Torino – Dopodomani. Domani. Oggi.

Che le autorità abbiano navigato a vista in questi giorni è indiscutibile. Basterebbe guardare al susseguirsi convulso di decreti che, in appena tre giorni, hanno trasformato delle misure di contenimento localizzato (a 16 province e una regione) in misure estese a tutta la nazione. Sicuramente la difficoltà di effettuare tamponi [https://www.ilpost.it/2020/03/19/coronavirus-bucci-numero-contagi/] e poi svilupparli sta mettendo il governo davanti all’incapacità di capire quanto è realmente diffuso il contagio e quindi come poter limitare i danni economici e di tenuta sociale del paese, a partire dalle persone che stanno più subendo la clausura e potrebbero iniziare ad essere irrequieti.

L’epidemia è in continua evoluzione e le drastiche misure adottate fino a ieri non sembrano aver sortito alcun effetto, tanto che in alcune aree – Lombardia su tutte – la situazione ha ormai superato quella soglia di sicurezza che le autorità, sin dall’inizio, avevano evocato come limite a cui non avvicinarsi in alcun modo. Sotto la spinta di numerose autorità locali il governo ha deciso di dare un’ulteriore stretta alle possibilità di movimento delle persone, imponendo di chiudere anche parchi e giardini pubblici. [https://www.ilsole24ore.com/art/coronavirus-nuova-stretta-governo-chiusi-parchi-e-giardini-limiti-sport-all-aperto-AD9RbqE]. Verranno disposti controlli più minuziosi e severi, i militari hanno il via libera per entrare in gioco là dove le amministrazioni locali lo reputeranno opportuno, probabilmente a partire da quelle città già coinvolte nell’operazione Strade Sicure o in paesi dove il contagio galoppa, e con esso morti e ricoverati gravi. Non si esclude la possibilità che in certe zone i militari verranno impiegati anche per distribuire generi alimentari o supportare le attività logistiche funzionali al sostentamento della popolazione racchiusa. Oltre che al controllo.
Il governo centrale ha già annunciato che verrà prorogato, ben oltre il 3 aprile, lo Stato d’emergenza disposto a livello nazionale un paio di settimane fa. Indicativa in questo senso l’idea di introdurre, magari attraverso un decreto, una norma di legge che consenta, in deroga alla normativa sulla privacy, di controllare ex post i movimenti dei cellulari, così da verificare il rispetto della quarantena e la veridicità delle autocertificazioni. Cosa già effettuata a Milano in termini di monitoraggio dei flussi di persone. [https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/20_marzo_18/coronavirus-si-spostano-4-lombardi-10-solo-milano-1200-denunce-scatta-sorveglianza-digitale-2227e1f0-68df-11ea-913c-55c2df06d574.shtml]

 

Forse dobbiamo iniziare ad abbandonare l’idea che questa situazione possa avere una fine, o perlomeno ridefinire il significato di questo concetto. Ripensare quindi il fatto che il mondo in cui viviamo, i suoi rapporti e le sue forme di potere torneranno identiche a prima.

Uno studio dell’Imperial college [https://www.imperial.ac.uk/media/imperial-college/medicine/sph/ide/gida-fellowships/Imperial-College-COVID19-NPI-modelling-16-03-2020.pdf] ha delineato una serie di scenari possibili. Occorre precisare che si tratta di ipotesi fondate su alcune variabili tutt’altro che sicure, ma comunque utili a orientarsi (ad esempio molto dipenderà dalle caratteristiche intrinseche di questo virus: la sua stagionalità, la possibilità e la durata di una eventuale immunità nelle persone guarite, la possibilità che esistano più ceppi con virulenze ed effetti differenti. Tutte cose allo stato attuale, per quanto abbiamo appurato, non verificate). Il dato che emerge con più chiarezza è l’alta probabilità che questa epidemia continuerà a vagare, e quindi che i vari governi, dopo aver alleggerito le misure in seguito al rallentamento della curva dei contagi si trovino a doverle riproporre in seguito per far fronte a eventuali nuovi focolai. Insomma pare che la prospettiva sia l’inizio di uno stile di vita completamente diverso” e rassegnarci all’idea di vivere in uno stato di pandemia. [https://www.milanofinanza.it/news/non-torneremo-piu-alla-normalita-ecco-come-sara-la-vita-dopo-la-pandemia-202003181729195935?fbclid=IwAR22wrUqPGimdlHM2XBerNjqNsf_3_V6gGtbheGcqzPV_lE8w_gt5PC7d_M ].

Sorge a questo punto una domanda spontanea che, senza troppi voli pindarici sul futuro, occorre porsi già ora: come provare a lottare in uno stato di pandemia?

L’unicità della situazione che stiamo vivendo rende difficile anche per i governanti capire da quali problemi emergeranno e quali forme assumeranno i conflitti che potrebbero manifestarsi nei prossimi tempi, specie con il prolungarsi per molte altre settimane di queste misure. Cosa succederà ad esempio a breve o al più tardi tra qualche settimana quando le persone che non hanno alcuna riserva non sapranno più come fare la spesa?

Dopo la prima imponente ondata di rivolte, anche la situazione nelle carceri non sembra essersi granché modificata: le misure adottate non hanno ridotto il sovraffollamento, i colloqui con i familiari non sono stati in alcun modo ripristinati e il Covid-19 sembra abbia iniziato a diffondersi tra le celle. Nonostante le difficoltà di comunicazione quanto mai forti, stanno fatti  le prime notizie di detenuti e guardie positive al virus.

