale nordamericano.

Ma non siamo di fronte soltanto a un gigantesco Risiko fra le grandi potenze. Sullo sfondo, ci sono le lotte, le resistenze, le rivolte. Quella in corso in Cile non ha precedenti, per intensità, negli ultimi decenni in quel Paese: si è sedimentata sciopero dopo sciopero, barricata dopo barricata, molotov dopo molotov, ed ha trovato nei compagni anarchici in carcere una fonte di ispirazione e di incoraggiamento. E mentre i degni successori del neoliberista Pinochet schierano l’esercito, che non riesce a domare le fiamme, continua la rivolta sociale in Ecuador. Ben più complesso – ma necessario – il giudizio sulla guerriglia curda. Se essa è stretta da tempo nelle stesse contraddizioni che hanno segnato la Resistenza al nazi-fascismo in Italia – cercare di essere una forza autonoma dentro uno scontro inter-imperialistico –, la logica della guerra e della diplomazia ne ha trasformato profondamente i lineamenti. Se non ci siamo mai entusiasmati per la costituzione formale del Rojava – con la sua difesa della proprietà privata e i suoi governanti (tali addirittura per volontà divina!) –, abbiamo anche còlto la forza della sperimentazione sociale in corso in diversi villaggi. (Anche se da lì ai paragoni con la Spagna del ’36…). Ma quando dei guerriglieri si prestano a fare da fanteria per l’esercito statunitense (partecipando a operazioni militari ben lontane dal Kurdistan); a gestire campi profughi con migliaia di internati; a farsi carcerieri non solo di miliziani dell’Isis, ma anche dei loro familiari, continuare ad alimentare a livello internazionale il mito di un Rojava libertario è un tragico errore. Un errore figlio del taglio che si è voluto dare da più parti alla solidarietà con la resistenza curda. Averne fatto un avamposto eroico contro lo Stato Islamico (il Male assoluto contro cui ogni fronte comune è giustificato), ha allontanato la solidarietà dall’analisi materiale delle forze capitaliste in campo e allo stesso tempo da tanti proletari arabi, che conoscono per esperienza diretta la politica e la retorica democratiche contro il “fondamentalismo islamico”. Non sono certo, queste, buone ragioni per lasciare lo Stato turco massacrare le comunità curde. E non c’è bisogno che ci si ricordi ogni volta che noi possiamo formulare i nostri giudizi critici comodamente lontani dalle bombe e dai massacri, e che non ci siamo mai trovati ad affrontare una situazione così drammatica. Lo sappiamo. Ma non è certo meno comodo riempirsi la bocca di Kurdistan e poi non danneggiare concretamente gli interessi dello Stato e del capitale turchi. Senza rinunciare mai allo spirito critico, c’è un terreno in cui non si sbaglia mai: quello internazionalista dell’attacco ai padroni di casa nostra, dell’azione contro chi organizza da qui ciò che succede laggiù (basta pensare a Leonardo-Finmeccanica e a Unicredit, tanto per citare i responsabili più diretti).

Internazionalismo è anche conoscere e sostenere le lotte che gli anarchici portano avanti in Paesi lontani dal nostro, dove condizioni di vita, conflitto sociale e forme di repressione non si possono appiattire sul nostro spazio-tempo. Basta leggere la traduzione che pubblichiamo di un testo scritto dai compagni russi sul significato del gesto di Michail Žlobickij, l’anarchico diciassettenne che si è fatto esplodere in una sede dei servizi segreti di Putin. A colpire profondamente non sono solo la brutalità della repressione e il coraggio di quel giovane compagno, ma il linguaggio impiegato dagli anarchici russi. Concetti come sacrificio, eroismo e immortalità sembrano provenire da un’altra epoca, quella dei grandi romanzieri dell’Ottocento o dei proclami anarchici dei primi del Novecento. Concetti che stonano con il nostro materialismo della gioia. Eppure fanno riflettere. Non c’è dubbio che la lotta anarchica richieda grandi sforzi, lontana com’è tanto dalla mistica religiosa quanto dalle sirene del comfort tecnologico. E non c’è dubbio che tanta retorica del piacere – non a caso assorbita dal linguaggio della merce e della pubblicità – abbia contribuito ad infiacchire la disponibilità all’impegno e al rischio. Ma è proprio la falsa dialettica fra le litanie della militanza come sacrificio – invero oggi sempre più rare e fiacche – e le cattive poesie della soddisfazione immediata, che la passione rivoluzionaria dovrebbe far saltare. Eppure. Come diceva il materialista Leopardi, la vita non può fare a meno di illusioni necessarie. La ragione che irride i grandi sogni contribuisce a rimpicciolire gli animi. Un popolo di filosofi, tagliava netto Leopardi, sarebbe un popolo di vigliacchi. Pensiamo agli esordi del socialismo rivoluzionario. A infiammare la gioventù ribelle sono stati i regicidi e le barricate della Comune, ma anche il desiderio di “immortalità” da conquistare con la rivolta. A lungo il linguaggio dell’emancipazione sociale ha attinto al messianismo religioso (pensiamo alla giustizia come redenzione immediata, che prorompe con forza da I tempi sono maturi di un Cafiero, o al titolo Fede! dato a un giornale anarchico). Il sogno della rivoluzione sociale non è stato solo un orizzonte che rovesciava la promessa religiosa mantenendone l’intensità – il paradiso da conquistare sulla Terra –, ma anche la tensione individuale nel corpo a corpo con la finitudine della vita. Di fronte al fatto piuttosto seccante che si deve morire, il materialismo rivoluzionario non ha proposto la gelosa conservazione della vita, ma un sovrappiù di rischio, di gioia, di bontà, di coraggio che proietta nel futuro la memoria del proprio passaggio sulla Terra. Non la fama, che è legata ai corsi fortuiti e meschini del successo, ma la gloria, che è legata alla virtù, cioè alla giustezza delle scelte, indipendentemente dai risultati ottenuti. Concetti antichi, non c’è dubbio. Eppure a quel sogno di immortalità – illusione necessaria, ancorché non confessata – risponde oggi la potenza che ha quasi soppiantato la religione, cioè la tecnologia. Le tre maledizioni che nel racconto religioso seguono la Caduta, cioè dover morire, partorire con dolore e guadagnarsi il pane con il sudore della fronte, sono proprio le condizioni che l’apparato tecnologico promette di abolire. La riproduzione artificiale dell’umano, la robotizzazione della produzione e la crioconservazione sono i perni dell’utopia totalitaria, il sogno macchinico di superare la finitudine umana. In attesa di eternizzare i corpi, l’intelligenza artificiale promette di conservare nella memoria dei computer i segni di una vita intera. Che tutto ciò non possa prescindere dal saccheggio del pianeta e dalla fatica di qualche miliardo di iloti non intacca, purtroppo, la forza della religione tecnologica. Né deve sorprendere che, a rovescio, per milioni di poveri il riscatto assuma le forme del radicalismo religioso, che è insieme arcaico e perfettamente contemporaneo. O meglio, che fa a brandelli il discorso progressista della contemporaneità, perché rivela che il mondo è attraversato da avvenimenti, tendenze, aspirazioni tra loro non-contemporanei, come se l’epoca attuale racchiudesse numerose epoche co-presenti. Il che non vale solo per il dominio, ma anche per le lotte. Siamo, qui in Italia, contemporanei delle lotte in Cile, in Ecuador o in Libano? Siamo contemporanei della guerriglia curda? Sì, nel senso che le date del calendario sono le stesse. No, nel senso che il nostro spazio-tempo è altro, e così i problemi, i sentimenti, l’urgenza che ci pungola. Altrimenti saremmo di un’indifferenza disumana e potremmo definire la nostra disponibilità al rischio comune come micragnosa. Il tempo – anche quello della percezione e del sentimento, quindi della solidarietà – non è affatto lineare. Essere contemporanei delle rivolte in giro per il mondo non è un dato; è una scelta, uno slancio, una tensione. Una tensione letteralmente utopica e ucronica.

[…]

«Il rischio è un bisogno essenziale dell’anima», scriveva Simone Weil. Da questo punto di vista, la democrazia – che contiene al suo interno le tendenze fasciste – è penetrata negli animi. Svuotandoli di ogni ideale, la cui ispirazione sola rende «a poco a poco impossibile almeno una parte delle bassezze che costituiscono l’aria del tempo che respiriamo». Qualcosa per cui valga la pena vivere, e morire: ecco cosa manca drammaticamente. Mentre una parte crescente dei dannati della Terra vede nel martirio portatore di morte una promessa di riscatto, si fa sempre più suadente e concreta la cattiva immortalità delle macchine, il prolungamento infinito dell’effimero, l’immensità dell’insignificante. Condannati a questa eternità (la domanda di grazia, respinta – chioserebbe Ennio Flaiano). Che forza esprime, di fronte a queste contrapposte narcosi del sentimento di finitudine, il sogno rivoluzionario? Per rispondere, dobbiamo attraversare lo specchio.

A proposito di tempo. Le ultime sentenze contro gli anarchici hanno proiettato nel nostro orizzonte l’ombra di lunghi anni di carcere. Un tempo che fa male. Un tempo che non si scalfisce con gesti effimeri né con fiammate di estasi. Bensì con un ideale, con la tenacia, con una sentita, poco retorica e rinnovata disponibilità al rischio.

La virtualità avanza, le vie di fuga si sprecano. Come ammoniva già il saggio Eraclito, «unico e comune è il mondo per coloro che sono desti, mentre nel sonno ciascuno si rinchiude in un mondo suo proprio e particolare». Stiamo entrando nella notte artificiale dell’idiozia generalizzata (laddove idíotes deriva da ídios – chiuso in se stesso). Tenersi desti richiede e ancor più richiederà un faticoso sforzo di attenzione, la facoltà umana contro cui l’intera organizzazione sociale muove la sua quotidiana guerra.