Coprifuoco, quarantena generalizzata e militari nelle strade serviranno principalmente a impedire o ostacolare sul nascere la possibilità di far fronte ai tanti problemi economici, sanitari e sociali con cui ci troveremo nei prossimi tempi a dover fare i conti, assieme al Covid-19. È opportuno rendersene conto, in fretta. Queste misure variamente miscelate potrebbero essere dietro l’angolo. Una volta adottate, chiarirsi le idee sarà ancora più difficile e le possibilità di ragionarvi vis a vis e magari pensare a come farvi fronte, si ridurranno ancor più drasticamente. Il tempo stringe.

Dopodomani. Domani. Oggi.

Torino – Naufragio senza spettatori: della crisi o della possibilità

“La tradizione degli oppressi ci insegna
che lo «stato di emergenza» in cui viviamo è la regola. Dobbiamo
giungere a un concetto di storia
che corrisponda a questo fatto. Avremo allora di fronte, come nostro
compito, la creazione del vero
stato di emergenza; e ciò migliorerà la nostra posizione nella lotta
contro il fascismo”

Iniziare mettendo le mani avanti non è certo mossa di gran stile, ma non si può tenere il timone del ragionamento tra gli imperiosi flutti di queste settimane in altro modo. Ecco perché mettere nero su bianco alcune considerazioni su ciò che sta accadendo negli ultimi giorni dopo la proclamazione della zona rossa in tutt’Italia e della pandemia da parte dell’Oms richiede una certa cautela e la possibilità di tornare sui propri passi e ragionarvi ancora. Le rifessioni da aggiustare non mancheranno man mano che la situazione muterà, e la mutazione in un tempo dell’ultravelocità e dell’iperstoria non è una componente secondaria – basterebbe anche solo vedere i cambiamenti degli atteggiamenti di milioni di “italiani” a seconda degli input informazionali dati loro di minuto in minuto, da quelli dei politici ai più banali articolini dei media che passano da suggerire aperitivi spensierati a far affollare con disperazione i supermercati notturni. Tuttavia si oscillerebbe tra l’insensato e l’improvvisato se ci si lasciasse andare a questo flusso e se non si ripescassero per la giusta occasione degli strumenti meno contestuali, magari proprio le vecchie lezioni impolverate sulla rivoluzione per darle finalmente una possibilità consistente.

La situazione del momento non necessita di grosse descrizioni già pienamente note e vissute sulla pelle: un’epidemia virulenta (generata dal nuovo virus Covid-19) si sta estendendo a livello globale e crea in una fetta consistente di popolazione che la contrae una malattia respiratoria acuta. La linea di contagio esponenziale sin dall’inizio indica con assoluta certezza l’insufficienza delle strutture ospedaliere per i tanti individui che svilupperanno complicazioni. Le specifiche della gestione sanitaria pubblica le lasceremo però ai feticisti dei conti delle ultime spending review, mentre pare necessario perlomeno partire da una considerazione semplice: la diffusione non si sarebbe potuta bloccare con nessuna risorsa statuale, né con la faccia malevola dell’estrema territorializzazione militare, né con quella più bonaria di un sistema sanitario pubblico in forma smagliante. O per meglio dire, il sistema capitalistico nella sua forma di sfruttamento uomo/natura e uomo/uomo, con le sue caratteristiche predatorie nei confronti di ambiente e classi sfruttate al fine di produrre profitto e riprodurre sé stesso, non può garantire nessuna reale lotta al contagio.

Ed è proprio questa ovvietà svelata nella sua terribile concretezza a smontare il più forte mito del progresso di questo secolo. Le magnifiche sorti e progressive presentate ormai come illimitate nulla possono al banco di prova della realtà contro gli effetti della devastazione del capitalismo nella sua interconnessione globale; a ogni effetto di questo sfacelo, che sia un virus o l’innalzamento dei mari, non c’è soluzione immediata o che possa rispondere alla forma del discorso pubblico dello stato nazionale, ancora ancorato alla retorica dell’universalità novecentesca. In questo senso ci troviamo di fronte a un inedito, non perché virus e catastrofi naturali siano solo effetto della devastazione capitalistica di cui sopra, come insegnano le vicende della Terra, ma perché in questo caso è stato imposto un limite secco alla fiducia del discorso imperante sulla tecnologia. Ebbene sì, perché una soluzione medica non c’è e non si trova in pochi mesi nonostante i più avanzati studi internazionali e la corsa delle case farmaceutiche ad arrivare per prime al vaccino, perché non basta un atto di limitazione dei flussi da parte di uno o più stati a fronte della complessità dell’organizzazione umana oggi, perché il mondo lasciato a specchiarsi in una superfice virtuale, in cui è talvolta difficile distinguere il possibile dall’impossibile, è in realtà così fragile.

Ed è proprio lo svelamento scenico di questa fragilità a solleticare i sogni un po’ sopiti di noi sovversivi. Fino a qualche settimana fa sembrava non muoversi foglia senza previsione statistica, la normalità dello sfruttamento capitalista sembrava irremovibile a fronte di una diminuzione costante e senza opposizione delle tutele sociali, la repressione carceraria schiacciante. Di certo non si vuole sostenere che tutto ciò sia finito e che la pandemia del coronavirus sia una ventata d’aria fresca, tuttavia non si può ignorare l’energia che potrebbe scaturire da questo momento di crisi gestionaria, basterebbe anche solo quell’assaggio scaturito dalle rivolte in quasi tutte le carceri italiane di qualche giorno fa a farne sentire il gusto dolce.