Il tempo a disposizione di ciascuno di noi è letteralmente finito, cioè limitato. Ciò che non ha limiti, viceversa, ma soltanto delle soglie, è la sua intensità. Che poi è il contenuto della vita. L’intensità non è faccenda di adrenalina, né di muscoli. È una questione etica. Nelle sue soglie si trovano, materialisticamente e fuori da pose superomistiche, nel silenzioso dialogo dell’anima con se stessa, nel confronto sincero con i propri compagni, il senso del giusto, l’eroismo, la nostra finita, umana immortalità.

«L’etica applicata alla storia è la teoria della rivoluzione, applicata allo Stato è l’anarchia» (W. Banjamin).

novembre 2019

 

Il tempo è finito

Appello per il 25 aprile

Appello per il 25 aprile

Mentre governo e Regioni stanno riaprendo i luoghi della produzione e del commercio, il divieto di uscire all’aria aperta perdurerà almeno fino a maggio. Questa palese discrepanza non risponde ad alcuna “evidenza scientifica” (a meno di non confermare quello che un filosofo scriveva più di trent’anni fa, e cioè che lo Stato ha «abbattuto il gigantesco albero della scienza all’unico scopo di farne un manganello»). Da un lato si deve produrre e consumare; dall’altro, prima che la gente possa uscire si vuole aver già programmato come sorvegliarla. Ecco. Dobbiamo anticiparli, se non vogliamo subire, oltre alla “crisi sanitaria”, anche la ristrutturazione economica che l’accompagnerà. E quale data più evocativa per resistere del 25 aprile?

Lanciamo un appello a violare le misure. Seguendo il principio di cautela per l’altrui e la nostra salute. E ognuno secondo le sua disponibilità. Alle ore 16,00. Da soli, in pochi, a gruppi distanziati, anche nei pressi di casa, con un cartello, della musica (canti partigiani, lettura di testi…) o qualsiasi altro segnale di disobbedienza. Per non aspettare di avere il permesso di tornare nel mondo reale, ma “tracciati”, medicalizzati a forza, con la paura dell’altro, in base a criteri insensati secondo ogni logica sanitaria (i luoghi chiusi sono più a rischio di quelli all’aria aperta, come la gestione di questa emergenza ha fin troppo dimostrato), ma molto sensati secondo la logica del controllo sociale. Contro la produzione bellica (che non si è mai interrotta), in solidarietà con i detenuti in lotta e con chi è stato arrestato di recente per aver reagito alla violenza poliziesca.

Non si tratta solo di affermare la responsabilità contro l’obbedienza, ma di dire chiaro e tondo che non accettiamo la divisone tra sacrificabili e salvabili; che le nostre vite non sono “dati da estrarre e da analizzare”; che non c’è salute senza relazioni di mutuo appoggio con gli altri e con la natura da cui dipendiamo.

Non vogliamo “convivere con le pandemie”, ma farla finita con l’organizzazione sociale che le crea.

 

 

 

Appello per il 25 aprile

Cronache dallo stato d’emergenza (Numero5)

Che scoperta, la società!

Di fronte al rischio di morire per contagio, milioni di esseri umani stanno scoprendo che le azioni proprie e altrui hanno un effetto concreto sulla società, cioè su se stessi e sui propri simili. Dopo decenni di ideologia liberale secondo la quale la “società” era una sorta di buco nero in cui si poteva buttare qualsiasi cosa, ora si riscopre in fretta e furia il principio di responsabilità. Si scopre che i lavoratori sono carne da macello; che i profitti vengono prima della salute; che a decidere, dietro il fumoso “interesse pubblico”, c’è lo Stato con la sua polizia. Visto che i virus provocano degli effetti anche se non si vedono, scopriamo che esiste una “materialità dell’invisibile”. Le tecnologie digitali – a cui scienziati e governi affidano le nostre sorti – sono tutt’altro che immateriali. Perché milioni di persone stiano connesse mentre sono chiuse in casa, ci vogliono server, energia, cavi, antenne e, soprattutto, metalli e terre rari, il cui accaparramento significa guerre, saccheggio della crosta terrestre, radiazioni nucleari, semi-schiavi (spesso bambini) costretti a lavorare nelle miniere, intere zone del mondo trasformate in discariche, cioè condizioni per nuove epidemie. Può esistere un principio di responsabilità a comando, sotto l’imperio della paura?

Cosa significa “non si può uscire”?

L’aspetto forse più pericoloso di questo periodo è proprio il tentativo statale di far coincidere responsabilità e obbedienza. Se pensiamo alle tragedie che l’obbedienza ha prodotto nel Novecento («Ho eseguito solo gli ordini» è stata, non a caso, la frase più ripetuta dai nazisti a Norimberga), una tale sovrapposizione dovrebbe farci tremare i polsi. Perché, allora, stiamo in casa? Per senso di responsabilità? Perché lo dice il governo? Per paura delle multe? Milioni di persone risponderebbero senz’altro in modi molto diversi. Quello che è eticamente e socialmente inaccettabile è confondere obbedienza e responsabilità. Facciamo un esempio. Se si leggessero davvero i decreti del governo – senza farsi terrorizzare dagli annunci degli altoparlanti – e li si seguisse alla lettera, cosa succederebbe? Se migliaia di persone uscissero contemporaneamente a fare “attività motoria in prossimità della propria abitazione”, che assembramenti si creerebbero? Se invece le stesse persone vanno a passeggiare in zone isolate, violando di fatto il decreto, mettono forse a rischio la salute di qualcuno? La sanzione non è mai stata un argomento.

Obblighi e divieti

Mentre in alcuni “Paesi non democratici” la normalità sta diventando quella del tracciamento di ogni dato sull’identità, i luoghi frequentati, gli incontri, anche nell’“Occidente liberale” si guarda alle linee guida per la ristrutturazione 4.0 della vita sociale. In diverse zone della Cina (in cui i casi di contagio sono prossimi allo zero) non si entra in alcun luogo pubblico senza uno smartphone in mano a “garantire” il proprio status. Non possedere certi strumenti inizia a somigliare sempre di più all’essere dei clandestini, o come minimo persone sospette. Per capire l’antifona, basta guardare chi sono i 17 specialisti scelti dal governo Conte per programmare la “Fase 2” (cioè «ripensare l’organizzazione della nostra vita e preparare il graduale ritorno alla normalità») . A guidare la task force (con tanto di riferimenti al comitato interministeriale del ’45) sarà l’ex amministratore delegato di Vodafone, Vittorio Colao, che verrà fiancheggiato da numerosi tecnici ed esperti tra cui Roberto Cingolani, l’attuale responsabile dell’innovazione tecnologia di Leonardo (il più grande produttore italiano di armi) e direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia. Intanto il 5G inizia ad essere una realtà. «Ogni tecnologia porta con sé obblighi e divieti segreti», scriveva Günther Anders. E cosa c’è di più segreto e invisibile di una tecnologia che si confonde con la nostra stessa quotidianità?

Finché siamo in tempo

Si accumulano annunci e programmi di trasformare il “distanziamento sociale” in qualcosa di semi-permanente (dal momento che le pandemie sono già integrate come “effetto collaterale” della produzione tecno-industriale). In tal modo saremmo distanziati non solo dai nostri simili, ma dalla possibilità individuale e collettiva di difenderci dagli amministratori della coercizione. Senza poterci incontrare e organizzare, come reagire a misure di sorveglianza sempre più totalitarie, oppure, più banalmente, a dei licenziamenti? Se si affida il “problema contagi” a un apparato tecnologico-burocratico, la soluzione più efficace – l’unica che non mette in discussione l’apparato stesso – è il controllo totale. Non perché i tecno-burocrati siano malvagi o perché siano parte di chissà quale complotto mondiale, ma perché le soluzioni tecniche devono strutturalmente prescindere da considerazioni etico-sociali. Soprattutto in nome dell’emergenza. La libertà, proprio perché imprevedibile, costituisce un fattore di disturbo per gli algoritmi; il giudizio di valore è sempre umano, troppo umano, mentre il calcolo si presenta come oggettivo. Qual è la soluzione più efficace se un bambino fa troppo chiasso? Legarlo, oppure somministrargli degli psicofarmaci. Se i genitori non lo fanno, non è perché non lo trovano efficace (calcolo costi-benefici), ma perché lo considerano sbagliato (giudizio etico-pedagogico). Togliamocelo dalla testa: quella di non ammalarsi non sarà mai una certezza. La domanda , cui nessuna intelligenza artificiale potrà rispondere al posto nostro, è sempre la stessa: a cosa siamo disposti a rinunciare della vita per continuare a vivere?

Pensavano che chiamandoli “eroi”…

Mentre il personale sanitario di Piacenza si dichiara pronto a scendere in sciopero se vengono riaperte le fabbriche, duecento medici e infermieri greci sottoscrivono un documento con il quale rivolgono sette domande al “Comitato di esperti” del Ministero della Salute. Eccone un paio: «Quale approccio scientifico impone la circolazione dei nostri concittadini con guanti e mascherine all’aperto e al contrario tratta con ironia e “non importa” la questione della garanzia assolutamente necessaria dal punto di vista igienico e sociale di tutti i mezzi di protezione individuale degli operatori negli ospedali e nelle cliniche?»; «quale approccio scientifico impone il divieto di incontro all’aperto di più di due persone, ma NON denuncia il funzionamento di imprese e industrie che producono beni non essenziali con dozzine di lavoratori assembrati in spazi chiusi e senza i necessari mezzi di protezione?». Assunzione di altro personale sanitario; fornitura di mezzi di protezione a tutti gli operatori; requisizione immediata e senza condizioni di letti normali e di terapia intensiva, di attrezzature di laboratorio e di cliniche dal settore dell’assistenza privata: con queste rivendicazioni sono stati organizzati presìdi davanti a 25 ospedali in 20 Province della Grecia. Alle iniziative hanno partecipato lavoratori di tanti altri settori, pensionati e studenti. Durante uno dei presìdi, l’intervento della polizia è stato respinto in modo collettivo e solidale. Tra gli slogan: «Siamo schiavi solo della nostra coscienza» e «il divieto di circolazione non fermerà le lotte».