In cinese crisi si dice “weiji” e il suo ideogramma è formato da “rischio” e “opportunità”. In realtà anche in italiano il termine “crisi” ha lo stesso significato ed è una cosa nota e banale che in medicina, ad esempio, la fase critica è quella in cui il paziente o guarisce, o muore. La storia rivoluzionaria insegna che i momenti critici non sono mai rosei, se non lo è certamente questo virus, tantomeno lo sono state le epidemie della Parigi ottocentesca o l’enorme tragedia umana lasciata dalla Grande Guerra. Proprio quest’ultimo esempio dovrebbe suggerire quanto l’afflato rivoluzionario non potesse rimpiangere la normalità dello stato liberale pre-bellico. Fu catastrofe immane, preceduta da altri conflitti locali mai dilagati su larga scala, ma anche l’opportunità, finita presto e come ahinoi sappiamo, di far scoppiare una rivoluzione.

Del resto non sono queste le occasioni in cui “quelli di sotto” non possono più sopravvivere come prima e “quelli di sopra” non riescono più a governare come prima? Invece di lamentarsi del governo che chiude le scuole, della perturbazione dello status quo, un movimento rivoluzionario (la cui esistenza è un’ipotesi di fantapolitica, quindi se ne può parlare liberamente e senza timore) dovrebbe proclamare immediatamente lo sciopero generale a tempo indeterminato e promuovere l’auto-organizzazione per garantire beni e servizi indispensabili. Il tutto non per tornare nei ranghi della normalità del diritto di assembramento o di sciopero, ma per trasformare la crisi in spaccatura definitiva. Piuttosto ingenuo, se non conservatore, il giudizio sofisticato di chi pensa che non si debba trasformare quest’emergenza sanitaria in crisi sociale: o non vede che la crisi è già in atto, o è spaventato di perdere le condizioni di vita a cui era affezionato, seppur aspramente criticate. L’idea che tornare alla normalità del diritto sia cosa buona e che il terreno della normalità sia il meno scivoloso in cui muoversi per intaccare il reale è smontato dalla mestizia degli ultimi decenni di deserto. I dati della miseria sociale li lasceremo ai sociologi se riusciranno a tornare al loro agognato luogo di lavoro, ci permettiamo di continuare a diffidare degli amanti della gradualità con cui si accompagnano fino alla pensione.

Per ora non c’è nessun movimento rivoluzionario ma la crisi sì, con un governo che nonostante la quarantena nazionale non può impedire la circolazione dei lavoratori per non intaccare ulteriormente produzione, PIL e titoli di borsa, con un isolamento domiciliare di cui non si vede la fine, con un reddito incerto o persino già perso dall’inizio.

D’altra parte dopo lunghissimi anni ci sono, oltre che le patrie galere a ferro e fuoco, più scioperi che si stanno diffondendo velocemente, dalla Fiat di Pomigliano, alla Bartolini di Caorso, agli stabilimenti Ikea, ai portuali di Genova, alla Wirhlpool di Cassinetta, gli operai incrociano le braccia organizzandosi spontaneamente in tutto il paese. Le forme del lavoro e la faglia di conflitto tra chi dovrà per forza uscire a lavorare, tra chi non avrà un soldo stando a casa, chi una casa neanche ce l’ha da una parte, e i ceti tutelati dall’altra, di certo scompaginerà, ancor più dei modelli organizzativi delle aziende, le divisioni sociali.

E quindi, come la facciamo diventare un’opportunità?

 

Naufragio senza spettatori: della crisi o della possibilità

Torino – Appunti sull’epidemia in corso

Il testo che segue è stato scritto da alcuni compagni, in parte redattori del blog e in parte no, nel tentativo di capire come orientarsi attraverso questa nuova bufera. Potete scaricare qui la versione in PDF.

Questi giorni, forzatamente chiusi in casa, ci sembrano un’ottima occasione per provare a riflettere e a mettere nero su bianco alcune considerazioni su ciò che sta accadendo, sui possibili scenari che si apriranno e verso cosa, come compagni, sarà il caso di volgere la nostra attenzione.

Gli appunti che leggerete sono delle riflessioni a caldo su cui cercheremo di tornare e continuare a ragionare nei prossimi tempi, e non hanno quindi alcuna pretesa di esaustività.

Una precisazione iniziale sulle tante voci che tendono a minimizzare questa epidemia ci sembra doverosa. Non siamo medici né infermieri ma a nostro avviso l’assurdità di tale posizione può essere contestata nell’ambito della teoria rivoluzionaria. Chi si prefigge come obiettivo di vita lo stravolgimento del presente dovrebbe essere il primo a sapere che dal rapporto tra Capitale e Natura nascono inevitabilmente sciagure e catastrofi che, a dispetto della narrazione dominante, nulla hanno di “naturale”, che non sono dei cigni neri ma, a seconda dei periodi, hanno una certa periodicità, come le crisi economiche. Terremoti in zone popolose, desertificazione, inquinamento falde acquifere, allagamenti ed epidemie sono fenomeni figli della stessa logica. L’epidemia che ci troviamo davanti, pur con tutte le sue specificità, non ci sembra sia di altra natura rispetto a questa serie di catastrofi prodotte dal regime capitalistico. Specificità che, naturalmente, sono tutt’altro che trascurabili e su cui varrà la pena soffermarsi nel corso di queste righe.

Le origini

La malattia si è sviluppata nel mercato di Wuhan, capitale dello Hubei, una delle regioni più popolose della Cina. Regione che è diventata la fornace del paese: proprio qui c’è il cuore pulsante fatto di altiforni e fabbriche di cemento che ha supportato la crescita industriale del gigante asiatico. La grande quantità di materiale edile e la formazione di ingegneri qualificati di cui la regione è la culla, hanno supportato tutto il periodo post crisi del 2008: lo Stato cinese ha infatti varato in quegli anni imponenti progetti infrastrutturali ed edili.

La copertura sanitaria in tutta la Cina è praticamente minima, una grandissima quantità di operai provenienti da altre regioni sono di fatto illegali in quelle in cui si trovano a lavorare (per il diabolico sistema del hukou) e vivono quindi in uno stato di semiclandestinità e senza alcuna tutela. Importante è sottolineare come questa sia una situazione strutturale e non dovuta alla maggior o minor durezza dei governanti di turno. Come abbiamo già avuto modo di sottolineare in altri scritti [https://macerie.org/wp-content/uploads/2018/03/def-tuttattorno.pdf] la fine delle politiche keynesiane ha una delle sue spiegazioni nella diminuzione dei profitti globali, fenomeno accentuato con la recessione iniziata nel 2008. Uno studio pubblicato su un interessante articolo del blog Chuang [http://chuangcn.org/2020/02/social-contagion/ oppure in italiano https://pungolorosso.wordpress.com/2020/03/12/contagio-sociale-guerra-di-classe-micro-biologica-in-cina/] – di cui consigliamo caldamente la lettura – evidenzia come, se nella regione dello Dongguan le aziende dovessero farsi carico della copertura sanitaria della propria forza lavoro, queste vedrebbero dimezzarsi i propri profitti e sarebbero pertanto costrette a delocalizzare altrove la produzione.

Concentrazione di popolazione in luoghi malsani e affollati e impossibilità di avere un sistema sanitario decente hanno contribuito al famoso salto di specie del Covid-19. Vari studi affermano che il passaggio di forme virulente da animali ad uomo saranno in futuro sempre più probabili e, aggiungiamo noi, sempre più letali.

Lo shock

La Cina seguita dall’Italia e ormai da numerosi altri paesi, ha risposto a questa pandemia mettendo in quarantena l’intera popolazione. Gli effetti e l’impatto sulle economie nazionali e mondiale di queste misure sono ancora materia di dibattito. Nei giornali sono uscite impressionanti immagini satellitari con le emissioni di CO2, scattate prima e dopo lo stop della maggior parte delle attività in Cina, dalle quali è possibile ricavare il dato che anche “solo” per un mese il gigante asiatico si sia quasi completamente fermato [https://www.corriere.it/cronache/20_marzo_02/coronavirus-cina-misure-contro-l-epidemia-fanno-calare-l-inquinamento-dell-aria-eceb67ba-5c8a-11ea-9c1d-20936483b2e0.shtml]. Che cosa significhi lo stop dell’economia che ha di fatto traghettato il mondo fuori dalle sabbie mobili della recessione non è chiaro. Di sicuro le banche centrali arrivano a questo shock, che in molti paragonano allo scoppio della bolla dei mutui subprime, con il fiato corto. Dieci anni di liquidità immesse forzatamente nei mercati nazionali e tassi di interesse tenuti costantemente bassi per tenere in vita il moribondo sistema finanziario lasciano ben pochi margini di manovra ulteriore. Una conferma sono la reazione dei mercati, un tonfo storico per Piazza Affari seguito alle parole che avrebbero dovuto essere di rassicurazione e conforto da parte della neo presidente della Bce Lagarde, il 12 Marzo.

Bisogna certamente stare attenti a interpretare i sussulti del mondo finanziario che spesso e volentieri sono frutto di manovre speculative; non ci sembra però azzardato prevedere che molte economie nazionali usciranno in ginocchio da questi mesi di quarantena: molte aziende potrebbero trovarsi a dover chiudere i battenti e molte di quelle che sopravviveranno dovranno invece far fronte a una profonda ristrutturazione su più livelli. Tutto lascia presagire che questa crisi sarà infatti la causa, e anche l’occasione, con i tempi necessari, per una ristrutturazione dell’economia nella direzione di un’ulteriore automazione, con tutto quello che ciò comporta in termini di occupazione, condizioni lavorative e concentrazione di capitali.

[https://www.repubblica.it/economia/affari-e-finanza/2020/03/16/news/l_impatto_del_coronavirus_sull_italia_spa_possibile_un_danno_da_641_miliardi-251367463/].

In Italia

Dal 10 di marzo anche qui in Italia vige una sorta di coprifuoco. Tutti i negozi sono chiusi, funzionano solo alimentari, tabacchini, ferramenta, fabbriche, servizi essenziali (es. nettezza urbana, smaltimento rifiuti e trasporto pubblico) e poco più.