Resistere all’emergenza, sfidare i divieti

31 marzo, Milano. Picchetto dei lavoratori (quelli non ancora ammalati) del magazzino Fruttital a rischio licenziamento. In piena emergenza l’azienda aveva annunciato la chiusura e il trasferimento. Inoltre, nei giorni precedenti non era stato fornito agli operai alcun dispositivo di protezione dal contagio.

1° aprile, Calliano (TN). Per questa giornata, alcuni parenti dei detenuti avevano invitato a far sì che le battiture risuonassero anche fuori delle carceri. Così, un gruppetto di anarchici, per spiegare il senso della battitura che ci sarebbe stata la sera, ha pensato di rovesciare la pratica istituzionale di diffondere sinistri moniti e avvisi dagli altoparlanti, girando per il paese con l’impianto audio e facendo diversi interventi a sostegno delle lotte carcerarie. Nel giro di poco tempo, giungono sul posto otto pattuglie dei carabinieri, più altre auto della polizia locale e della Digos.

8 aprile, Torino. Il “food delivery” viene considerato un’attività essenziale ma le ciclofficine sono chiuse; aziende come Glovo o Deliveroo non hanno mai provveduto alla manutenzione dei mezzi di chi fa le consegne: i riders si ritrovano in piazza, con biciclette e attrezzi, per una “ciclofficina itinerante” che permetta di aggiustare i propri mezzi a chi, nonostante il “lockdown”, continua a lavorare.

14 aprile, Roma. Rivolta nel Centro profughi di Torre Maura. Gli operatori vietano di uscire dal centro, gli internati rispondono con incendi e danneggiamenti. Nei giorni precedenti si erano verificati proteste, atti di autolesionismo, incendi, tentativi di evasione, scioperi della fame e della sete in vari Centri Per il Rimpatrio.

15 aprile, Carmagnola (TO). Picchetto degli operatori sanitari di una casa di riposo in cui si erano registrati  46 contagiati su 50 ospiti. Le richieste: mascherine e tamponi per i dipendenti. Le risposte: arrivano polizia e carabinieri, la cooperativa Socialcoop dichiara di aver “effettuato assunzioni per ovviare alle assenze di personale”… contagiato.

15 aprile, Torino. Scendono in piazza (mantenendo le distanze di sicurezza) gli ambulanti del mercato di Porta Palazzo, l’unico ancora non riaperto in città, forse perché si trova in una zona oggetto di intensa “riqualificazione” (sempre più investimenti per i ricchi, sempre meno spazi per i poveri).

16 aprile, Massalengo (LO). Sciopero di 250 operai nel magazzino centrale di Carrefour Lombardia contro il subappalto ad una cooperativa che paga la manodopera il 20% in meno. Viene firmato un accordo che cancella il subappalto. Nel frattempo si apprende della chiusura della Fruttital di Milano, trasferita a Verona. Dal momento che Fruttital è uno dei fornitori di Carrefour, gli operai decidono che i suoi camion non verranno più scaricati, come forma di solidarietà verso i lavoratori appena licenziati.

16 aprile. Parenti e solidali dei detenuti protestano fuori dalle carceri di varie città (Roma, Bologna, Torino, Bolzano…). A Roma la polizia li circonda e spintona, fregandosene delle tanto invocate distanze di sicurezza, e porta 8 persone in questura. Nei giorni precedenti i parenti protestano fuori dalle carceri di Secondigliano, Poggioreale, Santa Maria Capua Vetere. Nelle carceri di Ariano Irpino, Palermo, Crotone, Bologna, Alessandria, Santa Maria C.V., Rebibbia, Secondigliano si verificano rivolte, battiture, scioperi della fame e della sete.

17 aprile, Torrazza Piemonte (TO). Sciopero di tutto il personale dello stabilimento Amazon: l’azienda non fornisce informazioni sui casi di contagio all’interno della sede, nascondendosi dietro il paravento della “tutela della privacy”.