Il governo Conte, spalleggiato dall’Europa che sta concedendo molto in termini di disavanzo tollerato, sta legiferando in maniera forsennata per cercare di mettere qualche toppa a questa situazione di chiusura forzata: il piano è quello di cercare di raccimolare più liquidità possibile e farla piovere dall’alto, a cascata, sulle aziende. Finanziamenti speciali, fondo per prestiti straordinari e ammortamenti sembrano essere una parte della soluzione. Un po’ tutti sono concordi sul fatto che i fondi non saranno sufficienti. La realtà produttiva italiana è costellata di aziende medio-piccole la cui profittabilità bassa da almeno un decennio e l’alto indebitamento fanno presagire, come dicevamo, che il contraccolpo alla pandemia, in termini di aziende chiuse e posti di lavoro bruciati, potrebbe essere violentissimo.

Per quanto riguarda i lavoratori stanno venendo disposti una serie di paracaduti sociali: una cassa integrazione in deroga speciale di tre mesi, lo stop su mutui e bollette per chi viene licenziato e la sospensione di alcune tasse comunali. Misure che sembrano insufficienti sotto molteplici punti di vista.

Il contesto lavorativo italiano è fatto per gran parte da contratti così detti atipici: per le partite Iva, e i falsi autonomi il governo sta lavorando a un rimborso di soli cinquecento euro per tre mesi; che ne sarà di chi ha contratti a chiamata o di chi è completamente in nero non è invece dato saperlo. Si parla genericamente di incentivi per gli affitti ma anche qui vincolati a chi può dimostrare di essere rimasto a casa per la crisi sanitaria. Migliaia di lavoratori sono al palo già dal mese di marzo, senza vedere un quattrino e con spese da pagare che a breve diverranno insostenibili.

Un discorso a parte meriterebbe chi invece è costretto ad andare a lavorare in barba all’emergenza sanitaria.

Infermieri e personale sanitario sono sottoposti a grandi pressioni: tra chi è costretto a turni massacranti e chi, perché originariamente occupati in reparti chiusi causa emergenza, messo in ferie forzate. Senza contare che in un’ottica di controllo della spesa, aziende ospedaliere e cooperative hanno poche riserve di guanti e mascherine e spesso ne disincentivano o vietano del tutto l’uso.

Lavoratori di fabbriche o di comparti strategici sono poi mandati allo sbaraglio senza il minimo di protezioni necessarie e un indennizzo contrattuale. In un clima reso particolarmente cupo dal divieto di assembramento, e quindi di sciopero “attivo”, sono però moltissimi i siti produttivi in cui la forza lavoro ha deciso di incrociare le braccia, così tanto da costringere i sindacati confederali a fare pressioni sul governo per avere un colloquio con le parti in causa. Dopo questo incontro è stata formalizzata la chiusura degli stabilimenti per qualche giorno per permettere la riorganizzazione degli spazi a norma di decreto e l’acquisto di protezioni individuali per i lavoratori.

Il quadro delineato per il futuro sembra particolarmente cupo, in un orizzonte che va ben al di là della contingenza coronavirus. Nei discorsi fatti continuamente dal premier Conte ci sono continui riferimenti all’unità nazionale, all’Italia che tutta assieme supererà questo momento. Niente di più falso. È vero che il virus sta colpendo un po’ tutti ma le conseguenze, tanto sanitarie quanto economiche, verranno vissute in maniera diversa: chi avrà accumulato riserve in questi anni potrà permettersi di tirare avanti, chi ha vissuto solo del suo salario sarà costretto a enormi sacrifici. Le morti per Covid-19 potrebbero avere una connotazione oltre che anagrafica, di classe: la feroce privatizzazione del settore sanitario operata da svariati anni ha fatto perdere numerosi posti in terapia intensiva e immaginiamo che chi se lo può permettere stia già ricorrendo a cliniche private e quarantene più o meno dorate, per non parlare di tutte le altre patologie che al momento non ricevono alcuna cura perché le attenzioni sono tutte rivolte al coronavirus, a meno di poter accedere a strutture private.

Una partita fondamentale lo Stato se la giocherà sul piano ideologico. L’esecutivo guidato da Conte dopo gli svarioni iniziali sembra aver ritrovato la bussola della governamentalità e queste misure di quarantena estrema alla cinese sembrano trovare sponda nella popolazione. Le misure economiche per quanto insufficienti probabilmente verranno accolte con calore da chi crede di avere così un po’ di respiro in più. Ma questi aiuti costeranno caro, difficile da questo punto di vista delineare scenari precisi: se l’Europa vorrà tutto indietro con gli interessi e una serie di politiche di feroce austerity e memorandum di lacrime e sangue, alla greca per intenderci, si abbatterà sull’Italia; o se invece questa crisi farà piuttosto vacillare definitivamente l’Europa o ne ridisegnerà in maniera sostanziale i contorni e gli equilibri.

Paraventi e tapis roulant

Se volgiamo ora lo sguardo a tutti quei compagni e quelle compagne che da tempo hanno deciso di lottare contro lo Stato e il sistema capitalistico in cui viviamo, non possiamo che partire con una dura autocritica: questa crisi ci coglie impreparati.

Impreparati sotto una molteplicità di punti di vista, dai quali partiremo per capire come provare a porvi rimedio, quantomeno per recuperare il terreno perso e per capire se avremo una capacità di intervenire qualora il malcontento diffuso dovesse trasformarsi in rabbia e poi in azione. Impreparati non solo a causa dei nostri limiti e delle nostre incapacità, ma anche a causa di una scarsa conflittualità sociale diffusa tra le fasce sfruttate della popolazione, che di certo ha influenzato le possibilità di intervento di compagne e compagni. Difficoltà causate anche dal lavoro ideologico operato dallo Stato nel decennio post crisi del 2008, dalla sua capacità di far accettare condizioni di sfruttamento sempre più alte e dalle misure repressive messe in atto di volta in volta. Difficoltà che hanno creato poche occasioni di confronto e scontro, oltre che limitare l’osmosi tra rivoluzionari e pezzi di proletariato disposto a lottare.