Il 25 aprile

Mentre governo e Regioni stanno riaprendo i luoghi della produzione e del commercio, il divieto di uscire all’aria aperta perdurerà almeno fino a maggio. Questa palese discrepanza non risponde ad alcuna “evidenza scientifica” (a meno di non confermare quello che un filosofo scriveva più di trent’anni fa, e cioè che lo Stato ha «abbattuto il gigantesco albero della scienza all’unico scopo di farne un manganello»). Da un lato si deve produrre e consumare; dall’altro, prima che la gente possa uscire si vuole aver già programmato come controllarla. Ecco. Dobbiamo anticiparli, se non vogliamo subire, oltre alla “crisi sanitaria”, anche la ristrutturazione economica che l’accompagnerà. E quale data più evocativa per resistere del 25 aprile? Lanciamo un appello a violare le misure. Seguendo il principio di cautela per l’altrui e la nostra salute. E ognuno secondo le sua disponibilità. Non si tratta solo di affermare la responsabilità contro l’obbedienza, ma di dire chiaro e tondo che non accettiamo la divisone tra sacrificabili e salvabili; che le nostre vite non sono “dati da estrarre e da analizzare”; che non c’è salute senza relazioni di mutuo appoggio con gli altri e con la natura da cui dipendiamo.

Non vogliamo “convivere con le pandemie”, ma farla finita con l’organizzazione sociale che le crea.

Versione pdf: Cronache5 (numero_doppio)

Cronache dallo stato d’emergenza (Numero5)

Folate di ribellione

I mercati, quasi vuoti per l’ingordigia dei commercianti, i quali nascondevano la merce con la speranza di continui aumenti non garantivano più al desco proletario il necessario per vivere.

Le lunghe ed interminabili file che le donne erano costrette a fare per procurare qualcosa da mangiare alle loro famiglie, il più delle volte restavano senza potersi rifornire per l’esaurimento del genere in vendita e ritornavano a mani vuote alle loro case.

Non poche volte s’inveiva con epiteti poco riguardosi verso le Autorità, preposte per il buon ordine… delle file.

Questo stato di cose determinava una situazione insostenibile. S’incominciò a forzare qualche negozio e vuotarlo letteralmente. Tale movimento riscosse la simpatia generale del popolo il quale, riversato nelle piazze, dava il basta, all’aumento dei prezzi. L’assalto ai negozi si generalizzò ed in alcuni centri i soldati facevano causa comune con il popolo.

Il governo, per sedare i tumulti e mantenere l’ordine, non potendo contare sull’esercito, doveva usare la P.S., i Carabinieri e la Finanza.

Con queste parole l’anarchico veronese Giovanni Domaschi in un suo manoscritto descriveva la situazione postbellica in Italia dell’anno 1919. Uno scenario non molto lontano da quello che potrebbe accadere con l’erosione costante dei salari, dei soldi in banca delle famiglie, con la perdita del lavoro di migliaia di persone. Purtroppo oggi la causa comune con i militari dell’epoca non ci sarà, non si può fare. Ora i militari sono al fianco delle Autorità, sono professionisti ed addestrati a sopprimere i sussulti dei poveri in mezzo mondo. Quel periodo dopo il 1919 in cui i soldati – principalmente operai e contadini che presero coscienza sulla loro pelle di cosa vuol dire la guerra, la fame e gli interessi della borghesia – erano istintivamente vicini a quelle persone che potevano essere i loro cari in altre zone della penisola disastrata dal dramma della Prima guerra mondiale.

Quello che invece sta già accadendo è l’aumento dei prezzi di frutta e verdura come annuncia la Coldiretti, con conseguenza che quello che è successo a Palermo qualche settimana fa ritorni molto presto a succedere, cioè persone che si organizzano per espropriare i negozi in mancanza di soldi per pagare gli affamatori della grande distribuzione alimentare che in questo momento continuano a riempirsi le tasche con i soldi della gente. Questo sta già avvenendo in altre parti del mondo come in Sudafrica o Messico, dove le persone, oltre ad essersi ribellate alla polizia per le restrizioni imposte, hanno approfittato del momento collettivo per riprendersi il necessario per cibarsi o per raggranellare qualche soldo vendendo la merce rubata.

È evidente che la necessità della sopravvivenza ad un certo punto coccia con la tutela dal virus. O ci si protegge dal virus o ci si organizza per non morire di fame. Finché non si riuscirà ad elaborare proposte, a far prendere coscienza, che solo dalle persone che stanno subendo questa situazione si può articolare metodi diversi da quelli restrittivi ed affamatori previsti dai tecnici dello Stato e dai padroni, si creeranno situazioni di questo genere. Domaschi non ci descrive come all’epoca le persone affrontarono l’influenza spagnola che creò molti più lutti del virus di oggi. Situazioni diverse ma riportate nelle rispettive epoche possono trovare alcune somiglianze.

Quello che è evidente è che tra le necessità delle persone e la tutela sanitaria interferisce lo Stato con le sue ordinanze e propagande, ma soprattutto la presenza in varie forme dei suoi servi e tutori del suo ordine.

Ecco allora che un po’ ovunque emerge rabbia ed insofferenza. Dalle scritte esplicite di Cagliari davanti al Commissariato di Sant’Avendrace, passiamo alla sassaiola dai balconi in Via Grimaldi a Catania dopo un fermo di polizia. Oppure agli attacchi più organizzati contro la polizia in Francia nei dintorni di Parigi e Lione, dove in modo diverso ma simile gli uomini in divisa sono stati adescati da decine di persone e presi a sassate con relative barricate, oltre che aver sparato fuochi d’artificio contro gli elicotteri che controllavano la zona rivoltosa.