Ma come spesso accade ogni crisi genera dei processi di accelerazione, nelle condizioni materiali di vita così come nella percezione delle persone attorno a noi, tali da farci pensare che non tutto sia perduto…anzi. E che dobbiamo rimboccarci le maniche prima che sia troppo tardi. Primo passo e minimo obiettivo perseguibile, uscire dalla fase emergenziale (se di uscita si potrà parlare) con una buona comprensione del fenomeno che si sta dispiegando e delle sfide che ci pone davanti.

Anche per noi, nella nostra specifica città, non è stato facile capire subito cosa stesse accadendo. Quanto è pericoloso questo virus? Come questa pericolosità è legata alle caratteristiche strutturali del sistema sanitario e del sistema socio-economico che lo sottende? Come si svilupperà il fenomeno attorno a noi? Che misure prenderà lo Stato?

Non nascondiamo che in tutte le prime due settimane abbiamo rincorso gli eventi, costretti a rivedere le nostre idee e bozze di proposte ogni giorno, senza combinare granché. La reazione poi che c’è stata nelle carceri ha scompaginato ogni piano, mostrando forse nel suo punto più profondo la nostra inadeguatezza alla situazione, alla capacità di dare una risposta agli eventi e sostenere quanto stesse accadendo.

Che gli effetti dell’epidemia siano strettamente legati a una vita costretta in città sempre più affollate e con un sistema sanitario votato sempre più a ben altri obiettivi piuttosto che la cura delle fasce sfruttate, è indiscutibile. Che l’epidemia esista davvero, altrettanto. Portare avanti un piano di confronto, discorso e proposte di lotta che non tenga conto della reale pericolosità del contagio è a dir poco ingenuo, o meglio irresponsabile. Pensare di poter dare un volantino a un signore di 70 anni che abita accanto a noi senza le dovute precauzioni, rischiando di contagiarlo, non è cosa accettabile. Così pensare di proporre un’assemblea in quartiere per discutere di come affrontare i problemi economici, senza pensare alle specificità non solo legali del momento, sarebbe altrettanto sconsiderato.

Ovviamente è compito dei compagni anche il non cedere alla paranoia diffusa e votarsi a una ponderata e precisa analisi degli eventi, da trasmettere poi a chi ci sta attorno. Analisi che ha le sue difficoltà intrinseche per la complessità del fenomeno, che di sicuro non è assimilabile ad esempio allo studio sulle politiche di edilizia popolare di una città, al livello di militarizzazione di una nazione o agli effetti di una grande opera dannosa per il territorio. Analisi rese ancora più difficili dal fatto che il detentore dei dati e delle informazioni, così come il fautore delle decisioni che ne orientano i criteri (si pensi ad esempio al criterio di quanti tamponi effettuare e su chi) è lo Stato con i suoi istituti di ricerca.

Consentiteci allora una breve digressione per tentar di focalizzare il problema. Ci sembra di poter dire che nell’ambito del dibattito “di movimento” le letture e posizioni siano schiacciati su due poli discorsivi. Da un lato un tentativo di minimizzare, quando non negare, la gravità della situazione, dall’altro quella di far propria la ragion di stato con la sua retorica sull’emergenza cui tutto dovrebbe essere subordinato. Una polarizzazione che viene da lontano e non è certo il prodotto dell’epidemia in corso, per quanto questa non faccia che renderla più palese. Una polarizzazione che riguarda gran parte dell’attività e della produzione teorica rivoluzionaria, per lo meno in quest’epoca e che oscilla tra 1) la possibilità di intravedere e provare a imboccare una strada autonoma rispetto al sistema capitalista e 2) l’esigenza di far fronte a una serie di necessità per le quali, finché non si compie un processo rivoluzionario, non si può prescindere da questo sistema. Un contrasto quindi tra la necessità di lottare per ottenere e strappare, seppur all’interno di quest’ordine di cose, ciò che ci serve per poter vivere nel miglior modo possibile e quella di provare a capire nel frattempo quali percorsi di autonomia sono “costruibili” man mano che le lotte crescono e si diffondono. Percorsi d’autonomia in cui gli aspetti materiali e teorico/immaginativi dovrebbero intrecciarsi e autoalimentarsi.