Continuando con le rivolte in strada, quella più “grave” è legata ai fatti di Anderlecht, dove un ragazzo in motorino per sfuggire ad un posto di blocco si è dato alla fuga con relativo inseguimento finito tragicamente dopo che una pattuglia la ha fatto schiantare sulla propria auto. Ma questa volta non è rimasto senza risposta quello che per molti è un assassinio. Centinaia di persone tramite dei tam-tam si sono ritrovate in piazza appositamente per far capire a questi assassini che questi fatti non rimarranno impuniti. La morte di un giovane, come altre volte è successo, accende l’odio per la polizia la quale, in questo caso, subisce l’incendio di vari mezzi e la sottrazione di un’arma da fuoco. Decine di persone nelle ore successive alla rivolta vengono arrestate, ma questo per noi è secondario. Sarà l’esperienza a far sì che le persone che si organizzano non vengano individuate dagli spioni con conseguenti arresti. L’illegalità in questo caso è sinonimo di libertà; senza ribellione, senza incontro tra le persone non si farà fronte ai futuri accadimenti che raccontavamo più sopra. Per inciso questo non vuol dire non prendere le dovute precauzioni per tutelarci in senso sanitario per questo sul foglio n°4 di Cronache dallo stato di emergenza, nello scritto Ne parleremo a lungo, si rimanda agli anni ’70 in cui le persone dei quartieri discutevano direttamente ed attivamente con il personale sanitario. Discussioni da non delegare alle istituzioni che stanno e faranno sempre gli interessi di altri e non degli sfruttati.

Ma tornando all’ostilità alla polizia legata alla emergenza in corso, ecco che non si esauriscono le rivolte per far uscire i problemi degli ultimi dimenticati ed inascoltati. Dopo le costanti e attuali proteste nelle varie carceri su e giù per lo stivale, anche gli immigrati reclusi danno fuoco a quel poco che hanno per spingere chi di dovere a fare i tamponi per capire la gravità della situazione, come è successo a Roma il 14 aprile in un CAS.

Per finire passiamo a come degli assembramenti sono stati repressi negli ultimi giorni. A Francoforte il 5 aprile circa seicento persone si sono radunate per dare visibilità alla grave emergenza sanitaria nelle isole greche, dove migliaia di immigrati sono reclusi nei lager a cielo aperto finanziati dall’UE. La polizia aveva l’ordine di sciogliere la manifestazione, e le persone sono state in contatto le une con le altre solo nel momento in cui la polizia ha attaccato la manifestazione pacifica. Intervento duro e senza mezzi termini.

Ma forse quello che è più emblematico del futuro prossimo è quanto è accaduto a Bolzano. Un flash mob che è stato lanciato contro le misure restrittive della quarantena ma che non aveva intenzione di andare contro le attuali ordinanze. Semplicemente le persone che volevano partecipare a questa iniziativa volevano far emergere tutta una serie di problematiche legate alle restrizioni imposte dallo Stato e dai governatori locali. Ebbene una ragazza che non ha fatto altro che girare tramite cellulare il testo di questa iniziativa si è trovata in casa la polizia intenzionata a sequestrale il cellulare per capire chi aveva lanciato l’iniziativa e cosa doveva succedere nelle strade della città.

Dietro questo fatto si possono fare svariati ragionamenti: si potrebbe divagare dal controllo tecnologico alla mancanza di diritti di espressione del proprio pensiero e così via. Il succo che ne traiamo è molto semplice. Chi vorrà organizzarsi per fare dalle semplici iniziative dovrà prendere tutta una serie di accortezze, e le persone che fino ad ora sono state assenti dalle lotte dovranno acquisire metodi fantasiosi per sottrarsi ai controlli e alla repressione della polizia.

In questo la presenza di compagni e compagne, tramite le proposte, le esperienze, l’esempio è necessaria non solo per coltivare l’ostilità contro le Autorità; non solo per proporre ed intessere progetti di autoproduzione, autogestione e solidarietà come è successo in questi giorni sotto alle carceri in varie città, ma anche per affinare assieme agli sfruttati metodi di espropriazione per le esigenze di vita, nonché di autodifesa. Senza nulla togliere all’intervento autonomo e diretto, è necessario anche stare al fianco degli sfruttati, in una solidarietà concreta che porti a sbocchi di liberazione vera da chi ci sta ammalando, affamando e reprimendo.

Folate di ribellione

Chronicles from the state of emergency – (4)

«Their virus, our deads»

We are overwhelmed daily with data about the number of the infected, dead and healed. Even though the structural causes of this epidemic never emerge – the industrial plunder of the natural environment and our relational gap with the other animal spieces – , for the ones who know how to isolate the lies in this ocean of information, some truths stay afloat. Over 70% of deceased from Coronavirus suffered from hypertension. Among 95% of the cases are pre-existing risk factors which can leave people predisposed to its development; particularly sedentariness and stress. The prohibition of going out of the house – with the necessary precautions – creates the conditions for a great number of new sick people. Not to mention the devastating psychological consequences for all those living in unbearable house and family conditions, suppressed by the optimism of the State («Everything will be alright. I stay home»). Moreover, if the importance of the sun and of vitamin D for the immune system is «fake news», then why do the protocols ditributed to the carabinieri and the police advise “at least half an hour of sunlight per-day and, in case its not possible, the consumption of vitamin D”?

Expendables

In Rovereto, two cases of Coronavirus among BRT porters have been registered (one of them is in intensive care in hospital). The logistics enterprise, after a quick and secret «sanification» of the offices (storehouses excluded), expected that their porters would have peacefully kept on working, without even testing them for symptoms. The porters refused, by taking sick leave. Meanwhile, Confindustria (italian chamber of commerce) is pushing to open factories as soon as possible (those factories that have been closed after the wave of strikes that forced the government to stop the «unnecessary production»). Someone is speaking about «unequal sharing of risks». Others, who look on the entire planet and on its huge injustices, speak about «discriminated apocalypse».

We are going to talk at lenght about this

According to the official data, since 2009, 37 billion euros have been deducted from healthcare. Is it because of the objective eloquence of this information, that local newspapers have reported that graffiti appeared in front of Rovereto hospital («Thanks to medical staff, but we don’t forget who made cuts to healthcare») without the habitual swarm of criminalising comments? Beyond the quantitative data, there’s another which is qualitative. If we extend the timeframe a bit, we notice that Healthcare has been not only been cut, but also transformed. Indeed, it was provided, until 1978, a trade relation between preventative medicine and the «Citizens’ Committees» (expression by which they were trying to regularize the several Rank-and-File committees for health on workplaces and on territory, that were born extensively during the struggles in the Seventies). From the meeting between doctors and committees arose, few years before, the most serious and in-depth inquiry about the Icmesa environmental disaster in Seveso * (see note below). Since we are living a mass experience that won’t be abolished any time soon – we’re dealing with the heaviest limitation of freedom in italian history ever -, it’s going to be of fundamental importance for the future to create spaces for critical confrontation between people and medical staff in order to analyze, on the whole and in detail, what caused this epidemic and how the governments and the state scientists dealt with it.

«I wish you a wonderful future»

These are the final words from the letter in which the ‘futurist’ Thomas Frey (ex-engineer for IBM) explains to a ‘science communicator’ that soon the actual passwords will be, thanks to 5G, replaced by «vocal sentences linked to a laser spectrum, by touch resonance, identification through heartbeat, infrared signature» («Corriere Innovazione» 3rd april 2020). «Wherever you’ll be – his conversation partner, professor Derrick De Kerchove added – , you’ll be traced and virtually reconstituted into four dimensions in a complete and constant manner, as 5G can do. You will acquire and store each move you do, like a digital personal unconscious outlined and distributed in databases, from which the decisions (choices, purchases, votes, etc.) will emerge. «But that’s not the end of the world – the professor assures -, it’s only the end of our illusionary and pleasant independence». «This emergency provided the push needed to spread digitalization». On the other hand, «never waste the potential of a crisis». For the ones who rebel to this wonderful future made by human-machines, a definition is already prepared: «Talibans of phisical experience».

England advises

Some antennas for 5G mobile telephones have been burnt in Sparkhill, Birmingham, on thursday 2 april, and in Melling, Merseyside, on friday 3 april. The news has run out in Italy too. The actors of sabotage have been defined «conspiracy theorists», complete with a statement by Google and Facebook, for whom the new 5G infrastructure is fundamental, in order that the online surveillance that they exercise will spread, to real life behaviours and to civic surroundings too. Here there’s no conspiracy theory. It is the accumulation logic itself to ensure that the best way to foresee the consumers’ behaviour – and to sell forecasts to the advertisers and to industry – it’s by programming them.

Greetings from Greece

It’s always wise to learn from your neighbours who have already lived a condition that could fall on you tomorrow. A collective in Athens writes: «They are, and we are, speaking about war. And it’s true. Starting from the increase of black market prices. From the empty shelves in supermarkets, to the food stockpiling. From the «recruitment» of some employees in order to reduce the employer’s loss, to the firing of others. From the coercive jobs without any elementary health protection, to emergency overtime. From the hospitals lack of medical equipment and the inadequacy of nursing staff, to the transformation of hospitals into wards filled with «casualties of war». […] So, «war economy» means a new cycle of memorandum, dismissals, cuts in wages, pensions, social expenditures and privatization. What the State is giving today to stop its bankruptcy, tomorrow we’ll pay in blood».

*Seveso disaster, 10th july 1976. An industrial accident that caused the leak of dioxin, with the consequent dispersion of one of the most toxic chemical substance existing and with serious repercussions on the inhabitants health.

tradotto da:

Cronache dallo stato d’emergenza (Numero4)