In genere o si tende a essere schiacciati dal polo della necessità, diventando più realisti del re, e nella migliore delle ipotesi invocando un “ritorno al passato” in cui il welfare state “funzionava meglio”, o ci si balocca a parlare di autonomia e di ignoto non tenendo minimamente in conto la sfera della necessità che, piccolo problema, è quella grazie a cui si può campare. Ci si dimentica così che la condizione per poter arrivare a vivere in un mondo di liberi e uguali, è quella, banalmente, di poter vivere. Una questione che viene a galla in maniera estremamente chiara in una situazione come quella attuale in cui i problemi tendono a emergere nudi e crudi, senza l’abituale patina che li avvolge, perlomeno in quest’angolo di mondo. A meno di negare la gravità sanitaria attuale o ipotizzare che, fatalisticamente, date le condizioni attuali non c’è altro da fare che accettare di morire di capitalismo – perché di questo si tratterebbe – , bisognerebbe sforzarsi di elaborare e sostenere nella pratica un discorso che miri a salvaguardare la propria e altrui salute e tener conto delle necessità sanitarie, senza lasciarsi schiacciare dalla ragion di Stato. Ci rendiamo conto che questa affermazione sembra poco più che uno slogan, sicuramente più semplice a dirsi che a farsi o anche solo ad essere ragionata in maniera adeguata. Ma di semplice non c’è niente in quest’ordine di problemi, e le difficoltà strutturali davanti a cui ci troviamo andrebbero esplicitate e dovrebbero accompagnarci ad ogni passo nei nostri tentativi come nelle nostre riflessioni. La questione non è, evidentemente, accettare in alcun modo la ragion di Stato con le sue logiche emergenziali, utili a disciplinare la popolazione, ostacolare e prepararsi preventivamente al sorgere di malcontenti e conflitti, oltre che essere un importante esperimento da cui le autorità tenteranno certamente in futuro di trarre maggiori insegnamenti. Non occorre per forza prefigurarsi una situazione distopica, di totale normalizzazione delle attuali misure contenitive a partire da dopodomani, per capirne la gravità. D’altro canto è dall’altro ieri, o meglio da decenni, che gli Stati si adoperano a studiare tecniche contro-insurrezionali e di gestione militare delle crisi di vario genere. Ad esempio è possibile che la controparte sfrutterà questa situazione per rilanciare il 5G (appellandosi e legittimandosi, anche solo come immaginario, a una gestione dell’epidemia alla coreana. https://ilmanifesto.it/alta-diagnostica-e-controllo-sociale-il-modello-corea-del-sud-ribalta-i-numeri-per-ribaltare-i-numeri/ ) o per applicare un coprifuoco attenuato in altre situazioni critiche.

Questa logica d’emergenza risponde però anche a innegabili esigenze di contenimento del contagio ed è questa la profonda differenza tra la situazione attuale e altre situazioni di emergenza sociale o di catastrofi legate a fenomeni per cosi dire naturali. Trascurare o minimizzare questo dato o far finta di dimenticarsene non rafforzerà certo le nostre capacità di criticare e provare a contrastare i dispositivi e il processo di auto-legittimazione portato avanti dalle autorità. Sarebbe interessante, ad esempio, capire quali critiche avremmo da fare a una strategia come quella del Regno Unito volta a creare la cosiddetta immunità di gregge…

La critica e l’opposizione al cosiddetto stato d’emergenza dovrà essere allora perlomeno complementare a un discorso e a delle lotte che riescano a mettere al centro le sciagurate politiche sanitarie, guidate dalla feroce logica del profitto, che sempre più negli anni e in particolar modo ora, rendono la possibilità di curarsi per chi non ha determinate risorse economiche un lusso estremamente selettivo. Questo non vuol dire certo rivendicare il ruolo e le logiche della sanità pubblica come l’obiettivo ultimo verso cui tendere, ma la lotta per poter vivere liberi, lo ripetiamo, passa dalla possibilità di vivere e le ristrutturazioni nel campo della sanità sono state e continuano ad essere dei veri e propri atti di guerra contro tanti e tante sfruttate. Un venir meno della possibilità di curarsi che in un mondo come quello capitalistico, strutturalmente ostile a qualsiasi forma d’autonomia, equivale a delle vere e proprie condanne a morte, anche al di là del Covid-19. Battersi per ampliare queste possibilità, parallelamente alla costruzione di una conoscenza e di logiche altre rispetto a quelle delle sanità pubblica, rappresenta un tassello fondamentale per una prospettiva rivoluzionaria che non voglia contrapporre ideologicamente libertà e necessità di vita. Come articolare delle proposte concrete a riguardo è un problema che va sicuramente al di là di questo breve scritto e, almeno al momento, delle capacità e dell’esperienza dei suoi estensori. Impareremo a farlo, se impareremo, facendolo e ragionando criticamente sulle lotte che sapremo costruire.

Tentare, nel possibile, di analizzare correttamente il fenomeno ha sia delle ricadute etiche che strategiche: da un lato non possiamo contribuire a mettere in pericolo altre persone e possibili complici davanti al rischio di contagio. Non possiamo ammalarci noi, compagne e compagni, che già siamo pochi e con energie risicate. Non possono ammalarsi e morire i nostri possibili complici…che si ammalino i ricchi, i governanti e i padroni, come minimo. Dall’altro dobbiamo cercare di capire come si evolverà passo passo la situazione e gli scenari che potrebbero verificarsi.

Di sicuro non possiamo permetterci di aspettare, perché a dispetto del più approssimativo determinismo o volendosi anche immaginare una certa e sicura catastrofe che ci si para davanti, il punto è come cercare di trasformare la catastrofe in rivoluzione.

Lottare …come

Riprendendo il filo delle mancanze, non possiamo esimerci dal notare una certa lacuna nel nostro rapporto con gli sfruttati e le sfruttate che vivono attorno a noi. Alcune cose che dovrebbero essere la base di un nostro intervento sono già difficili: creare rapporti di solidarietà con le persone più colpite dalle ricadute sociali e materiali bypassando alcuni diktat idioti del governo e la dipendenza dall’apparato di controllo; contrastare la narrazione dominante e svelare le future ricadute che si avranno sulla qualità della vita; tentare di condividere con proletari e proletarie immigrate strumenti di comprensione del fenomeno virus e delle mosse statali; aiutare a comprendere il tipo di repressione messo in atto e come fronteggiarlo (si pensi all’applicazione diffusa dell’articolo 650 c.p.). Che gli ammortizzatori messi in campo saranno diretti a sostenere solo la parte più salvabile della popolazione è cosa certa, ma anche la narrazione messa in campo finora denota una certa selezione davanti al contagio stesso: una grossa parte degli sfruttati e sfruttate immigrate, che non conoscono bene la lingua italiana, stanno facendo seria difficoltà a capirci qualcosa, fosse anche solo capire come usare bene una mascherina o dei guanti.

Anche qui occorre cogliere gli spiragli che una situazione di crisi porta con sé e provare a imboccare quel processo di accelerazione, provare a incontrarci in breve tempo con molte più persone di quanto le nostre lotte specifiche abbiano saputo fare negli ultimi tempi. Deficit che forse non si potrà colmare in toto. Allo stesso tempo capire se e come re-incontrare quelle persone con cui si sono condivisi pezzi di lotta, o con cui li si condivide ancora. Ad esempio se le lotte nei CPR non avessero avuto una battuta di arresto e se non avessero tolto i cellulari dentro a quelle gabbie, forse quello sarebbe stato un altro campo di battaglia al pari delle prigioni, ma con più possibilità di interazione.

Se volessimo guardare alle sfide che ci si parano davanti anche col focus di una scansione temporale, dovremmo iniziare a immaginarci il da farsi nella fase uscente di questa emergenza sanitaria (se e quando ci sarà), e alle ricadute sociali che porterà… con in più la possibilità di tornare in strada. Non si muoverà una foglia e tutti saranno felici del ritorno alla normalità al grido di “RinascItalia” ? Ci saranno piuttosto smottamenti tali da canalizzare una furente rabbia collettiva? Inizieranno una serie di conflitti in specifici ambiti della società (lavoratori della ristorazione, sanitari, disoccupati, persone con malattie aggravate dall’emergenza coronavirus, lotta per le bollette, etc.)? Anche qui ripartiamo dalle mancanze.

Chi più chi meno, nelle varie zone d’Italia, ha sviluppato negli anni studi e ricerche nei vari ambiti che compongono questa società, votati alla produzione e riproduzione del sistema capitalista. Spesso con l’idea di cavarne fuori qualche analisi che orientasse e illuminasse le proposte di lotta e azione. Eppure, almeno per chi scrive, se l’emergenza finisse ora e si creasse ad esempio un imbuto di visite sanitarie sospese da recuperare, col rischio per le situazioni più urgenti di doversi rivolgere al costoso privato, sapremmo anche solo sotto quale ufficio andare a rompere le scatole? Indicare nel dettaglio i responsabili, decennali e secolari, di questa condizione? Occorrerà colmare con lo studio e l’osservazione, ma anche con uno scambio con i possibili complici che conosceremo. Noi stessi, d’altronde, siamo immersi nella società e subiamo lo sfruttamento che porta con sé. Sul lavoro, tra i vicini di palazzo, gli amici e le amiche studentesse, parenti rinchiusi nelle zone rosse e con i posti di terapia intensiva all’esaurimento. Di possibili complici, forse, ne conosciamo già.

Alcuni problemi immediati riguarderanno in primis la salute delle persone e mostreranno fin da subito un risvolto di classe: cosa ne sarà di tutte quelle cronicità e patologie che in questa situazione di crisi e mancanza di cure saranno entrate in acuzie? Che benefici avrà per la sanità privata il dirottamento di un parte delle visite arretrate nelle sue cliniche a pagamento? Come ne uscirà il personale sanitario, da tempo costretto a condizioni contrattuali degradanti e a turni di lavoro massacranti, la cui uscita dalla crisi sanitaria sarà molto più lunga?

Abituati negli anni alle batoste repressive, alle difficoltà del conflitto sociale, al lato parziale delle lotte, stiamo rischiando di perdere lo slancio immaginativo e utopico. Uno slancio che per forza deve essere in grado di disegnare mondi ideali liberati dal capitalismo, ma gettare il cuore oltre l’ostacolo della rassegnazione. E pensare in grande.

Uno sguardo che, per tagliare la questione con l’accetta, oscilla tra la capacità di attacco e l’autogestione delle risorse nella riproduzione della vita in un processo insurrezionale, nonché le sue modalità organizzative. Perché se sosteniamo che alla base della crisi coronavirus sta il mondo capitalistico in quanto tale, se sosteniamo che si sta aprendo la possibilità per molte persone di acquisire questa consapevolezza attraverso una lotta dura, allora la portata è radicale.

Ci fermeremo a “sobillare” o più banalmente sostenere le manifestazioni di piazza e il loro livello di scontro, oppure ci porremmo allo stesso tempo il problema di come approvigionarci, come continuare a curarci senza riprodurre i loro modelli votati al profitto, come usare i terreni e gli spazi agricoli per produrre cibo? Come potremo difenderci dagli attacchi della controparte contro un territorio, seppur parziale, in fermento? Come dialogare con altri territori lontani da noi? D’altronde, se staccano l’acqua e la corrente alla sezione in rivolta di un carcere, perché non dovrebbero farlo con un intero quartiere?

Qui la vertigine si insinua troppo, meglio dormirci su. Speriamo solo che questi parziali ragionamenti possano orientare il confronto a venire.

Torino, 16 Marzo 2020